Martina Levato Achille coppia acido
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
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"Date subito una mamma e un papà ad Achille"

In quello che si è trasformato, con italica puntualità, nel dibattito dei partiti contrapposti sulla questione del destino del figlio di Martina Levato e Alexander Boettcher, oggi voglio dare voce ad una persona a me molto cara che, forse, più di altri può proporre un punto di vista, qualche osservazione, un ammonimento alle istituzioni che si stanno occupando del caso. Ho dovuto vincere la sua innata ritrosia a parlare di se. Certe ferite dell’anima sono destinate a non rimarginarsi mai e non è certo curativo riaprirle. Per una volta ha voluto fare un’eccezione, attraverso di me, ed io gliene sono estremamente grato. Leggete e capirete il perché.


“Achille è figlio di un amore bugiardo. Anche io lo sono. Non saprei giudicare sua madre e suo padre né mi interessa farlo, anche se la gravità delle loro azioni parla da sola. Ma ciò che mi sento di condividere è la preoccupazione di molti per il futuro di un essere incolpevole della cui sorte oggi tutti sembrano preoccuparsi ma che, tra qualche anno, nessuno ricorderà più. E allora il suo bene o il suo male saranno compiuti, con tutte le conseguenze del caso. Lui ora non ha alcuna possibilità di scelta come, del resto, è stato per me. Altri devono scegliere per lui e, nel farlo, non devono perdere tempo o farsi influenzare dal mutevole e chiassoso dibattito pubblico dove a regnare è la voglia di protagonismo del maitre à penser di turno. Devono avere coraggio: quel coraggio che nel mio caso è mancato, con gli effetti che dirò.
Sono nata da una coppia improbabile. Lui lo potremmo definire un delinquente comune; lei, con un eufemismo, una poco di buono. L’ho scoperto solo molti anni dopo quando, appena maggiorenne, decisi di buttare uno sguardo indietro sul mio passato divorata dai «perché?». Mi recai al paese dove ero nata e li trovai entrambi con una vita propria, ma con una comune e malcelata indifferenza verso di me. Mi lasciai dietro quell’immagine con un misto di rabbia e disgusto: un’altra istantanea che forse un miglior destino avrebbe potuto risparmiarmi.
Ho ricordi sfuocati della mia prima infanzia, del resto dopo poco più di un anno ero già ospite di un istituto religioso così come due fratelli e una sorella del cui destino non ho contezza. Qualche anno fa provai a chiedere al Tribunale di offrirmi un’occasione per rivederli, ma mi fu negato. Per la legge italiana non ne avevo diritto. Avevo diritto, invece, a risultare anagraficamente ancora figlia di due sconosciuti, perché per me tali erano, e di portare il loro cognome.
Per quello che ho potuto ricostruire, a lungo le istituzioni dibatterono intorno alla mia adottabilità. Erano tempi in cui la «sacralità» della famiglia veniva difesa oltre ogni ragione dalla Chiesa, che gestiva la maggior parte degli istituti dove orfani e bambini in stato di abbandono trovavano riparo. C’era sempre la speranza del «ravvedimento divino» di quei genitori, che per scelta o sciagura non potevano o volevano prendersi cura dei figli.
E così, tra una prece ed una carta bollata la mia storia finì nel dimenticatoio mentre cominciava un lungo pellegrinaggio tra istituti e affidi temporanei dove quella domanda non smetteva mai di assillarmi: «Perché a me?». Se oggi guardo a storie di bambini, figli di amici o conoscenti, adottati immediatamente dopo la nascita riesco a pensare che, quanto meno, i perché siano arrivati in età adulta o non siano arrivati affatto. In entrambi i casi a quei bambini sarà stato evitato quell’oscuro male dell’anima che, a distanza di quasi 50 anni, ancora affligge le mie notti e attraversa i miei pensieri di persona con una soddisfacente realizzazione umana e professionale; questo fantasma prende il nome di «sindrome da abbandono».
Crescevo e, via via, diventavo un soggetto sempre più problematico nell’ottica dell’adozione. I bambini alla nascita sono «merce pregiata», ma a sette otto anni diventano un «saldo di magazzino», soprattutto se nei loro occhi leggi il raziocinio con il quale sono precocemente consapevoli del loro essere creature abbandonate a se stesse da chi aveva l’obbligo innato di crescerle e proteggerle. Quella forma di coscienza di sé fa paura. Potrò forse apparire cruda nell’usare certi termini ma oltre la finzione di Hector Malot esiste una realtà che, molto spesso, non lascia spazi ai migliori sentimenti, a quel buonismo manicheo di cui è intrisa una certa «cultura della comprensione». 
Quando, intorno ai 12 anni, il mio destino sembrava avviato verso una tutela perenne, si presentò quella coppia. Non venivamo propriamente esposti in vetrina, ma il passeggio tra i locali dell’istituto di un uomo e una donna accompagnati dalla madre superiora era il segnale che per uno di noi si stava aprendo un’opportunità. Nel mio caso le religiose oramai erano arrivate a «sconsigliarmi» larvatamente alle coppie in visita, perché diverse volte ero già partita e ritornata e l’età non era più quella migliore per una crescita e un’educazione agevoli, non era più quella più «gettonata» dagli aspiranti genitori.

