Gianfranco Rosi
Bernd Von Jutrczenka/AFP/Getty Images

Perché Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha vinto il Festival di Berlino

Gianfranco Rosi non aveva ancora finito di girare Fuocoammare che è arrivato l'invito a partecipare alla Berlinale. Il Festival di Berlino voleva fortemente il documentario del regista italiano e con la stessa fermezza ieri l'ha premiato con l'Orso d'Oro.

Film che doveva essere un corto per portare a "un'Europa pigra e complice" un'immagine vera e non distorta di Lampedusa, è diventato ben presto un intenso viaggio di 108 minuti perché è impossibile contenere in poco tempo un universo così complesso come quello dell'isola del Mediterraneo, meta oggi di speranze, rifugio e morte per migliaia di migranti. 

La dedica del premio, Rosi la manda proprio a loro: "Il mio pensiero va a tutti coloro che a Lampedusa non sono mai arrivati nel loro viaggio della speranza e alla gente di Lampedusa, che da venti, trenta anni apre il suo cuore a chi arriva". 

Riflettendo su Fuocoammare, ecco - in 5 punti - perché ha sedotto Berlino:

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Gianfranco Rosi sul set di "Fuocoammare"

Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare, immagini del film

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Fuocoammare

Fuocoammare, immagini del film

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Gianfranco Rosi sul set di "Fuocoammare"

1) Un tema così attuale, nel ventre dell'Europa

"Ci aiutate? Stiamo affondando", una voce femminile chiede aiuto in inglese, via radio, da un punto imprecisato del Mediterraneo. "How many people?", "Your position?", ripete con ostinazione un ufficiale italiano, da Lampedusa. Nessuna risposta. Fuocoammare ci fa toccare con mano la portata gigantesca e drammatica del flusso migratorio attuale, dall'Africa verso i confini europei. La parola "emergenza" a Lampedusa non ha senso: tutti i giorni c'è un'emergenza, accade qualcosa.
Proprio ora che l'Europa decide e si spacca sul tema dei migranti, è impotante che un doc come Fuocoammare arrivi nella Berlino di Angela Merkel, nel ventre europeo dove più spesso si danno direzioni e dove non si vede coi propri occhi il primo approdo di centinaia e migliaia di persone in fuga, disperate e senza forze.

2) Lampedusa al di là dei tiggì

Lampedusa per molti è un coacervo di voci e immagini legate ai telegiornali, alla morte, all'emergenza, all'invasione, alla ribellione dei populisti. Lo è stato pure per Rosi, prima di trasferirsi a Lampedusa. "Non si può cogliere il senso di quella tragedia senza un contatto non solo ravvicinato, ma anche continuativo", ha detto il regista, che ha effettuato anche il montaggio sull'isola per garantire il continuo scambio tra realtà e narrazione documentaristica. "Solo così, tra l'altro, avrei potuto comprendere meglio il sentimento dei lampedusani che da vent'anni assistono al ripetersi di questa tragedia".
Vediamo così che i migranti a Lampedusa non si percepiscono, sono come fantasmi di passaggio. Le imbarcazioni per lo più sono intercettate in alto mare. I migranti sbarcano in un molo laterale del porto vecchio, sono portati con un autobus nel Centro di Accoglienza dove sono assistiti e identificati, per poi ripartire verso il continente.
Facciamo anche conoscenza coi lampedusani. Entriamo nelle loro vite e nella loro quotidianità semplice, tramite i giochi del dodicenne Samuele che ama tirar di fionda e soffre di mal di mare. Vediamo Zia Maria che cucina per il marito silenzioso e ascolta canzoni popolari sull'emittente locale Radio Delta. Seguiamo Franco nelle sue immersioni a caccia di ricci e patelle.

3) Lo sguardo sui migranti, persone vere e non numeri

"Non potevamo restare in Nigeria / Molti morivano, c'erano i bombardamenti / Ci bombardavano / e siamo scappati dalla Nigeria / siamo scappati nel deserto, / nel deserto del Sahara, / molti sono morti. / Nel deserto del Sahara molti sono morti / Sono stati uccisi, stuprati / Non potevamo restare / Siamo scappati in Libia / E in Libia c'era l'ISIS / e non potevamo rimanere / Abbiamo pianto in ginocchio: 'Cosa faremo?'". Così canta, nel Centro di Accoglienza di Lampedusa, un migrante appena arrivato, con i suoi compagni di viaggio, in una sorta di gospel che racconta la loro odissea.
Fuocoammareci fa vedere i migranti più da vicino, persone vere e non numeri da contare alla tv. 
Li vediamo sui barconi, tremanti o febbricitanti, coperti di ustioni chimiche da carburante, docili nel seguire le indicazioni degli angeli in tuta e mascherina bianche sopraggiunti in soccorso. Li vediamo ordinati in fila, con un numero in mano accanto al volto per la foto identificativa, avvolti in coperte isotermiche. E poi eccoli, piangenti, con tanta dignità, e a volte le lacrime son rosso sangue. Rosi non ci risparmia i corpi senza vita, ammassati sulle stive, la "terza classe" di quei viaggi tra vita e morte. È giusto così. Per svegliare le coscienze. 

4) L'invito a essere tutti "pescatori"

Rosi sostiene che il suo "non vuole essere un film politico, anche se forse lo è a prescindere".
Tra i lampedusani che Fuocoammare ci fa conoscere, spicca in stazza morale il dottor Pietro Bartolo, direttore sanitario dell'Asl locale che da trent'anni cura i lampedusani e da quasi altrettanti assiste a ogni singolo sbarco, stabilendo chi va in ospedale, chi va nel Centro di Accoglienza e chi è deceduto.
Da Lampedusa emerge un messaggio, che tutti dovrebbero far proprio: "Quando chiesi al dottore come mai Lampedusa fosse così generosa", ha raccontato Rosi, "lui mi rispose: perché siamo una terra di pescatori, e i pescatori accolgono quello che viene dal mare. Dovremmo imparare tutti a essere un po' più pescatori". A Berlino c'era anche il dottor Bartolo, che in conferenza stampa ha detto: "Anche pochi minuti fa, stasera, c'è stato uno sbarco a Lampedusa, di 350 persone. Il mare è vita, non deve essere un cimitero". 

5) Berlinale, festival impegnato

La Berlinale è un festival sempre molto attento alle tematiche sociali e all'impegno civile. Guardando al suo palmarès, nel 2015 assegnò l'Orso d'Oro a Taxi Teheran di Jafar Panahi, regista iraniano vessato dal regime; nel 2013 a Il caso Kerenes, film che tramite un complicato rapporto madre-figlio indaga sulla corruzione della società rumena. Nel 2012 spettò ancora all'Italia festeggiare: vinsero i fratelli Taviani con Cesare deve morire, docu-drama girato all'interno del carcere di Rebibbia. La vittoria di Fuocoammare è una conferma lungo la direzione storicamente intrapresa dal Festival di Berlino.

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