Daniele Piervincenzi: "Vi racconto chi sono i #RagazziContro"

Chi sono gli adolescenti italiani di oggi? Quali sono le loro paure, i loro disagi, i loro sogni? Da quale prospettiva osservano il presente e guardano a futuro? Sono queste alcune delle domande cui prova a dare risposta #RagazziContro, il nuovo programma di Rai 2 condotto Daniele Piervincenzi, in onda in seconda serata da mercoledì 6 novembre, un ritratto crudo, quasi un pugno allo stomaco, della "generazione social". “È un esperimento televisivo nel quale ci siamo presi molte libertà per osservare meglio i ragazzi, discutendo con loro di bullismo, disabilità, razzismo e altri temi di grande attualità”, spiega il giornalista a Panorama.it.

Come nasce questo viaggio immersivo tra gli adolescenti di oggi?

Ero al quartiere Borgo Vecchio di Palermo, a girare un’inchiesta per Nemo. Entrammo in una scuola di fronte al carcere dell’Ucciardone e fu una sorta di rivelazione: c’erano ragazzi di 13 anni già tatuati, dalle storie intense, alcuni dei quali avevano il padre in carcere. Ho incontrato un gruppo di docenti che erano lì per vocazione e ho pensato a quanto sarebbe stato interessante raccontare quelle realtà.

La scuola di trincea, insomma.

La scuola di frontiera, dove ci sono ragazzi che hanno tre vite alle spalle e si confrontano con temi delicati. Più in generale, mi piaceva l’idea di raccontare la scuola come avamposto di civiltà e fare un viaggio esplorativo nell’adolescenza. Umanamente è stata un’esperienza intensa.

È più un docu-reality o un esperimento tv?

È più un’esperienza antropologica, molto autentica. Non cambiano nulla, non c’è distorsione: il pensiero dei ragazzi, anche quello più scomodo, resta.

Sei più conduttore o narratore di Ragazzi Contro?

Dopo trenta secondi ho capito che non potevo fare il conduttore. Ho cercato di ascoltare, di avere un rapporto paritario con i ragazzi: questo innesca un meccanismo di fiducia che li fa sentire tranquilli, dimenticano le telecamere, e dicono anche cose emotivamente difficili da gestire.

Nella prima puntata, girata all'Istituto Gassman del quartiere Primavalle, a Roma, verrà raccontato il suicidio di un adolescente vittima di bullismo.

Ce lo racconta Emma, sorella di Livio Cinetto morto suicida a soli 16 anni. In quasi tutte le classi, il suicidio è un tema che abbiamo dovuto affrontare, è stato quasi un passaggio obbligatorio. In generale, il tema che li affligge è la paura di sentirsi soli: molti vivono una pressione forte, c’è il timore di essere esclusivi a scuola o sui social. È uno spettro opprimente, alcuni ce la fanno a stento, molti non ce la fanno.

Cos’hai capito degli adolescenti di oggi?

Che vivono i sentimenti a cento all’ora e che sono molto diversi da come li raccontiamo: è una generazione fragile, con una vita di merda che gli abbiamo apparecchiato noi, che li giudichiamo senza capirli e “sfruttiamo” la loro purezza. Sono terrorizzati dal futuro e fanno fatica a esprimere i loro sentimenti. E pensano che siamo noi la generazione sbagliata.

Ci sono sfumature diverse tra nord e sud?

No, vivono tutti le stesse dinamiche, anche se con accenti diversi. E non parlo di accenti linguistici. Molto dipende anche dei professori: in questo racconto abbiamo avuto la fortuna di trovare insegnati che ci credono e si battono, riescono a dargli una formazione scolastica e umana.

Tra i temi più attuali che affronti c’è il cyber bullismo. C’è un aspetto che ti ha colpito?

In generale quanto i social e il web inneschino piccoli e grandi traumi, se non vengono gestiti con gli strumenti giusti. Parlando di questo tema è emerso che il 90% delle ragazze, a 15 anni, ha già ricevuto avances molto esplicite via social e molte hanno dovuto sospendere almeno una volta i loro account. È pieno di predatori - e non parlo di “vecchi sporcaccioni” - e purtroppo proteggere i ragazzi è difficile. Purtroppo poi molti genitori controllano poco o male gli account dei figli.

Davanti a questi episodi, chiedono aiuto?

Sì, ma con un senso di colpevolezza che innesca un meccanismo atroce. La cosa che li manda fuori di testa, ad esempio, è la “gogna mediatica”, come quando sulla chat di Whatsapp la classe intera prende di mira uno di loro. In quel caso è più facile che chiedano aiuto ai professori che ai genitori.

Della proposta del deputato Luigi Marattin, che ha chiesto di rendere obbligatoria la carta d’identità sui social, che idea ti sei fatto?

Una risposta questi ragazzi la richiedono e uno strumento serve perché sono indifesi. Ma queste soluzioni sono strumenti già superati, è difficile stare al passo: si discute di Instagram quando i giovanissimi sono già in massa su Tik Toko ThisCrush, e questi social sono come delle scatole cinesi in cui anche per la polizia postale diventa difficile indagare.

In #RagazziContro si parla anche di disabilità. Qual è il punto di vista dei ragazzi?

Hanno una visione alternativa sulla disabilità così come sul razzismo. Non hanno pregiudizi e imbarazzi, spesso sono molto più solidali di quanto viene raccontato. Sono entrato nelle scuole pieno di pregiudizi che sono crollati, smontati in maniera spiazzante.

Ma il programma parla ai genitori o ragazzi?

Il mio obiettivo è di parlare a entrambi. Io non lo so siamo in grado di fare una tv per questa generazione, ci stiamo provando. È quasi sperimentale, ci stiamo prendendo molte libertà e per questo devo dire grazie a Carlo Freccero.

Ultima domanda. Due anni fa esatti, nel novembre 2017, lei subì un’aggressione a Ostia con la tristemente celebre testata sul naso da parte di Roberto Spada, hai più ricevuto minacce?

No, non ho più ricevuto minacce. Il processo è andato avanti, Spada sta scontando la sua condanna ed io continuo a fare il mio lavoro. Il lavoro degli inquirenti è stato impeccabile però c’è un altro dato preoccupante.

Ovvero?

Di Ostia quasi non si parla più ma purtroppo ci sono altri gruppi criminali che si sono insediati al posto dei Spada: l’eredità è già passata nelle mani di alcun clan napoletani.

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