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Iran: la storia del ricercatore condannato a morte per spionaggio

Ahmad Djalali è un medico iraniano, che considerato una spia del Mossad, nel 2016 è stato arrestato e condannato a morte. A oltre un anno dal verdetto, quella stessa condanna è stata sospesa perché il medico sarebbe malato di tumore. 

Una storia tragica quella di Djalali che ricorda per certi versi quella di Giulio Regeni, il ricercatore nostro connazionale morto a febbraio 2016 in Egitto dopo essere stato catturato e torturato.

A 46 anni, il dottor Djalali è rinchiuso nella prigione di Evin, a Teheran. Esperto di medicina d'emergenza, tra il 2012 e il 2016 ha lavorato al Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri (Crimedim) dell'Università del Piemonte Orientale. Ma i suoi titoli e la sua brillante carriera non l’hanno salvato da una condanna alla pena capitale.

Chi è Ahmad Djalali

Sposato con una biologa, Vida, ha due figli di 5 e 14 anni e vive in Svezia. Dopo essere stato impiegato nel campo della Medicina dei disastri dal 1999 nel suo Paese, e pubblicato sull’argomento decine di articoli, ha lasciato l’Iran nel 2009 per un dottorato presso la Vrije Universiteit di Bruxelles per poi approdare al Karolinska Institute in Svezia e infine in Italia

Le condizioni di salute

L'Università del Piemonte Orientale, di cui Djalali è stato collaboratore, citando il Center for Human Rights, ha reso noto che la sentenza definitiva avrebbe dovuto già essere eseguita, ma che la Sezione 33 della Corte suprema iraniana la sta revisionando e ha chiesto a un procuratore di esprimere il proprio parere a febbraio.

A influire sulla decisione della corte sarebbero le precarie condizioni di salute di Djalali. Secondo il suo l'avvocato, sarebbero urgenti le cure mediche da prendere fuori dal carcere, ma finora i giudici gliele hanno negate anche per verificare il "possibile tumore". "Sperando che le condizioni di salute di Ahmad non si rivelino così gravose - dice ancora l'università piemontese - gli avvocati difensori auspicano che questa revisione del processo possa portare a un ribaltamento della sentenza".

L’arresto

Tornato in Iran per partecipare a una serie di seminari organizzati dalle università di Teheran e Shirazdottor Djalali era stato arrestato con l’accusa di spionaggio da funzionari del Ministero dell’Intelligence iraniana nell’aprile del 2016.

Arrestato, dopo un processo sommario, era stato condannato a morte, oltre che costretto a pagare il corrispondente di 200 mila euro di multa per “corruzione sulla terra” (efsad-e fel-arz), dalla Corte Rivoluzionaria di Teheran.

Secondo il verdetto della corte, Ahmedreza Djalali (questo il suo nome per esteso) avrebbe lavorato come spia per Israele nel 2000, ma per uno dei suoi avvocati, il tribunale durante il processo non ha fornito alcuna prova per giustificare queste accuse a suo carico.

Le pressioni per la confessione

Nel dicembre 2016, le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali perché confessasse di essere una spia per conto del governo “nemico”. Rifiutando, è stato minacciato di essere accusato di reati ancora più gravi.

Ma Djalali, non ha mollato. Iniziato uno sciopero della fame il 24 febbraio, non ha temuto di morire di fame pur di continuare a professarsi innocente. A causa dell’ulteriore peggioramento del suo stato di salute è stato prima ricoverato e poi “incoraggiato” a interrompere lo sciopero della fame.

Secondo quanto riportato sul sito italiano di Amnesty International il professor Djalali nega ogni accusa a suo carico sostenendo che le prove siano state fabbricate dalle autorità. In una lettera scritta nell’agosto del 2017 dall’interno della prigione di Evin, il ricercatore afferma che le autorità iraniane nel 2014 gli avrebbero chiesto di “collaborare per identificare e raccogliere informazioni provenienti dagli Stati dell’Ue”, ma che la sua risposta sarebbe stata negativa. “Sono solo uno scienziato, non una spia”, avrebbe detto.

L’accusa

Dell’avviso opposto il procuratore generale di Teheran, Abbas Ja’fari Dolat Abadi che, durante la sua conferenza stampa settimanale con i giornalisti, il 24 ottobre 2017, ha detto senza mai nominare Ahmadreza Djalali, che secondo le prove in possesso dell’accusa l’imputato si sarebbe incontrato diverse volte con l’agenzia di intelligence israeliana Mossad fornendo informazioni sensibili su siti militari e nucleari iraniani in cambio di soldi e della residenza in Svezia. Una cosa è certa: Ahmad Djalali sta male. 

(In aggiornamento, questo post è statao scritto il 15 dicembre 2017)

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