Antonino Cannavacciuolo: "MasterChef 5, che emozione"

Ha il sapore della consacrazione definitiva l’approdo di Antonino Cannavacciuolo nel cast di MasterChef 5, la corazzata cult di Sky Uno in onda da giovedì 17 dicembre. Consacrazione televisiva, sia chiaro, perché sul terreno della cucina da già gioca in Champions League – due stelle Michelin e tre cappelli della Guida dell’Espresso lo incoronano tra i top chef mondiali – ed è da tempo una solida certezza della gastronomia italiana. A colpi di “adios”, sonori cazziatoni e mitologiche pacche sulle spalle (hanno calcolato che a MasterChef ne ha elargite mille nei tre mesi di registrazione), ingredienti saporiti delle tre edizioni di Cucine da incubo, nell’arco di qualche stagione tivù Cannavacciuolo si è imposto come uno dei cuochi stellati più amati dal grande pubblico. E pensare che lui la televisione nemmeno la voleva fare. L’artefice del suo successo? La moglie Cinzia. Ecco cos’ha raccontato a Panorama.it alla vigilia del nuovo debutto.

Antonino, te l’aspettavi la chiamata a giudice di MasterChef 5?

No, non me l’aspettavo. Stiamo parlando di un gruppo forte – io li chiamo i “tre moschettieri” – e di un programma che va benissimo: di solito gli innesti si fanno quando gli ascolti calano, in questo caso invece lo show è rodato e dunque la soddisfazione è doppia.

La consideri una consacrazione?

Non saprei, ma di sicuro sono orgoglioso e molto emozionato di essere entrato a fare parte di un gruppo così forte. Parliamo di tre professionisti che hanno imposto la loro voce nel mondo dell’enogastronomia. Bruno Barbieri e Carlo Cracco li conosco da vent’anni e li considero dei mostri sacri, Joe Bastianich è un imprenditore come ce ne sono pochi al mondo. Se mi hanno scelto forse è perché qualcosa di buono ho fatto anch’io.

Che giudice sarai?

In questi giorni mi hanno chiesto spesso “cosa porterai al programma?”. Io non devo portare nulla perché c’è già tutto, devo solo essere me stesso. Ho giudicato nel bene e nel male, ho sorriso, mi sono incazzato quando mi sono sentito preso in giro da un piatto. In generale c’è stato un buon clima, tra di noi c’era un continuo sfottò, simpatico e intelligente: MasterChef non è un programma facile da realizzare e lavorare in un ambiente così ha reso le cose più facili.

In molti si chiedono se dopo MasterChef 5 farai ancora la quarta edizione di Cucine da incubo.

Sicuramente farò Cucine da incubo. Devo dire che realizzare tre edizioni di quel programma mi ha insegnato molto, dallo stare davanti alle telecamere ai tempi televisivi.

Chi conosce la tua storia professionale sa che tua moglie Cinzia ricopre un ruolo molto importante. Ti ha dato dei consigli per MasterChef 5?

Lei è l’artefice ci tutto questo. Cinzia è stata la prima a credere in me e a spingermi a fare tivù. “Ti piace stare davanti all’obiettivo e ci stai bene, buttati”, mi diceva all’inizio. Io ero molto scettico, avevo altri interessi e il mio obiettivo era quello di concentrarmi sull’apertura di nuovi locali. Invece devo darle atto che ha avuto ragione.

C’è un nesso tra la popolarità e l’incremento della clientela nei ristoranti di uno chef che appare spesso in tivù?

Assolutamente sì. Da un lato la gente si affeziona a te ed è più facile che decida di provare la cucina. E poi l’onda lunga della popolarità ti spinge ad aprire più velocemente un locale sul quale magari lavori da anni ma che è restato per mille ragioni nel cassetto.

La tua ultima apertura, a fine ottobre, è stato il Café & Bistrot, a Novara. Come stanno andando le cose?

Molto bene, fuori da ogni previsione. Tanto che sto facendo fatica a mantenere i ritmi: ci aspettavamo molto meno afflusso, sono sincero, tanto che abbiamo commesso degli errori che stiamo cercando di correggere perché a me piace lavorare bene e soprattutto regalare gioia a chi viene nei miei ristoranti.

Ci sono altre aperture in vista?

Per metà 2016 penso ad una nuova apertura. Ancora non so se a Torino, Milano o Brescia.

Da una settimana il mondo della gastronomia culinaria discute della seconda stella Michelin tolta a Davide Scabin, del Combal Zero di Rivoli. Che idea ti sei fatto di questa vicenda?

Quando ho sentito la notizia mi è dispiaciuto moltissimo, mi ha fatto male. A caldo ho pensato: “La ristorazione italiana è in lutto”. Per me Scabin è un mostro sacro e questa situazione dev’essere un momento di riflessione per tutti, perché significa che niente è scontato. Davide ora deve rimboccarsi le maniche e tornare alla grande, perché lui ha una testa da tre stelle.

Ultima curiosità: hai imparato a fare una parmigiana di melanzane all’altezza di quella di tua mamma?

(ride). Temo di no. La mamma è sempre la mamma. 

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