Quando la donna mi guardò e disse «voglio lei», non so descrivere le emozioni che mi avvolsero. Forse era arrivato anche per me il momento di avere «una mamma e un papà», come tutti i bambini, a sentirmi amata e rispettata, a essere a pieno titolo parte di una famiglia vera.

Iniziò così un periodo di affiancamento e di transizione fino a quando, non molto tempo dopo, mi trasferii a vivere stabilmente con loro. Avevo una camera tutta mia in una bellissima casa. Loro lavoravano tanto e li vedevo solo la sera, ma a me bastava così. Avevo una casa, avevo una famiglia e, dopo tante resistenze interiori. cominciai a pronunciare quegli appellativi: «mamma» e «papà».

Potrebbe sembrare, in fondo, il lieto fine di una storia iniziata male ma, solo pochi anni dopo dovetti scoprire un’altra, amara, realtà. Non avevo mai dato peso al fatto che nei miei documenti apparissero due cognomi, uno di quella che ritenevo la mia famiglia adottiva l’altro quello d’origine. Per un’adolescente nelle mie condizioni certe sottigliezze burocratiche valevano la carta sulla quale erano scritte.

Intorno ai 20 anni, però, mi procurai un certificato anagrafico dove alla voce paternità e maternità risultavano ancora i nomi dei miei genitori naturali. Chiesi spiegazioni per scoprire che i miei nuovi «genitori», piuttosto che adottarmi, avevano preferito la più prudenziale «affiliazione»: un istituto abrogato dalla riforma del diritto di famiglia degli anni Ottanta che non creava alcun rapporto di parentela tra affilianti e affiliato, concedendo solo a quest’ultimo di aggiungere il cognome dei primi al proprio. Un limbo dal quale non mi sarei mai più liberata.

Ero tornata ad essere la «figlia di nessuno» che, evidentemente, il destino aveva voluto che restassi. Anche a questi ultimi «genitori di complemento» era mancato il coraggio. Il coraggio di amarmi fino in fondo.

Scoprii anni dopo che quelli che consideravo la mia «mamma» e il mio «papà» avevano probabilmente ceduto a pressioni di parenti interessati e voraci, che vedevano in me una pericolosa minaccia per i loro piani ereditari. Io, una minaccia… io che a 20 anni volevo ancora e solo la mamma…
Non ho saputo nè voluto odiarli per questo. Alla fine, cercando di guardare sempre al lato buono delle cose, avevano avuto il merito di affrancarmi dall’istituto. Credo di essere stata, fondamentalmente, una «buona azione» nelle loro intenzioni. E per questo una qualche forma di «gratitudine» ho sempre inteso riservargliela.

Me ne dovetti fare una ragione e costruirmi, lontano da tanto squallore, una mia vita che è storia di oggi e che, in fondo, mi ha ripagata, almeno in parte, di tutto quanto ho cercato di descrivere nella brevità necessaria.

Oggi che sono mamma e guardo mio figlio crescere sereno e amato, mi chiedo ancora «perché proprio a me?». Un perché che avrei preferito non dovermi porre mai. E spesso mi domando come sarebbe stata la mia vita senza incertezze, con un’identità definita, in un senso o in un altro. Perciò dico a quei giudici qualunque sia la vostra decisione definitiva, prendetela subito. Domani sarà troppo tardi.”

M.A.

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