Il caso Spotlight
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Il caso Spotlight: 5 motivi per cui ha vinto l'Oscar (e per vederlo)

A conti fattiMad Max: Fury Road è il film che in questa 88^ edizione ha vinto più Oscar: sei, tutti tecnici. Segue Revenant - Redivivo con tre, tra cui miglior attore e migliore regia, quindi Il caso Spotlight con due, migliore sceneggiatura originale e - l'Oscar più importante - miglior film. Le altre tredici statuette sono state distribuite su altrettanti film.
Snocciolando i premi consegnati nella notte del 28 febbraio dall'Academy of Motion Picture Arts and Sciences è evidente un dato: quest'anno è mancato il "film capolavoro", quello capace di "prendere tutto" e, soprattutto, di unire nelle stesse mani l'Oscar alla regia e quello al miglior film. Non bisogna però credere che Il caso Spotlight (nelle sale italiane dal 18 febbraio) non sia un gran film. Lo è. Con l'umiltà tipica dei film solidi e poco rumorosi

Una curiosità? Il caso Spotlight ha debuttato alla Mostra del cinema di Venezia 2015, fuori concorso, conquistando la stampa. Anche il vincitore dell'Oscar 2015, Birdman, aveva fatto il suo esordio al Lido, nel 2014. Alberto Barbera, per due volte consecutive, ci ha visto lungo.

Ecco 5 motivi per cui Il caso Spotlightha meritato l'Oscar (ed è un film da vedere)

Il caso Spotlight, immagini del film

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Rachel McAdams nel film "Il caso Spotlight"

Il caso Spotlight, immagini del film

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Michael Keaton nel film "Il caso Spotlight"

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Mark Ruffalo nel film "Il caso Spotlight"

Il caso Spotlight, immagini del film

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Michael Keaton nel film "Il caso Spotlight"

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Liev Schreiber nel film "Il caso Spotlight"

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Michael Keaton e Mark Ruffalo nel film "Il caso Spotlight"

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Michael Keaton e Mark Ruffalo nel film "Il caso Spotlight"

1) Un'agghiacciante storia vera

Già il documentario Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio di Alex Gibney nel 2012 aveva aperto una pagina agghiacciante della storia contemporanea della Chiesa cattolica, facendoci conoscere le centinaia di abusi sessuali su minori perpetrate fino a metà anni Settanta da padre Murphy nell'istituto per non udenti St. John di Milwaukee. Ora Il caso Spotlight ci porta dentro una verità non meno esplosiva e orrenda, sotto forma di fiction rigorosa e ottimamente recitata.
Nel 2001 l'inchiesta del team investigavito Spotlight del Boston Globe rivelò con documentazioni meticolose e con precisione senza precedenti la portata sconvolgente dei crimini pedofili compiuti dai religiosi cattolici di Boston e il coinvolgimento della Chiesa che aveva tentato di nasconderli. 
Il caso Spotlight ci mostra avvocati profutamente pagati per insabbiare molestie innumerevoli, cardinali dai modi melliflui che sapevano e hanno celato, preti che usavano il collarino per violentare ragazzini, vittime che hanno perso la Fede. "Non è solo un abuso fisico, ma anche spirituale" racconta una vittima nel film, "ti rubano la Fede". Storia vera. Da conoscere.

2) Il giornalismo che vorremmo

Il caso Spotlight non è solo denuncia, è pure un'ode al reportage d'inchiesta di alto profilo di cui oggi c'è tanta nostalgia e altrettanto bisogno. 
"L'industria del giornalismo è stata decimata nel nostro Paese", aveva detto a Venezia il regista Tom McCarthy, già autore de L'ospite inatteso. "Il film sottolinea l'importanza che può avere a livello locale e nazionale questo tipo di giornalismo, un giornalismo investigativo e locale, quei giornalisti con gli stivali ai piedi in mezzo al fango, che vanno sul posto".
I giornalisti del BostonGlobe hanno sfidato un'istituzione che aveva potere, soldi e risorse e hanno dimostrato che nessuno è intoccabile. Sono eroi comuni a cui, nella finzione de Il caso Spotlight, è impossibile non affezionarsi. Il BostonGlobe vinse il premio Pulitzer per questa coraggiosa inchiesta.

3) Potente prova corale

Il gruppo investigativo del Globe, spronato del neodirettore Marty Baron (interpretato da Liev Schreiber), è composto dal caporedattore del team Walter "Robby" Robinson (Michael Keaton), i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James).
McAdams e Ruffalo sono stati nominati all'Oscar come migliori attori non protagonisti ma non hanno vinto. Questo non perché le loro prestazioni non siano di alto livello, lo sono, ma Il caso Spotlight è un film altamente corale. È la prova d'insieme a dargli forza. Sono le espressioni esterrefatte e sconvolte che passano da un volto all'altro, l'incredulità condivisa, l'ardore crescente della ricerca che lievita negli sguardi di ognuno, man mano che i sospetti diventano certezze e le prove lame dolorose.

4) Rigore senza melodramma

In stile vecchia Hollywood, Il caso Spotlight segue una struttura lineare dal ritmo incalzante. Racconta e ricostruisce in modo rigoroso. Non cade in tentazioni melodrammatiche, a cui l'argomento si presterebbe. I fatti parlano da sé, senza bisogno di forzarli. Mantiene una sobrietà elegante e verace, senza rimanere freddo. Basta la sua verità per colpire il cuore degli spettatori. 

5) Il più convincente

Tra gli otto contendenti all'Oscar come miglior film Il caso Spotlight era il più meritevole, sia per il suo impegno civico che per il valore cinematografico. Anche se Il ponte delle spie è entrato poco nelle grazie dell'Academy (incomprensibile la mancata nomination a Tom Hanks), il film di Steven Spielberg era il rivale più autorevole, molto più del favorito (e sopravvalutato) Revenant - Redivivo

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