Scontri a Nahal Oz
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Israele-Palestina: il conflitto tra tre luoghi comuni

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10 ottobre 2015. Un manifestante palestinese dal volto coperto fa il segno della vittoria durante gli scontri con le forze di sicurezza israeliane presso il valico di Nahal Oz, al confine con Israele, a est di Gaza.
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18 ottobre 2015. I soccorsi a un poliziotto ferito durante un attacco perpetrato da un palestinese alla stazione degli autobus di Be'er Sheva, nel sud di Israele. Un uomo ha aperto il fuoco uccidendo un soldato e ferendo altre 10 persone. L'attentatore è stato ucciso.
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17 ottobre 2015. Curiosi e poliziotti israeliani accanto al cadavere di un 16enne palestinese residente nel quartiere arabo di Jabel Mukaber, a Gerusalemme Est. Fermato per un controllo di identità nel quartiere ebraico di Armon Hanatziv, ha accoltellato un ufficiale di polizia israeliana ed è stato colpito a morte.
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18 ottobre 2015. Il muro temporaneo di cemento installato dalla polizia israeliana nel quartiere di Jabel Mukaber a Gerusalemme, Israele.
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15 ottobre 2015. Il palestinese Ahmed Manasra, 13 anni, ricoverato nell'ospedale israeliano Hadassah Medical Center. Dopo aver accoltellato un coetaneo ebreo a Gerusalemme, è stato colpito dall'esercito israeliano. Abu Mazen ha denunciato in TV che sarebbe stato "giustiziato". Israele ne ha diffuso le immagini, definendo "bugiardo" il leader dell'ANP.
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14 ottobre 2015. Controlli di sicurezza della polizia israeliana presso un nuovo checkpoint, lungo una strada vicina al quartiere di Jabal Mukaber, a Gerusalemme Est.
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14 ottobre 2015. La disperazione della madre di Alon Govberg durante i suoi funerali. L'uomo, 51 anni, è stato una delle vittime dell'attentato su un autobus avvenuto il giorno precedente nel quartiere di Armon Hanatziv a Gerusalemme.
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14 ottobre 2015. Forze di sicurezza israeliane e la polizia forense nel luogo dove una donna di 70 anni è stata da poco pugnalata da un attentatore, presso la stazione centrale degli autobus di Gerusalemme.
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14 ottobre 2015. Un poliziotto israeliano corre verso il luogo dove una donna di 70 anni è stata da poco pugnalata da un attentatore, presso la stazione centrale degli autobus di Gerusalemme.
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14 ottobre 2015. Un momento dei funerali di Alon Govberg, una delle vittime dell'attentato su un autobus avvenuto il giorno precedente nel quartiere di Armon Hanatziv a Gerusalemme.
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14 ottobre 2015. La polizia israeliana ispezione il cadavere di un uomo palestinese, ucciso dal fuoco israeliano dopo che aveva cercato di accoltellare dei soldati, presso la Porta di Damasco, nella Città vecchia di Gerusalemme.
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13 ottobre 2015. Nel quartiere di Mea Shearim a Gerusalemme, un momento dei funerali di Yeshayahu Krishevsky, 60 anni, una delle vittime degli attacchi contro civili degli scorsi giorni, travolto da un'auto pirata alla fermata di un autobus.
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13 ottobre 2014. Un poliziotto israeliano effettua un controllo di sicurezza presso la Porta di Damasco.
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13 ottobre 2015. Soccorritori in azione presso la fermata dell'autobus in Malchei Israel Street, a Gerusalemme, contro cui un uomo si è lanciato con la sua auto, da cui è poi sceso alcoltellando alcuni presenti e ferendone almeno tre.
