Italia hi-tech: il flop dei manager fattisi imprenditori

L'Italia e la rivoluzione digitale? È una lunga storia di sconfitte: Olivetti, Italtel, Telecom, Omnitel, Tiscali, manager che si sono fatti imprenditori per vivere una sola estate come le libellule. Negli anni ’90, il decennio delle grandi aspettative, l’Italia si è gettata di slancio sui telefonini e i siti web. Dalla covata Olivetti è nata Omnitel, grazie a Elserino Piol che fece debuttare Francesco Caio, Silvio Scaglia e Vittorio Colao. Si è rivelata anch’essa una meteora finita nell’universo delle multinazionali, prima la tedesca Mannesmann poi la britannica Vodafone. 

La parabola di Silvio Scaglia e Francesco Caio

All’alba del nuovo secolo, Scaglia voleva cablare con la fibra ottica mezza Italia e inventò il primo quotidiano online con Il Nuovo.it. Ma all’improvviso, dopo soli quattro anni, vende Fastweb a Swisscom e se ne va a Londra. Colpito da inchieste della magistratura, ne esce pulito. Si butta sulla tv via web, Babelgum, però nel 2012 la liquida, passa all’intimo femminile con La Perla e nel febbraio scorso la vende al fondo di private equity olandese Sapinda, in attesa di nuove occasioni mordi e fuggi. Colao non tenta nemmeno l’avventura imprenditoriale, dopo un breve e sfortunato passaggio nella editoria vecchio stampo con la Rcs, guida Vodafone fino al maggio scorso, inanellando dieci anni di successi. Ora è uscito e tutti si chiedono cosa farà; a 57 anni è troppo presto per la pensione, non raggiunge nemmeno quota 100.

Francesco Caio, invece, è finito nelle aziende di Stato: dopo tre anni alle Poste, adesso presiede Saipem.

Le avventure di Renato Soru

La più singolare è la parabola di Renato Soru. La sua Tiscali, fondata nel 1998, con il contributo anche qui di Piol, era la regina del web e dopo un anno valeva in Borsa più della Fiat. Poi con lo scoppio della bolla sono cominciati i guai e lui è stato preso (e consumato) dal sacro fuoco della politica. Nel 2004 viene eletto presidente della Regione Sardegna, alla guida di una coalizione di centrosinistra. Quattro anni dopo acquista l’Unità, il quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci, entra nel Parlamento europeo e diventa segretario regionale del Pd. Ora si guarda attorno, ma sembra un po’ smarrito. La politica è una febbre contagiosa, lo dimostra Arturo Artom. Le sue iniziative imprenditoriali, da Telsystem a Netsystem, dalle rivoluzionarie lampade Muvis al sito YourTrumanshow fondato nella Silicon valley, non hanno avuto successo; gli è riuscita al contrario la scommessa sui Cinquestelle. L’amicizia con Gianroberto Casaleggio e ora con il figlio Davide ne fa un consulente rispettato anche perché ambasciatore del Movimento nell’élite economica, industriale, mediatica tanto deprecata quanto corteggiata. 

Diego Piacentini, Pietro Scott Jovane e Fabio Vaccarono

Per Diego Piacentini, dopo una carriera smagliante in Apple e in Amazon, la tentazione ha preso il volto di Matteo Renzi. Niente vita di partito o seggi in parlamento, sia chiaro; semmai un tecnico che diventa civil servant. La sua esperienza come commissario straordinario per l’Agenda digitale è durata due anni, durante i quali ha sperimentato le resistenze dei potentati politici e della burocrazia. L’agenda finisce, se non proprio nel cassetto, sui tavoli già ingombri dei gabinetti ministeriali, poi arrivano i giallo-verdi e Piacentini molla. Dal mese scorso è di nuovo sul mercato.

Come Pietro Scott Jovane, brillante ascesa in Microsoft, amara esperienza nella Rcs (anche lui!) un passaggio a Tim dove la lascia, «per ragioni personali», la funzione di direttore commerciale all’amministratore delegato Amos Genish.   

Anche Fabio Vaccarono, il capo di Google Italia che piace ai grillini, è stato agganciato dalla politica, ma non ha ceduto. Messo in pista prima come ministro, poi per la Rai, ha declinato le offerte; ora è entrato nel consiglio del Sole 24 Ore. Nuovi e vecchi media, sognando la convergenza.

Il percorso inverso di Luca Maestri

Chi ha compiuto il percorso inverso, invece, è Luca Maestri, passato dalla General motors alla Nokia per approdare al vertice della Apple come direttore finanziario. In quella stessa Apple che è stata forse la più emblematica delle occasioni mancate. Alla fine degli anni ’70, Piol fa incontrare Steve Jobs e Steve Wozniak con Carlo De Benedetti. I due visionari giovanotti chiedono 200 mila dollari per il 20 per cento della loro società. L'ingegnere rifiuta. C’è chi dice che la risposta fu imbarazzante: «Non stiamo a perder tempo con questi ragazzi». De Benedetti, invece, ha spiegato che la Olivetti, della quale era da poco diventato signore e padrone, non aveva un quattrino. Sarà miopia, sarà il capitalismo senza capitali, fatto sta che l’Italia ha perso anche quel treno.  


(Articolo pubblicato nel n° 47 in edicola dall'8 novembre 2018 con il titolo "Il flop degli italiani")

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