Fitto e Verdini, i dissidenti di Forza Italia

"Così s’osserva in me lo contrapasso". A dirlo non è Raffaele Fitto, né Denis Verdini, ma piuttosto Bertran de Born, nobile provenzale, guerriero e poeta raffinato, che Dante pone all’Inferno come seminatore di discordia per aver indotto alla guerra fra loro  Enrico II, re d’Inghilterra, e il figlio Enrico il giovane (con pessimi risultati per quest’ultimo). È a Bertran che l’Alighieri affida il compito di spiegare come vengono puniti i dannati all’Inferno: con una pena che ricorda la loro colpa, ripetendola o rovesciandola nel modo più doloroso per loro. Il nobile provenzale, colpevole di avere diviso persone così naturalmente legate come padre e figlio, è punito avendo il corpo separato dalla testa, che porta in giro reggendola “con mano a guisa di lanterna”.

Dante Alighieri ambienta il suo viaggio nell’oltretomba nel 1300, troppo presto per dedicare una punizione adeguata per Fitto e Verdini (quest’ultimo in particolare, fiorentino come lui, sarebbe stato certamente oggetto di qualcuna delle feroci invettive che il sommo poeta non lesinava ai suoi concittadini). In mancanza, i due ci stanno pensando da soli, almeno se andrà in porto il disegno che l’ex-ministro (fittiano) Saverio Romano sta predicando da tempo.

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I due "dissidenti" di Forza Italia – così ragiona il potente politico siciliano, già democristiano, e quindi aduso alle convergenze parallele e ad ogni altro ossimoro – quando lasceranno anche formalmente Berlusconi saranno entrambi troppo deboli per avere dei gruppi parlamentari autonomi, e comunque una massa critica in gradi di pesare in Parlamento. Se invece si mettessero insieme, supererebbero agevolmente la soglia di 20 deputati necessaria per creare un gruppo parlamentare (il che significa sede, strutture, denaro) e potrebbero navigare nel confuso mare della politica italiana con maggiore forza e capacità contrattuale.

Prima uniti...

Che c’entra tutto questo con l’Inferno di Dante? Per capirlo, bisogna fare qualche passo indietro. Un tempo, neppure molto lontano, Fitto e Verdini erano grandi amici. Era l’ultima stagione del Popolo della Libertà, quella del conflitto fra i "governativi", guidati da Alfano e i "lealisti" (a Berlusconi) i cui portabandiera erano appunto Fitto e Verdini, uno più intransigente dell’altro nel chiedere la cacciata dei "ribelli" alfaniani. Chi tentò timidamente una mediazione, come Romani e Matteoli, veniva indicato dai due arrabbiati berlusconiani come pavido o doppiogiochista.

... poi divisi

Le cose cambiarono quando la frattura con NCD fu consumata. Allora le strade di Fitto e di Verdini si divisero bruscamente. Mentre Fitto, con poca elasticità mentale, ma con qualche coerenza, continuava ad invocare un’opposizione dura e pura, Verdini cominciò a tessere la tela del “Patto del Nazareno” (che sarebbe stata un’operazione politica intelligente, se per Renzi conoscesse la differenza fra operazioni politiche e cannibalismo).

Da alleati, i due divennero nemici irriducibili, fino al punto che Fitto organizzò le proprie truppe per votare contro le riforme che Verdini e Luca Lotti concordavano a nome di Berlusconi e Renzi. I "fittiani" non avendo il coraggio di attaccare Berlusconi direttamente, rovesciavano su Verdini ogni sorta di accuse, contumelie, sospetti.

Poi accadde che Berlusconi, disposto a rischiare ma non a farsi prendere per il naso, si accorse che il Patto del Nazareno non era un patto, ma solo un modo per Renzi di trovare una sponda per regolare i suoi conti interni al PD. Quindi il Patto si ruppe, e Forza Italia imboccò la strada di un’opposizione frontale al PD, anche sulle riforme. Proprio come Fitto chiedeva a gran voce.

Inspiegabilmente, il rampollo democristiano pugliese, invece di esultare, protestò più di prima, fino a promuovere liste dissidenti da Forza Italia per le elezioni regionali (tali liste, in nome della coerenza, sono alleate con NCD, cioè un partito alleato di governo di Renzi). Verdini stavolta è stato più coerente, o più ostinato: convinto che la strada dell’accordo con Renzi fosse quella giusta, o forse nostalgico del ruolo strategico che aveva ricoperto in quella fase, non ha accettato il cambiamento di linea, e da allora ostenta silenzio e distacco, ma lavora febbrilmente per staccare da Forza Italia deputati e senatori a lui legati, per portarli in dote a Renzi, resuscitando un “mini-Nazareno” a suo uso e consumo.

Insomma, oggi sia Fitto che Verdini dissentono, ma dissentono per ragioni fra loro opposte. Sia Fitto che Verdini se ne vogliono andare, ma in direzioni opposte.

Eppure, costretti dalla crudele legge dei numeri, che per loro sono davvero scarsi, forse saranno costretti a stare di nuovo insieme. Per rimanere nelle beghe toscane care a Dante, il feroce aretino Bianconi (fittiano e anti-renziano della prim’ora) e il raffinato fiorentino Parisi (verdiniano e renziano per eccellenza) invece di combattersi come a Montaperti si troveranno di nuovo insieme? Noi qui all’Inferno lo speriamo: un caso di contrappasso così perfetto neppure Dante seppe immaginarlo.

Dove andrà la nuova navicella varata da questi due improbabili armatori? La risposta forse ce la può dare ancora Dante: "legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco".

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