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DOMINIQUE FAGET/AFP/Getty Images
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Generazione Bataclan: la Storia siamo noi?

Turchi che abbattono aerei russi sul confine siriano. Bombe che esplodono nei locali notturni di Parigi. Cacce all’uomo in Belgio. Cinture esplosive ritrovate. Cellule terroristiche dormienti risvegliate. Il Giubileo della misericordia trasformato nel giubileo del terrore (o della paranoia). Lo spauracchio di uno scontro di civiltà.

Ancora: video di atrocità ataviche girati con una maestria comunicativa post-hollywoodiana, il virus della paura che diventa virale, internet, pensato dai romantici come il motore del rinascimento democratico, strumento di reclutamento e megafono di odio e fobie, periferie sotto accusa e centri cittadini sotto attacco, appelli per la pace e proclami di guerra.

Lo spettacolo delle macerie

E mentre la città che ospita il parlamento europeo è costretta a guardarsi con gli occhi rabbiosi di un “nemico” che dei nostri (presunti) valori non vuole saperne (forse perché gli Stati europei che hanno disegnato a tavolino i loro Stati “canaglia” risultano interlocutori poco credibili?), coi democratici Tornado tedeschi pronti a sollevarsi in volo, eccoci protagonisti dello spettacolo delle macerie del nostro presente, edificato sulle macerie del nostro passato.

Nella nostra memoria ci sono stati anni irrilevanti come giorni, con la Storia apparentemente scomparsa per far posto alla cronaca. I nostri annoiati occhi occidentali sembravano capaci di ridestarsi solo per i torbidi fatti di cronaca locali (infanticidi e uxoricidi hanno raccolto tutte le energie di chi doveva destinare spazi e stabilire priorità d’importanza di quel che valeva la pena raccontare nei media tradizionali).

Quasi unica eccezione, specie in Italia, il teatrino della politica e della malavita, non a caso espressione di grandi successi nazionali del filone editoriale Kasta&Kamorra (argomenti decisamente più noiosi di Sadomasochismo&Vampiri, dietro a bestseller di portata mondiale), trasformando scontrini in pizzini e rimborsi in tangenti.

Oggi, ogni giorno sembra un anno, la cronaca giudiziaria ha ceduto il posto alla politica internazionale e noi scopriamo d'un tratto che la Siria (e la Libia, e la Tunisia, e l’Iran, e la Turchia, e…) non è poi così lontana.

Oltre che di calcio e serie tv, parliamo di petrolio e strategie militari bevendo il cappuccino, coloriamo le nostre foto profilo e twittiamo sconvolti mentre prenotiamo appuntamenti dagli psicologi e ci inventiamo percorsi alternativi per andare in ufficio senza prendere il metrò.

We are the world

Il mondo ci sembra diventato più piccolo.

Solo che We are the world non è mai stata una canzone, o un’aspirazione ideale, ma un fatto, innanzitutto economico, quindi sociale, che ci riguarda da un bel po’.

Oggi, piace a tutti i golosoni della sociologia spicciola parlare di “generazione Bataclan”.

Se ancora non esiste, probabilmente esisterà presto un istant-book con questo titolo. O magari un film, anche se sarebbe meglio una serie tv (la trama si fa da sé, con mediocri fumettisti ammazzati a colpi di kalashnikov e decapitazioni nel deserto, basterebbe investirci il giusto volume di soldi per farne un blockbuster).

Ci sembra tutto nuovo, pauroso, frenetico.

Ci domandiamo: quando è ricominciata la Storia?

I giovani europei di oggi, oggi si credono più vulnerabili e coinvolti negli eventi del resto del mondo che mai. Ma non serve andare alla Seconda guerra mondiale rimpiante da Miss Italia per rendersi conto che il rapporto tra gioventù e guerra non è una novità di questi giorni.

Basterebbe sfogliare una cronologia delle ultime decadi, per scoprire facilmente che, dal crollo del Muro nell’89, tra primavere, estati, autunni, inverni e ancora primavere, le stagioni delle stragi e delle guerre non sono mai mancate (Golfo, Balcani, Torri Gemelle…), come non sono mai mancate le "generazioni" raccolte loro attorno.

La storia siamo noi?

Noi giovani europei scopriamo oggi di essere la generazione Bataclan perché la nostra routine sta cambiando. E ogni sacco della spazzatura diventa potenzialmente una bomba che paralizza il traffico, ogni bottiglietta d’acqua in aeroporto sembra poter contenere ordigni nucleari, e ci viene detto che non siamo più al sicuro da nessuna parte.

Ma i nostri "martiri", che celebriamo con funerali di stato, sono ancora solo vittime occasionali, la cui unica colpa (ma anche il cui unico “merito”) è quello di trovarsi tragicamente al posto sbagliato al momento sbagliato.

Nel mondo, ogni strage, ogni guerra, ogni spartizione, ogni scontro, ogni privazione e ogni violenza, ha dato vita a infinite generazioni di martiri veri, che al Bataclan non hanno - e mai avrebbero – messo piede. Il mondo è pieno di giovani generazioni che hanno combattuto e combattono, a torto o a ragione, non solo per gli ideali più disparati, ma anche perché sono costretti a farlo.

Esattamente quel che accadde ai nostri nonni e ai nostri bisnonni, giovani europei che hanno fatto e subito la Storia.

La stessa Storia che non è mai ricominciata, perché non è mai finita.

E anche per noi, questo solo l'inizio.

Si sente dire che "chi vuol chiuderci in casa non avrà la meglio".

Cantava De Gregori: “la Storia non si ferma davvero davanti a un portone".

Varcato quello, ci busserà alla porta.

La primavera è finita.

Chi guarda Game of Thrones lo sa bene: "Winter is coming".

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