Guerra dei dazi: perché Reagan ha avuto successo e Trump fallirà

Mentre la guerra dei dazilanciata da Donald Trump contro il resto del mondo non accenna a rallentare, il magazine americano The Atlantic sfata il mitodi una politica commerciale protezionista di Washington. Non solo perché sono misure inefficienti per contrastare le sovra-forniture di acciaio Made in China o per abbassare il deficit commerciale del Paese, ma perché potrebbero portare a risultati diametralmente opposti da quelli promessi da Donald Trump. Il presidente americano, infatti, sventola il caso di Ronald Reagan che negli anni Ottanta ha introdotto dazi del 49% sulle moto provenienti dal Giappone e del 100% sui semiconduttori. Ma questa è solo una parte della storia.

Cosa è cambiato dagli anni Ottanta

Tanto per cominciare, le scelte di Reagan erano strategicamente più definite di quelle di Trump ed erano accompagnate da politiche di apertura commerciale come la proposta di un mercato unico nel Nord America. Ma soprattutto, il risultato economico ottenuto dal governo repubblicano negli anni Ottanta è stato determinato da un taglio sulle imposte per gli investimenti in ricerca e sviluppo, il cosiddetto “Research and Experimentation Tax Credit” che ha messo il turbo all’innovazione ed è diventato permanente nel 2015.

La verità in un nuovo studio

Il dato emerge dallo studio “Innovation and Trade Policy in a Globalized World” (Innovazione e politica commerciale in un mondo globalizzato) firmato dall’Università di Chicago, dall’Università di Notthingham e dal Consiglio dei Governatori della Federal Reserve. I ricercatori hanno evidenziato che nella seconda metà degli anni Settanta la produttività industriale degli Stati Uniti era inferiore rispetto a quella delle altre economie avanzate, mentre la competizione tecnologica di Giappone, Germania e Francia continuava a crescere. Fino al 1975, i brevetti depositati da residenti negli Stati Uniti erano il 70% del totale, all’inizio degli anni Ottanta erano scesi al 60%.

Un sistema a due vie

La competizione internazionale, ricordano i ricercatori, è un sistema di vasi comunicanti giocata su due campi. Il primo è il mercato nazionale, il secondo è quello internazionale. In un’economia aperta, le aziende devono migliorare il proprio prodotto per non finire preda della concorrenza straniera, ma vale anche il contrario: perché le realtà di successo possono guadagnare quote in mercati stranieri. In assenza di dazi, il sostegno alla ricerca spinge le aziende a fare investimenti a lungo termine per migliorare la posizione competitiva. Alla metà degli anni Novanta, i brevetti depositati dalle aziende americane avevano ripreso quota. Il tutto senza contare che anche la società allargata beneficia maggiormente dal sostegno all'innovazione piuttosto che da barriere al commercio. 

Gli effetti delle contromisure

È vero che Harley Davidson ha ricominciato a registrare profitti nel 1986, ma il merito - come evidenzia uno studio giapponese - è dovuto a miglioramenti interni più che ai dazi. Lo ha confermato Vaughn L. Beals, ex ceo dell’azienda, che ha dichiarato che le cose sono cambiate quando il management ha smesso di preoccuparsi dei concorrenti e si è impegnato per risolvere i problemi interni. Infine, sottolineano gli economisti americani, i dazi possono portare dei benefici a un paese nel caso in cui siano imposti in maniera univoca, ma le cose cambiano quando gli altri paesi rispondono. Proteggere le imprese dalla competizione internazionale, insomma, riduce la motivazione delle aziende ad avere successo e impatta in maniera negativa sulla competizione globale e sullo sviluppo del progresso tecnologico.

Per saperne di più:

- Guerra dei dazi Usa-Cina: Trump la sta perdendo?

- Perché la guerra dei dazi di Trump è pericolosa


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