È l’Arabia Saudita, il terzo incomodo della transizione energetica

Che il principe ereditario Mohammed bin Salman stesse passando dalle parole ai fatti lo si era intuito alcuni mesi fa quando Manara Minerals Investment Co., la joint venture tra la Saudi Arabian Mining Company e il Public Investment Fund del paese, ha acquisito il 10% della divisione di rame e nichel di Vale SA, la compagnia mineraria statale del Brasile. L’accordo complessivo è costituito da due operazioni separate con cui Vale SA ha ceduto ai Sauditi una fetta combinata del 13% dei suoi asset sui metalli di base per un totale di 3,4 miliardi di dollari.

L'ingresso dell'Arabia Saudita nel panorama degli investimenti nel settore metallurgico e minerario pone le basi per un cambiamento potenzialmente epocale: entra in gioco un player le cui disponibilità economiche sono di un ordine di grandezza superiore a quelle delle compagnie minerarie private globali. E questo si è intuito con maggiore evidenza al Future Minerals Forum, a Riyadh, la settimana scorsa quando, a differenza delle precedenti edizioni, erano presenti i dirigenti delle principali compagnie minerarie globali, oltre a circa 16.000 altri delegati ed una nutrita presenza rappresentanti del governo USA.

Nel medesimo contesto sono stati siglati memorandum sia tra la Export-Import Bank (EXIM) statunitense e la Saudi EXIM, per rafforzare i rapporti in settoricome la sicurezza climatica, energetica e dei minerali critici, che con Egitto, Marocco, Repubblica Democratica del Congo e soprattutto Russia per collaborazioni nel settore estrattivo. A sottolineare la priorità del multilateralismo per i Sauditi nello sviluppo della propria industria e l’intento di collaborare con qualsiasi paese possa aiutarla a raggiungere i suoi obiettivi.

Emergono con chiarezza le ambizioni di diversificazione del principe Mohammed bin Salman per trasformare il Regno dell'Arabia Saudita in un polo d'investimento per nuove imprese capitalizzando il suo peso globale nel settore del petrolio, del gas e dei prodotti chimici oltre alle sue enormi riserve finanziarie affinché contribuiscano alla penetrazione nelle catene di approvvigionamento e del valore dei minerali. Perché, nella visione dei Sauditi, il Regno si trova al centro di quello che definiscono “Minerals Heartland”: una regione di opportunità che si estende dall'Africa attraverso il Medio Oriente e l'Asia centrale.



E’ nel Minerals Heartland, dove l'uomo 12.000 anni fa ha utilizzato per la prima volta i metalli, che si trova il “cuore” del nuovo grande gioco delle catene di approvvigionamento dei minerali per la transizione energetica che ci attende. Una regione caratterizzata da una lunga tradizione di approvvigionamento di materie prime, con una geografia ricca di risorse geologiche e collocata lungo antiche e storiche rotte commerciali. E se oggi l’Africa è al centro della competizione per l’accesso alle materie prime critiche è altrettanto vero che l'Asia centrale costituisce un anello mancante nelle analisi dei metalli critici per la transizione energetica globale.

Secondo Wood Mackenzie, coinvolta assieme a CRU, McKinsey, Baker Institute ed altri per fornire le analisi di business intelligence sulle potenzialità del progetto saudita, l'energia elettrica e le fonti rinnovabili rappresenteranno un'opportunità di investimento di oltre 20.000 miliardi di dollari in un mondo a zero emissioni. E la posta in gioco potrebbe essere significativamente superiore: oltre alle fortune economiche, i paesi che controlleranno le risorse godranno anche di vantaggi geopolitici, proteggeranno le loro economie dagli shock delle supply chain globali, potranno usare il controllo dei mercati per esercitare un'influenza diplomatica e naturalmente saranno meno esposti ai rischi della sicurezza energetica.

L’analisi è pragmatica e lontana dagli usuali schemi della narrativa green. Sul tema della sicurezza energetica viene fatto presente il dominio della macroregione nella produzione di petrolio e gas naturale: la metà dell'offerta mondiale. In controtendenza con le analisi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) le risorse di idrocarburi vengono considerate un punto di forza anche quali alternative ai metalli enfatizzando come l’utilizzo di materiali compositi avanzati resti ineludibile anche nei settori delle tecnologie green: come i materiali per l'imballaggio delle batterie, le pale delle turbine eoliche, nel fotovoltaico e nelle infrastrutture fondamentali per i moderni sistemi energetici.

Sono circa seimila, i prodotti a base di petrolio che entrano nel nostro vivere quotidiano mentre si parla di “Net zero” senza spiegare come verranno colmati i vuoti in settori fondamentali: automotive, informatica, dispositivi medici, asfalti, gomme sintetiche e moltissimi altri. Aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili e disinvestire nei combustibili fossili non indurrà l'industria petrolchimica a trasformarsi di sua spontanea volontà: manterrà alti i prezzi di questi beni e floridi i bilanci delle compagnie petrolifere. Il messaggio che viene trasmesso è che se oggi sempre più persone sono consapevoli che il loro smartphone contiene metalli rari sarebbe opportuno fosse altrettanto evidente che senza petrolio e gas i palmari, i laptop edi computer non esisterebbero.

Partendo da questi presupposti l'Arabia Saudita si aspetta di essere in grado di continuare ad attrarre investimenti da parte di aziende tecnologiche statunitensi e cinesi, pur in competizione tra loro, evidenziando come le sue partnership sia con l'est che con l'ovest abbiano sempre tutelato la proprietà intellettuale e i brevetti da qualsiasi potenziale furto tecnologico. Resta comunque difficile immaginare il suo ruolo in una veste diversa da quello di un nuovo competitor per entrambe, in particolare per l’Occidente: l'emergere dell'Arabia Saudita renderà ancora più difficile recuperare lo svantaggio da Pechino.

Vi è anche da comprendere come, in un mondo dove ormai globalizzazione pare ormai un termine desueto, gli interessi convergenti di Cina, India ed ora Arabia Saudita sul business, ironicamente tutto occidentale, della transizione energetica possano trasformarsi in una collaborazione “win-win” più che in un nuova competizione. C’è da sottolineare come tutti e tre i paesi appartengano a quel blocco che è stato definito BRICS+ dove il presupposto che il gruppo sia coeso e organizzato è una tesi,allo stato attuale, tutta da verificare e dove solo le affinità antioccidentali sembrano rappresentare il punto di convergenza degli interessi comuni.

Attualmente esistono forti eterogeneità all’interno dei BRICS+: la Cina è l'unica potenza manifatturiera e le relazioni commerciali di Pechino con il resto dei BRICS+ sono dominate dalle materie prime e non dal timore che gli altri paesi possano essere dei competitor industriali(BRICS+, nuovo cardine del mondominerario globale? - Energia (rivistaenergia.it)). Sarà interessante vedere la reazione del Dragone quando tra i partnerdovessero emergere paesi potenzialmente concorrenti nei medesimi mercati.

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