Silvio non molla la leadership e si aprono quattro scenari politici

Il potere è la capacità di definire le alternative. E Giorgia Meloni non sta offrendo molte alternative ai reclami di Silvio Berlusconi sulla composizione dell’esecutivo: o dentro o fuori. L’attrito nasce da un processo politico troppo sbrigativo nel costruire la colazione, sarebbero servite delle primarie per definire la leadership, come scritto più volte da Panorama, e invece si è preferita la logica del cartello elettorale. Oggi una parte, pur minoritaria ma fondamentale, di Forza Italia non accetta l’ordine di arrivo dei partiti. La questione, al fondo, è più semplice di quanto si creda e forse anche più personale che politica: Silvio Berlusconi non riconosce fino in fondo la leadership di Giorgia Meloni così come negli anni scorsi non aveva digerito quella di Matteo Salvini. Berlusconi non vuole essere il numero tre, il partner di minoranza. Non vuole veti su nomi e caselle, non vuole che altri si siedano al posto del mazziere. Berlusconi è il fondatore del centrodestra, da quasi tre decenni l’uomo politico più decisivo del paese, senza menzionare l’importanza della sua storia professionale e imprenditoriale. Un retroterra di grandiosità che nella sua mente non gli permette di accettare la subalternità alla giovane Meloni, ministro junior in uno dei suoi passati governi. Qui si nota la differenza con Salvini, pragmatico e ridimensionato. Dopo la batosta elettorale la Lega si è subito ben calata nel ruolo di comprimario, meglio fare incetta di ministeri che schiantarsi all’opposizione o tornare alle urne. Dall’altro lato del tavolo c’è Giorgia Meloni: anni di militanza, ragazza prodigio della politica italiana, ripartita da zero nel 2013 con la scissione dal PDL, con coerenza e caparbietà ha costruito il primo partito italiano di oggi. È la sua grande occasione, in condizioni economiche e internazionali difficilissime, sa che serve un governo di alto profilo e non intende cedere su nomi e posti. Meloni è consapevole che o piega ora i riottosi o non lo farà più. Sa anche che partire con un governo debole, con compromessi a ribasso con Forza Italia e con una leadership traballante, è un grande problema sia oggi che domani, garanzia di durare poco e male. Questa è la situazione. I capricci dell’ambiziosa Ronzulli, personaggio privo di consistenza politica, e la pavidità dei senatori di Forza Italia non sono che un pretesto del Cavaliere. Lo stesso che, nell’ultima legislatura, ha sempre preferito governi di larga coalizione piuttosto che legittimare la leadership degli alleati. A questo punto entrano in gioco i numeri parlamentari. Numeri del centrodestra senza Forza Italia: Camera 197 (maggioranza assoluta 201); Senato 97 (maggioranza assoluta con Senatori a vita 104). Tradotto: senza Berlusconi il governo può saltare, ma fare un altro governo, alternativo all’asse Meloni-Salvini, è molto difficile. Anche perché il voto per l’elezione del Presidente del Senato ha mostrato i problemi anche dell’opposizione: un pezzo è pronto a dialogare con Meloni, il resto è diviso e precario (il Pd ha un leader dimissionario). Passiamo agli scenari.

Il più semplice è il rientro della crisi: Berlusconi si piega, Meloni apre a qualche aggiusto nel governo, la leadership è chiara, l’accordo c’è, il governo parte.

Seconda ipotesi: Berlusconi si sfila dalla coalizione con tutta Forza Italia. Se Lega e Fratelli d’Italia non autorizzano l’esplorazione di alternative, come un accordo di grande coalizione che però presuppone togliere dal tavolo il nome di Meloni come premier e rinnegare la linea politica vincente sino ad oggi, si potrebbe pensare ad un alternativo governo da Berlusconi a Conte. Fattibile? Molto poco. Nessuno ha incentivi a fare un governo così variegato e con pochi seggi di vantaggio, regalando tutta l’opposizione a Salvini e Meloni. Un suicidio. L’alternativa è il ritorno alle urne.

Terza ipotesi, Forza Italia si spacca. L’ala governista si separa da Berlusconi (d’altronde il Cav ha subito diverse scissioni in passato). La maggioranza esiste ma con numeri molto precari, Calenda e Renzi aspettano alla porta le prime difficoltà. Meloni parte, ma senza garanzie di durata. Al Senato ogni voto diventa una sofferenza e la leader di Fratelli d’Italia rischia di restare poco a Palazzo Chigi.

Quarto scenario: Berlusconi si impunta su Meloni premier. Mattarella incarica soltanto con numeri certi, e così non ci sarebbero. Stallo. A quel punto due opzioni: o la destra convince Meloni a non fare il premier, aprendo anche a Renzi e Calenda per rinsaldare i numeri oppure Fratelli d’Italia e Lega, come probabile, si impuntano e torniamo al secondo scenario.

Queste sono le ipotesi, senza calcolare ciò che pensa il Capo dello Stato. Il Quirinale può facilitare il rientro della crisi oppure alimentare il caos. Tuttavia, il momento è così difficile che mettere insieme ribaltoni precari non è nell’interesse di Mattarella, per quanto egli ritenga rischiosa la destra. Meglio la ricomposizione, con un intervento di garanzia del Presidente sui ministri, oppure l’allargamento a Renzi e Calenda con altro presidente del consiglio. Il Quirinale, naturalmente, ha una carta finale molto potente in mano, cioè la minaccia del ritorno alle urne. A quel punto, davvero Berlusconi si immolerebbe per il suo orgoglio e la sua corte relegando il paese all’instabilità e segnando la fine del centrodestra?

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