"Bianco Italia", il '900 in mostra a Parigi: quando gli italiani andavano in bianco

Storici dell’arte del futuro (se ancora ci saranno arte e storici, vista l’aria che tira) guarderanno al ’900 come al secolo in cui i pittori si ribellarono ai colori. È un paradosso, ma è così. Prendete il primo e più radicale di tutti, il russo Kazimir Malevič . Nel 1918 fece una cosa strana, che poi diventò un classico: dipinse un quadrato bianco su fondo bianco. Detto così magari non risulta, ma basta guardarlo, e soprattutto pensarlo, per capire che si tratta di un capolavoro: apoteosi del misticismo, ascetismo verticale benché senza la grazia della vera fede, visione definitiva del vuoto. Fiero di sé Malevič commentò: "Nel vasto spazio del riposo cosmico ho raggiunto il mondo bianco dell’assenza di oggetti, manifestazione del nulla svelato".

Lasciamo stare il cosmo e, atterrando in quel mondo bianco, chiediamoci: dov’è l’Italia? Ci rispondono in coro da Parigi, in una bella mostra alla Tornabuoni Art (avenue Matignon 16) intitolata Bianco Italia (fino al 20 luglio), ben 60 opere. Scelte dalla curatrice Dominique Stella, partono dalla fine degli anni 50, dalle invenzioni di Lucio Fontana, e restano immacolate (bianche che più bianche non si può, martella una pubblicità proprio alla metà dei Sessanta) sulla scena milanese che si coagula attorno alla rivista Azimuth, e fedeli a questo non-colore abbondano anche nel clima congeniale dell’Arte povera. Infine, con esempi più attuali, arrivano a dirci che il monocromo bianco è uno specifico prodotto d’alta qualità made in Italy, rifinito per tele, marmi, cotoni, neon, consustanziale al caolino, al sale, al ghiaccio. A volerla fare lunga, recuperando modelli illustri, tornano in mente gli spazi bianchi aperti fra e dietro le figure del Beato Angelico, o di Piero della Francesca. Solo per dire che nemmeno il nulla nasce dal nulla, e che in fatto di candide assenze e ineffabili presenze non siamo, ovviamente, secondi a nessuno. Ma qui, in principio, c’è Fontana, il suo estremismo baldanzoso, il suo rigore. È lui che nel 1946, a Buenos Aires, pubblica il Manifiesto Blanco, e che, mostrandosi in ciò simpaticamente italianissimo, dichiara di usare quel colore "perché è il meno complicato".

Fontana è un pianeta desertico e glaciale (Plutone!) ma qui, in mostra, anche l’incandescente Alberto Burri si raffredda in un’"opera al bianco", come bianco è il megacretto a Gibellina. Ecco i fontaniani Piero Manzoni ed Enrico Castellani: l’ironia del primo è una risonanza interna all’opera, la ritmica del secondo è come una modulazione mantrica degli "attimi" della superficie. Bianchi, e perciò rari, sono anche Giuseppe Capogrossi e Alighiero Boetti, attorniati, fra gli altri, da Agostino Bonalumi, Pino Pascali, Jannis Kounellis, Mario Ceroli. Compongono sequenze di un minimal tutto nostro, di un’arte dello zero, "senza come, senza quando, senza perché", come scriveva il poeta Cesare Vivaldi. Quadri che sono oggetti e non metafore, anche se a Gillo Dorfles le fasce di Salvatore Scarpitta richiamavano la schiena di Moby Dick. Avvolti nel colore del lutto orientale, ma spensierati, poco o nulla metafisici, questi artisti desideravano dissimulare l’Io, soffocare i sortilegi della pittura, inibire la sensualità del colore, percepire nell’arte un equilibrio di fondo, la purezza. Perché? Forse perché all’arte serve qualche volta tornare alla sua base essenziale, come per una cura di disintossicazione. E forse perché quella era proprio l’Italia di allora, più magra, sobria, capace di fare di più con meno. Oggi potremmo ricavarne qualche buon esempio.

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