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Donald Trump, tra delirio nativista e mosse elettorali

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Donald Trump durante un dibattito con gli altri candidati repubblicani
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Il multimilionario americano Donald Trump

Probabilmente le domande da farsi davanti al delirio nativista di Donald Trump sono: dove spingerà il partito repubblicano?
Trascinerà con la sua retorica gli altri candidati del Gop sulle sue posizioni sempre più estremiste?

Ora tutto il mondo si è reso conto della gravità delle uscite del multimiliardario newyorkese, dopo che lunedì ha confezionato due proposte shock, insieme ridicole e preoccupanti: 1) chiudere le frontiere a tutti i musulmani che vogliono entrare nel paese (anche a chi è cittadino americano ed è momentaneamente all'estero); 2) bloccare internet per motivi di "sicurezza".

Amore per il waterboarding
Uscite che sono però la fase più recente della discesa nel ventre oscuro dell'America di questo ricchissimo narciso che, solo negli ultimi giorni, non ha esitato a schernire, imitandone le movenze, un giornalista del New York Timesdisabile; ha esaltato l'uso delle torture - in particolare gli piace molto il waterboarding; ha detto che i musulmani del New Jersey hanno festeggiato con balli e canti vedendo le torri del World Trade Center cadere l'11 settembre; ha ribadito che chi manifesta nelle strade deve essere picchiato dalla polizia. Gli piace evocare spesso l'importanza dell'uomo forte.
E la lista sarebbe assai lunga, ma non è necessario compilarla tutta.
Colpisce che l'Economist abbia esplicitamente scritto che Trump richiami l'idea di un fascismo "bouffant".

Prima all'attacco dei messicani
Basta aggiungere che l'infinita campagna elettorale di Trump è incominciata qualche mese fa con un attacco indiscriminato ai messicani e poi, forse anche perché qualcuno deve avergli suggerito che esagerare con i latinos avrebbe compromesso un po' delle sue possibilità di stare in gara (non solo eventualmente dopo la nomination repubblicana nella contesa per la presidenza, ma persino nelle primarie del Gop, visto che i suoi avversari interni, soprattutto Ted Cruz e Mario Rubio, provano almeno a parlare anche alla "minoranza" ispanica, ormai numerosa e piuttosto influente), ha decisamente virato, puntando tutto contro i musulmani.

Contro i musulmani
Sostenendo, per esempio, che i musulmani americani dovessero essere tutti registrati; poi che, diventato presidente, avrebbe deportato i siriani entrati nel paese (insieme a 11 milioni di immigrati irregolari).

Detto questo, e considerato che probabilmente Trump non vincerà nemmeno le primarie, pur non essendo chiaro perché stia facendo questa campagna elettorale, la domanda posta all'inizio sulla deriva del partito repubblicano è pertinente per almeno due motivi.

L'agenda del partito repubblicano
Il primo è che un candidato così estremista, così rumoroso, così incurante degli eccessi, così incline a parlare ai sentimenti peggiori dell'America rischia di spostare a destra tutta l'agenda della campagna del partito repubblicano. Che, visti i candidati in corsa è già piuttosto a destra.

L'Economist (quindi un settimanale non proprio schierato a sinistra) ha per esempio ricordato un paio di settimane fa la levata di scudi di congressisti, senatori, governatori, oltre che di candidati alla presidenza Gop, contro la decisione del presidente Obama di accogliere 10mila rifugiati siriani. Oppure il fatto che Jeb Bush e Cruz abbiano proposto di fare entrare negli Usa solo i siriani di religione cristiana. E ancora, Ben Carson si è esposto con un audace e originale paragone fra i rifugiati e i cani rabbiosi.

Solo che gli altri, Rubio e Cruz specialmente, stanno cercando di stare in equilibrio. Nel senso che, come ha scritto George Packer sul New Yorker, Rubio e Cruz, dicono cose abbastanza estreme da competere con Trump, ma lo fanno in modo che suonino rispettabili.

I nativisti contro i cattolici
Il secondo motivo per cui la deriva di Trump non va sottovalutata, è che esprime un sentire storicamente presente negli Usa.
Presente almeno da un secolo e mezzo. Dall'affermazione di quel movimento nativista che a partire dagli anni '40 dell'ottocento mobilitò forze di più strati sociali contro gli immigrati - Samuel Morse ne fu uno degli esponenti più in vista.
Soprattutto contro gli immigrati cattolici d'Europa - tedeschi e irlandesi in particolare - accusati di cospirazioni, di usare le chiese come luoghi di sedizione, di minacciare le istituzioni repubblicane, di cospirare per consegnare gli Stati Uniti al Papa.

Il nativismo è per esempio uno dei temi forti di Gangs of New York di Herbert Asbury, dal quale Martin Scorsese ricavò l'epico film che concentrò nello scontro dei Five Points la drammatizzazione del confronto.
Il nativismo divenne fortissimo negli anni '90 del secolo quando si rivolse invece contro italiani e slavi e contro gli ebrei, e nel sud reclutò fra le sue file il Ku Klux Klan rinato dopo la Ricostruzione seguita alla guerra civile.

Crisi economica e paura
Alcuni dei motivi profondi di questa cultura politica, quasi come un fiume sotterraneo che ogni tanto emerge, sono oggi di nuovo particolarmente evidenti. Per esempio, le difficoltà economiche che portano accuse agli immigrati che "rubano posti di lavoro" e alla globalizzazione che li esporta. Oppure, la minaccia alla semplicità e alla schiettezza della "small-town America" (uno dei cavalli di battaglia di Henry Ford, che in particolare ce l'aveva con gli ebrei).
E ancora, e soprattutto, l'ansia e la paura di chi minaccia la sicurezza, in particolare le quinte colonne: gli americani di origine giapponese durante la seconda guerra mondiale, i comunisti e i "compagni di strada" durante la guerra fredda e negli anni '20.

La fortezza da difendere
Tutte condizioni che sembrano oggi presentarsi contemporaneamente.
L'Economist del 28 novembre 2015 sottolinea poi due forze tipiche della vita pubblica degli Stati Uniti che ne condizionano da sempre la politica.
Una è la convinzione e, insieme, la speranza, che quel che conta, per l'America, sia proteggere i propri cittadini, come in una fortezza, dai pericoli e dai miscredenti in arrivo dall'estero.

La grandezza del patchwork
L'altra è l'evoluzione forte e incontenibile, lenta ma sconcertante per moltissimi americani, da un paese a maggioranza bianca e cristiana a uno che dal secolarismo e dall'essere un patchwork di nazionalità e culture trae la sua vera forza e vitalità. Il che è possibile solo in una società aperta.

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