Calcio e violenza: parola agli ultras

“Lo stadio è aggregazione ma è anche vero che le nuove norme repressive hanno aumentato la tensione sopratutto all'esterno degli stadi. Se ci aggiungi l'alto tasso di disoccupazione, l'odio verso gli apparati statali e politici e la poca cultura ed educazione civica del nostro Paese, è facile che possa esplodere il tutto in scontri e sfoghi di rabbia repressa. La curva è un posto molto fiero e omertoso: in bocca al lupo per il tuo reportage ma avrai delle difficoltà... Preferisco non parlare con te perché sei una giornalista e io un ultrà in attesa di giudizio”. Così mi dice un tifoso contattato tramite comuni conoscenze, ma poi un altro con accento campano accetta di parlare; ha le stesse riserve verso i media, ma ci sta a rispondere a qualche domanda.

Di Genny che ne pensi?

“Non trovo giusto dare addosso al capo-ultrà del Napoli. I primi morti nel calcio risalgono al 1963 a Salerno, dove un ufficiale di Marina venne ucciso da un proiettile vagante sparato dalle forze di Polizia, quindi non è accaduto nulla di nuovo... A me le scene di sabato non hanno fatto certo piacere, ma è colpa dei media se si è creato il caso”.

Come definisci voi ultras?

"Come il popolo: sono quelli che si alzano la mattina e vanno a lavorare, poi comprano il biglietto per lo stadio e si incazzano alla partita. Il calcio è fatto dal popolo: è la stessa gente che si trova nelle piazze a fare le manifestazioni politiche. Sono le stesse persone che fuori dallo stadio hanno problemi e in situazioni di caos spesso reagiscono male".

Tanto male che nel 2014 uno va a vedere una partita e non sa se torna a casa: ti pare logico?

"Il calcio non è il golf o il rugby, che ha un forte codice etico. Il calcio è fatto anche di violenza tra i giocatori, di allenatori che vengono mandati negli spogliatoi per intemperanze". Quindi gli ultras stanno al calcio come... "Gli ultras sono l’anima di questo sport, senza di loro il calcio non potrebbe vivere. Se non ci fossero gli ultras, tante società - soprattutto quelle minori - non avrebbero alcun seguito".

I club hanno però timore di essere associati agli ultras.

"Peccato però che presidenti e giocatori hanno sempre a che fare con gli ultras. Certo è che gli ultras non ricevono alcun beneficio dalle società sportive, né biglietti né soldi. Chi accetta certi favori, non è uno di noi".

Approfondiamo il rapporto tra società e ultras con un romanista che vanta trent’anni di tifo all'Olimpico. “A partire dagli anni Ottanta, con la sempre maggiore attenzione dei media, i presidenti di alcuni club hanno cominciato a finanziare le coreografie delle curve, ma quei soldi sono stati usati anche per altro: è accaduto di capi-tifosi che ci hanno aperto un videonoleggio... Quando poi i rubinetti si sono chiusi, è cominciata la guerra tra ultras e rispettive società”.

Ma gli ultras come fanno a sostenere da soli i costi di una vita in trasferta?

"Perché secondo te pagano il biglietto del treno o il casello autostradale?".

A proposito di trasferte: a Roma cosa è accaduto?

"Conosco il ragazzo che ha sparato. Ha un chiosco vicino a dove è successo tutto e sulla mano ha tatuato SPQR, per questo è stato aggredito da un gruppo di napoletani e, non essendo uno stinco di santo, ha tirato fuori la pistola per difendersi. Però si sa che tra romani e napoletani succede sempre qualcosa: ha sbagliato chi ha deciso di far giocare la finale di Coppa Italia a Roma. Si sapeva già prima che sarebbe successo qualcosa".

Insomma, era un copione annunciato?

"Sì, senza ombra di dubbio. Basta vedere i precedenti incontri/scontri tra Roma e Napoli: sono due tifoserie che si odiano. Ho un’amica napoletana che tifa Roma e che durante la settimana vive calcisticamente in incognito... Io stesso una volta a Napoli mi sono salvato solo perché mi sono infilato in un’ambulanza".

Ma è valsa la pena vivere così?

"Oggi a 50 anni suonati dico di no. Però posso assicurarti che gli ultras colpiscono solo altri ultras. Non se la prendono mai con altri soggetti".

La realtà, però, racconta anche altro.

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