Raffaella A.L. Savino, dirigente di due istituti in provincia di Reggio Emilia.
Salute

«Con la collaborazione di tutti, siamo riusciti a riaprire la scuola in sicurezza»

Raffaella A.L. Savino, preside di due istituti comprensivi in provincia di Reggio Emilia, racconta il primo giorno dei suoi 2100 allievi. Che hanno trovato tutte le aule pronte ad accoglierli. Merito della collaborazione fra comuni, docenti e genitori. Ma anche dell'autonomia scolastica.


«Il Covid ci ha spronato a realizzare effettivamente l'autonomia organizzativa scolastica». Stanca ma soddisfatta, la preside Raffaella A.L. Savino racconta a Panorama il primo giorno di scuola dei suoi 2100 studenti e tira le fila dell'esperienza maturata negli scorsi sei mesi, i più impegnativi della sua carriera. Nominata un anno fa dirigente titolare dell'Istituto comprensivo di Sant'Ilario D'Enza, in provincia di Reggio Emilia, dal primo settembre 2020 questa ex docente di filosofia di un liceo dell'Aquila è diventata anche reggente dell'Istituto comprensivo Einstein di Reggio Emilia. In tutto, 15 plessi scolastici, che vanno dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di primo grado. Un impegno gravosissimo, che la professoressa Savino ha affrontato con determinazione e il sorriso sulle labbra.


Il primo giorno di scuola è andato bene?

«Bene sì, ma che fatica... A Calerno, una frazioncina del comune di Sant'Ilario, per esempio gli allievi sono rientrati nella loro scuola, che l'anno scorso era stata spostata perché era in fase di ristrutturazione. Lì abbiamo avuto un'emergenza: all'ultimo momento è saltato fuori un ritardo nella consegna dei serramenti. Essendo un palazzo di inizio Novecento, non erano standard ma avevano la parte superiore arrotondata. Insomma, abbiamo dormito quattro ore a notte per riprogrammare gli spazi del plesso, ma ce l'abbiamo fatta. È stata una lotta contro il tempo per avere il collaudo, che c'è venerdì. E la consegna delle chiavi è avvenuta il 14 mattina alle ore 7,15. Per non parlare dei bollini per delimitare i banchi. Per posizionarli, i nostri collaboratori scolastici hanno lavorato anche domenica 13, con l'aiuto di alcuni genitori».

Addirittura...

«Sì, la ditta che si occupava della segnaletica orizzontale, per indicare le vie d'ingresso e d'uscita non riusciva a mettere per lunedì mattina i bollini che delimitavano la posizione del banco in tutte le classi. Allora abbiamo chiesto la disponibilità dei genitori».

Quanti genitori c'erano?

«Abbiamo autorizzato l'accesso a cinque genitori, più il docente volontario. È stata una corsa contro il tempo, ma siamo riusciti ad avere la scuola in regola per il 14 mattina. All'ultimo momento, con il fiato in gola, non dormendo di notte, ma ce l'abbiamo fatta. E il 14 mattina a inaugurare l'anno scolastico c'era anche il sindaco, un violinista in pensione di nome Carlo Perrucchetti. Nei giorni scorsi avevamo incontrato assieme le famiglie, in particolare quelle della scuola di Calerno, che temevano che i loro figli non avessero le finestre a scuola».

A parte questa situazione eccezionale, com'è stato il rientro?

«A Sant'Ilario, per esempio, le mie quattro scuole avevano cinque ingressi. Adesso sono diventati 16. Chiaramente è stata fondamentale la collaborazione con l'ente locale, che ha dovuto fare dei lavori, aprire cancelli, portare in ghiaia in più nei parchi. Da soli non si riesce a fare niente. Insieme, nel rispetto reciproco, si fanno magie».

E il 14 non c'erano neanche code davanti alle scuole?

«No, no, nessuna coda. Anche perché il direttore dell'Ufficio Scolastico Regionale per l'Emilia-Romagna, Stefano Versari, già quest'estate ci ha invitato a valutare anche la scuola all'aperto. Nel mio caso, di scuole all'aperto ce ne saranno tante, almeno nei giorni di bel tempo. A Sant'Ilario tre plessi su quattro hanno spazi esterni. Tanto che il 14 mattina anche l'accoglienza delle classi prime è stata fatta all'aperto. E anche le attività motorie si possono fare all'aperto».

Vivaddio! Eccome se non si possono fare fuori.

«Certo. A Reggio Emilia ho due scuole dell'infanzia...»

… quelle sono famose in tutto il mondo.

«Lì volevo arrivare... In particolare in quella di Gavasseto, dove c'è una sola sezione, le due insegnanti avranno l'imbarazzo della scelta. Certo, sul retro abbiamo fatto dei lavori, abbiamo riperimetrato le pertinenze, ma hanno la possibilità di stare all'aperto. E anche lì hanno fatto l'accoglienza all'aperto. Se ce l'abbiamo fatta è anche perché abbiamo scuole che offrono molteplici possibilità. Poi c'è un altro aspetto che ha molto aiutato».

Quale?

«Quello dell'autonomia scolastica. Se ne parla da tempo, ma mai come ora grazie al Covid la stiamo effettivamente mettendo in pratica. Per esempio in una scuola di Reggio Emilia, per garantire il distanziamento, due classi diventeranno tre gruppi. Noi abbiamo fatto di necessità virtù, organizzandoci con un approccio modulare. Queste sono modalità contemplate nel dpr 275 del 1999, che riguardano in particolare l'autonomia organizzativa. Solo grazie all'autonomia noi ce la stiamo facendo».

Quindi il dpr sull'autonomia vi ha consentito di organizzare gli spazi in base alle vostre esigenze?

«Non solo gli spazi, ma anche tutte le attività didattiche, come ad esempio la turnazione dei docenti».

In un certo senso è merito del Covid?

«Diciamo che, grazie al virus, siamo stati tutti costretti a mettere in atto l'autonomia organizzativa. Perché noi stiamo procedendo in deroga ai parametri standard. Per esempio siamo stati autorizzati, nella tutela della salute degli studenti e del personale, a prevedere gruppi classe di 18 allievi. Chiaramente nel momento in cui ho diviso la classe in due ho avuto bisogno di più personale. E grazie all'autonomia sono riuscita ad averlo. Diciamo che il Covid è stato una bella palestra, sopratutto per i neo-dirigenti come me. È stato una sfida: l'anno scorso non è stato un anno ordinario e anche questo sarà stra-ordinario, nel senso etimologico. E sarà uno stimolo a realizzare effettivamente l'autonomia, risolvendo i problemi».

Concludendo, sono sorti imprevisti che avete risolto, ma ce l'avete fatta. È così?

«Concludendo io direi che il Covid è stata una brutta cosa: nessuno vuole minimizzare, non siamo negazionisti. Ma vorrei invitare a leggere gli aspetti positivi di quest'emergenza, che ha permesso a tutti di acquisire nuove competenze. Noi tutti, nel male abbiamo imparato a fare qualcosa di nuovo. E abbiamo capito che, da soli, non ce l'avremmo potuta fare».


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