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Economia

Il futuro della Grecia e dell'Europa è nelle mani del popolo greco

Il futuro della Grecia, dell'euro e dell'Europa tutta è nelle mani del popolo greco. Sarà il voto al referendum indetto dal primo ministro Alexis Tsipras per domenica 5 luglio a decidere le sorti di tutti noi.

Perché è chiaro che nessuno può chiamarsi fuori da quello che l'Europa sta vivendo in questi giorni. Un eventuale fallimento della Grecia si porterebbe dietro il "fallimento" dell'Eurogruppo, l'evidenza dell'incapacità di tenere sotto controllo un Paese dell'area euro (oltretutto un paese che conta solo il 2% del pil dell'area) e delle difficoltà nel saper gestire diplomaticamente una crisi interna.

Un danno di immagine che avrebbe ripercussioni finanziarie rilevanti. Per l'Europa si aprirebbe una crisi senza precedenti. E noi ci siamo dentro.

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Il ruolo di Tsipras
Il primo ministro greco ha messo in atto un vero colpo di mano.
Prima che le trattative con l'Eurogruppo (condotte da mesi nel tentativo di incontrare le esigenze dell'una e dell'altra parte) si chiudessero con una bozza di accordo definitiva, ha lasciato il tavolo della discussione annunciando nella notte di venerdì 26 giugno di aver indetto un referendum: il 5 luglio il popolo greco sarà chiamato a dire "Si" o "No" alla proposta.

Quale? Il dubbio è lecito perché formalmente una bozza di accordo definitiva non esiste dato che il Ministro dell'Economia greco, Varoufakis, ha lasciato il tavolo prima che si arrivasse a una conclusione.

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Due le interpretazioni plausibili: Tsipras, probabilmente mosso da motivazioni politiche interne (il partito di estrema sinistra Syriza non avrebbe mai accettato un compromesso a sfavore della Grecia) si è messo le vesti di Ponzio Pilato, se ne è "lavato le mani" e ha trasferito al popolo la responsabilità della scelta finale. Una strumentalizzazione, in chiave politica, della procedura più democratica per eccellenza, quella del referendum.

Oppure Tsipras, mosso dalle migliori (ma abbastanza ingenue) motivazioni democratiche, non se l'è davvero sentita di portare avanti le trattative sapendo già venerdì che non sarebbe riuscito a mantenere quanto promesso in campagna elettorale: farla finita con l'austerity. E dunque ha voluto la legittimazione popolare per continuare o interrompere le trattative.

Più probabile la prima ipotesi. Ed ecco perchè.

L'arroganza di Tsipras non si è fermata nel far saltare le trattative. È continuata: ha invitato tutti i cittadini greci a votare "no" accusando l'Europa di aver fatto saltare l'accordo, poi ha chiesto una proroga degli aiuti fino a dopo il referendum (aiuti che ufficialmente terminano domani, giorno in cui la Grecia avrebbe dovuto pagare 1,6 miliardi di euro al FMI e che ha già dichiarato di non avere intenzione di pagare), ma gli è stata negata dall'Eurogruppo.

Infine ha preteso dalla Banca centrale Europea 6 miliardi in più per le banche greche, da aggiungere agli 89 miliardi che già la Bce si è impegnata (nonostante tutto) a continuare ad erogare. Al "no" di Draghi, Tsipras ha risposto accusando Bce, Eurogruppo e tutte le istituzioni di essere anti-democratiche.

A proposito di democrazia tutelata, questo è il testo che verrà sottoposto ai cittadini greci nel referendum di domenica prossima, secondo un documento fatto circolare dal Ministero dell'Interno greco e ripreso da diversi media e blog ellenici.

"Referendum del 5 luglio 2015. Deve essere accettato il progetto di accordo presentato da Commissione europea, Bce e Fmi nell'Eurogruppo del 25 giugno 2015, composto da due parti che costituiscono la loro proposta? Il primo documento è intitolato 'Riforme per il completamento dell'attuale programma ed oltre' ed il secondo 'Analisi preliminare per la sostenibilità del debito'".

Punto. Finito. Ci si auguro che la comunicazione dei contenuti verrà fatta attraverso gli organi di stampa a tamburo battente altrimenti... un plauso a chi ne capisce, effettivamente, il significato.

L'Eurogruppo
È stato l'Eurogruppo, invece, a diffondere il testo che contiene lo stato degli accordi nel momento in cui sono stati interrotti dal governo greco "per far capire ai greci di cosa stiamo parlando" come ha spiegato il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.
Ed è stato sempre Juncker, nel suo discorso di oggi, a dirsi colpito dal comportamento di Atene che ha lasciato esterrefatto lui e tutti i membri europei. Perchè in un clima di dialogo che continuava da mesi, è arrivata un'interruzione inaspettata. E ha invitato i greci a votare "si" al referendum per dare una possibilità di riscatto a loro e poi all'Europa intera.

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Il popolo greco
Che si sposi l'una o l'altra delle posizioni, è dunque ai greci, provati già da una crisi monstre degli ultimi tre anni, che spetta decidere, volenti o nolenti, il futuro del loro paese. E dell'Europa.

Saranno in grado? Ovviamente sì. Forse non saranno in grado di capire la portata di un testo di accordo ancora abbozzato, non completo, complesso nella sua natura e nei suoi significati, che richiede competenze finanziarie ed economiche di un certo livello. Ma saranno in grado di esprimere un parere.

Il loro voto farà capire di chi si fidano: se dell'Europa dell'austerity (che tante colpe ha per questa crisi) ma dialogante o del "premier senza cravatta" che con un gesto populista e a tratti irresponsabile rischia di portare il paese al disastro.

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