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12 ottobre 2015. La polizia e i soccorsi sul luogo dove un uomo palestinese ha pugnalato e strappato un'arma a un soldato israeliano su un autobus all'ingresso di Gerusalemme.
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13 ottobre 2015. Volontari della Zaka, una rete di civili impegnata nell'intervento sui luoghi delle violenze, accanto al cadavere di un attentatore che ha aperto il fuoco su un autobus in un insediamento israeliano adiacente al quartiere palestinese di Jabal Mukaber, a est di Gerusalemme, venendo poi ucciso dalla polizia. Un altro attentatore ha agito con un pugnale.
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13 ottobre 2015. Il cadavere di un attentatore che ha aperto il fuoco su un autobus in un insediamento israeliano adiacente al quartiere palestinese di Jabal Mukaber, a est di Gerusalemme, venendo poi ucciso dalla polizia. Un altro attentatore ha agito con un pugnale.
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13 ottobre 2015. Uno dei due attentatori palestinesi, ferito e in manette, che hanno aggredito con un coltello e un'arma da fuoco i passeggeri di un autobus, in un insediamento israeliano adiacente al quartiere palestinese di Jabal Mukaber, a est di Gerusalemme.
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12 ottobre 2015. Agenti della polizia forense israeliana ispezionano un autobus su cui un arabo ha accoltellato un soldato israeliano fuori servizio, cercando di sottrargli un'arma da fuoco, prima di essere ucciso dalle forze di sicurezza.
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12 ottobre 2015. Un uomo serra l'ingresso si un negozio nella Città Vecchia di Gerusalemme, dove metà delle attività commericali ha chiuso in seguito all'ondata di violenze.
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12 ottobre 2015. Ebrei in preghiera nel luogo dove è avvenuto un attacco terroristico, in un quartiere musulmano della Città vecchia a Gerusalemme.
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12 ottobre 2015. La polizia israeliana accanto al cadavere di Mustafa Hatib, 18 anni, un attentatore palestinese ucciso presso la Porta dei Leoni, ingresso alla Città Vecchia di Gerusalemme, dopo aver tentato di accoltellare un soldato israeliano.
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11 ottobre 2015. Un soldato israeliano di guardia nei pressi del luogo in cui una donna palestinese ha attivato un congegno esplosivo, vicino al checkpoint di a-Zaim, in Cisgiordania, sulla strada che conduce dalla colonia di Ma'ale Adumim a Gerusalemme. Sia la donna sia un soldato sono rimasti feriti.
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10 ottobre 2015. Il personale medico trasporta la salma di un palestinese ucciso dalle forze di sicurezza israeliane dopo che aveva pugnalato due agenti, presso la Porta di Damasco alla Città Vecchia di Gerusalemme.
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10 ottobre 2015. Soldati delle forze di sicurezza israeliane danno un primo soccorso a un poliziotto ferito con un'arma da taglio da un palestinese presso la Porta di Damasco alla Città Vecchia di Gerusalemme.
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10 ottobre 2015. La folla accompagna la salma di Ahmad Qali, 22 anni, ucciso durante gli scontri con le forze di sidurezza israeliane presso il campo rifugiati di Shuafat, a Gerusalemme Est.
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10 ottobre 2015. La folla accompagna la salma di Ahmad Qali, 22 anni, ucciso durante gli scontri con le forze di sidurezza israeliane presso il campo rifugiati di Shuafat, a Gerusalemme Est.
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10 ottobre 2015. Un agente di sicurezza israeliano di guardia accanto al cadavere di un palestinese, colpito a morte a seguito di un suo attacco contro due israeliani a Gerusalemme Vecchia.

