ANSA /Giuseppe Lami
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Il post-elezioni e la semantica dei governi possibili

Chi vince governa. Questa la regola della democrazia. Ma in un sistema che ormai è tripolare chi vince non governa, a meno che chi ha perso non lo sostenga. E gli sconfitti divengono gli “aghi della bilancia”, orgogliosi di esser tali perché la loro capacità di spostare gli equilibri e determinare la formazione di un esecutivo è sinonimo di Potere.

In Italia, può succedere che chi ha perso vince. E va al governo. E la “semantica dell’attesa” rispecchia questo pasticciaccio. Non si parla solo di governo politico, formato da forze politiche uscite vittoriose dal voto, con ministri esponenti di spicco di quelle forze e l’appoggio di partiti minori per “fare numero” come variante.

Si parla anche di governo “di scopo”, “di unità nazionale”, “dei cittadini”, “tecnico”, “del presidente”,  "di tregua", "utile", “delle larghe intese”, persino di “governo della Consulta” (con un giudice costituzionale invece che, secondo tradizione, un economista a guidare l’esecutivo in funzione di garanzia).

Formule che rischiano ancora una volta di consegnare gli italiani a una leadership non voluta dal popolo, ma frutto degli accordi di palazzo dettati dalla volontà dei neo-parlamentari di evitare il voto anticipato, e da una legge elettorale scellerata che non consente maggioranze chiare e un vero governo.

Così, vincitori e vinti sotto lo sguardo e più avanti, forse, la regia del capo dello Stato si ritrovano a dover scendere a patti.

Il guaio è che a differenza di Paesi come la Germania, dove democristiani e socialdemocratici trattano per mesi il programma di governo nei minimi dettagli e ragionano delle cose da fare (oltre che di ministeri da distribuire e occupare) per varare infine una grosse koalition, in Italia si ragiona di formule per la quadratura del cerchio sulla base dei seggi disponibili nelle aule parlamentari.

Tradotto: il programma è un optional (ma le promesse che hanno favorito la vittoria degli uni o degli altri cominciano intanto a sfumarsi e a essere tradite dalle dichiarazioni del dopo-voto).

L’altro “guaio” è che i partiti usciti vincitori dalle urne - 5 Stelle e Lega - hanno sempre condannato i governi non espressione del voto, non fondati sul consenso popolare. Quindi come faranno adesso a giustificare formule da laboratorio? E infatti Di Maio le esclude e Salvini le ignora. Ma vediamo in sintesi quali sono le formule di governo possibili.

Governo di larghe intese

In un Parlamento frammentato i partiti maggiori (sulla carta alternativi fra loro) si accordano sul programma e sulla composizione dell’esecutivo. La condizione è che per quanto diversi, siano tra loro abbastanza vicini da poter trovare un’intesa di governo. È il modello della “grosse koalition” tedesca.

L’incognita, in Italia, riguarda la distanza tra Lega e 5 Stelle, entrambe formazioni “estreme”.

Governo di minoranza

È il governo formato e sostenuto da una minoranza (fosse anche maggioranza relativa nel Parlamento e nel Paese) grazie alla concessione di altri partiti che ne consentono il varo astenendosi o fornendo un appoggio tecnico-parlamentare o esterno, senza partecipare alla formazione dell’esecutivo. Si tratta di un governo politico, ma fragile.

Governo di unità nazionale

È un governo politico che comprende gli esponenti (e ha il sostegno) di tutti o quasi i partiti rappresentati in Parlamento. Può essere di emergenza, considerata l’impossibilità di costruire una maggioranza attorno a un progetto coerente con il voto, e/o di scopo, finalizzato a fare determinate leggi (per esempio quella elettorale, per tornare a votare con la certezza dell’esito).

Governo tecnico

È il governo di tutti, che consente ai partiti di accordarsi senza dichiararlo pubblicamente. Prevede che i politici facciano un passo indietro e l’esecutivo sia formato da tecnici d’area, secondo le indicazioni dei partiti che si spartiscono i dicasteri in base al relativo peso elettorale. Questo governo può essere pure di scopo. Limitato nel tempo e nel programma.

Governo del presidente

È il governo costruito a tavolino dal capo dello Stato una volta certificata l’impossibilità delle forze politiche di accordarsi su qualsiasi altra forma di esecutivo, tecnico o politico.

Il presidente si intesta la creazione del governo dopo essersi assicurato che i partiti non vogliono che si torni al voto e sono perciò disposti a dare l’appoggio a un esecutivo super partes.

Il governo del presidente potrebbe esser guidato da una figura istituzionale, da un economista o da un magistrato. La domanda che resta sospesa nel vuoto, dopo sette anni di governi guidati da presidenti del Consiglio non scelti dai cittadini ma frutto delle alchimie di palazzo (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) è se gli italiani potranno ancora riconoscersi in un governo che invece di essere espressione del voto, ossia fondato sul consenso, sia piuttosto una compagine tecnica (presidenziale, emergenziale, provvisoria, istituzionale se non giudiziaria) calata dall’alto.

Probabile che no. Probabile che nel setaccio del Quirinale resti alla fine una formula nuova, ma molto simile alle larghe intese.

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