Tra israeliani e palestinesi, ancora una volta, un conflitto di luoghi comuni che si traduce in sangue da una parte e dall’altra.

Primo luogo comune: il muro

Per cominciare, c’è muro e muro. E non tutti i muri vengono per nuocere. Anzi, il muro visibile interviene spesso a separare quel che già è separato. L’ultimo muro, simbolicamente suggestivo, è quello di blocchi di cemento rimovibili sistemato dalla polizia israeliana tra il quartiere arabo di Jamal Mukkaber e quello ebraico di Armon Hanatziv, a Gerusalemme Est.

Un muro “innalzato” a seguito delle incursioni dalla parte araba della città verso quella ebraica nella cornice della nuova Intifada: serve a proteggere la colonia ebraica dal lancio di molotov e pietre.

- Leggi qui come è stato innalzato

Secondo luogo comune: il coltello

Smentendo un secondo luogo comune, va detto che non sempre coltello o molotov sono così innocenti. Seppure sbilanciati rispetto alle armi di cui è dotato l’esercito israeliano, pietre, coltelli e molotov possono uccidere, hanno ucciso, uccidono, prevedibilmente uccideranno ancora.

Ciò che riesce difficile o impossibile capire per un europeo è l’ossessione (non psicotica ma pragmatica) degli israeliani per la sicurezza. Ma provate a vivere voi in un Paese che alcuni fra i vicini vorrebbero veder sparire dalle mappe geografiche.

Un muro non è che un muro: una barriera di protezione. A Gerusalemme risulta indispensabile. Già 230 chilometri di un altro muro corrono come divisori tra i quartieri delle due “autorità” (palestinese e israeliana) e sono serviti eccome a scongiurare attacchi terroristici con morti e feriti. Si può dire che siano stati utili alla pace.

Gli elicotteri che macinano chilometri su Israele, per esempio per raggiungere le alture del Golan, devono anch’essi rispettare invisibili barriere celesti: lo spazio aereo che sovrasta i Territori, e quello che si stende su Israele. E rischiano brutto se sconfinano. Anche quelli sono muri.

L’insidia della nuova Intifada sta nell’apparente assenza di pianificazione degli attacchi. Si tratta, qui, di giovani disperati ed esasperati, palestinesi, che irragionevolmente si lanciano su israeliani più forti e meglio armati, in uniforme. Non sono proteste pacifiche o flash mob del weekend, innocui eventi mediatici a sorpresa.

Si tratta di attacchi all’arma bianca o col fuoco e hanno un solo obiettivo: uccidere. Frutto del panico e della rabbia è l’uccisione del rifugiato eritreo scambiato per profugo e “linciato” dopo l’attacco alla fermata dell’autobus di Beersheva, a sud di Israele: ma non era lui il terrorista, c’è stato uno scambio di persona.

In Israele, ogni volta che riparte l’attacco dalle zone palestinesi ci sono civili e militari israeliani che rischiano la vita. È vero, Israele applica misure controverse, criticate anche da esponenti “istituzionali” israeliani, come la distruzione delle case degli attentatori. Case di famiglia. Con una singolare inversione per cui le colpe dei figli ricadono sui genitori. La politica del bulldozer.

Terzo luogo comune: il dialogo

Ma dopo il muro e il coltello, il terzo luogo comune è il dialogo. Che non c’è. Esempio: la Francia propone osservatori sulla Spianata delle Moschee (proposta svincolata da qualunque seria riflessione UE, a dimostrazione che l’Unione non esiste). In risposta, il premier israeliano Netanyahu, appoggiato in questo dal Segretario di Stato USA John Kerry, restituisce l’idea al mittente, dicendo che solo Israele può garantire il mantenimento dello status quo. E non ha tutti i torti.

Qui c’è un presunto avvio di dialogo da parte francese e un “rifiuto” da parte israeliana. Ma la realtà è diversa dalla fiction. E avanzare proposte che si sanno già non accoglibili significa minare l’interlocuzione (quella vera).

La fragilità delle leadership in campo palestinese (la figura più popolare è Marwan Barghuthi e sta in carcere, le altre due a Gaza e Ramallah sono in conflitto tra loro quasi più che con Israele) è un ostacolo alla pace quanto e più del rigore di Netanyahu sullo status di Gerusalemme o sulle colonie. Ben vengano i muri, quindi, finché non sbocceranno fiori nei cannoni. 

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