Andrea Coccia, I giorni più lunghi del secolo breve

Qual è il rapporto tra la dimensione temporale e quella storica? E c’è un solo tempo o più momenti diversi che semplicemente accadono in luoghi differenti per poi unirsi nel grande frullato della storia che tutto fa incontrare? Queste sono due delle possibili domande che il lettore è chiamato a farsi davanti a I giorni più lunghi del secolo breve (Informant 2016), saggio sui generis di Andrea Coccia.

La nostra quotidianità, come le giornate che hanno segnato con i loro avvenimenti il futuro, sono dominate da una fitta interconnessione di attimi, compresenti fra loro, che in luoghi diversi del globo forgiano inesorabilmente i grandi destini del mondo a cui la massa umana è sempre per sua natura sottomessa, così come i singoli destini individuali.
Ma cosa succede, allora, a destrutturare la storia? A raccontarla nel suo dispiegarsi temporale momento per momento? A prendere atto che, mentre una granata scoppia in Normandia, sul suolo americano uno scrittore si prepara per andare a dormire con la testa ancora rivolta al prossimo romanzo?

La macchina del tempo
Se l’eternità è un insieme di attimi compresenti, è a questa che ci rimanda il libro di Coccia. Nel suo dispiegarsi in singoli frammenti il tempo diventa un continuum di istanti, è giorno ma è anche notte, siamo a Berlino, ma siamo anche a New York e a Parigi. Le cose accadono, e guardate da lontano, decenni dopo, prenderanno le forme della storia di un secolo martoriato, paragonabile a un buco nero per la densità di eventi che hanno cambiato il mondo, le culture, le società, che è riuscito a ospitare.

Saltando da un capitolo all’altro assistiamo inermi allo spietato ping pong della storia, una partita infinita in cui infinite palline rimbalzano, si scontrano, si mancano per un soffio.
La lettura è scorrevole e coinvolgente come un romanzo d’avventura: per esempio tutti noi conosciamo l’esito delle telefonate dei quadrumviri di Mussolini – sarà la marcia su Roma – ma in quei dialoghi concitati della notte tra il 26 e il 27 ottobre 1922 speriamo ancora una volta di incontrare una falla che cambierà il passato. “Forse non ci riescono”, ci ritroviamo a pensare.

Scrittori in trincea
La storia diventa dunque una serie di traiettorie che si incontrano a volte per una deliberata azione degli uomini altre volte per un semplice caso. Come quando Orwell, ancora ragazzo, incontra un marinaio che, pur avendo potere di vita e di morte in mezzo all’oceano, è ridotto a rubare il cibo dai piatti di quegli ospiti la cui esistenza dipende unicamente da lui. In quel momento, non prima, il giovane uomo diventa scrittore.

E mentre il 6 giugno del 1944 Salinger sbarca in Normandia, a Parigi un giovane George Brassens si nasconde a casa di amici dalle autorità. Dalla chitarra di Brassens stanno nascendo i primi capolavori e, mentre Salinger si nasconde come può dalla pioggia di colpi e granate che volano sulla sua testa, tiene nascoste in una tasca della giubba le prime bozze di quel romanzo che verrà pubblicato con una copertina completamente bianca: Il giovane Holden.

Un eterno presente
Il primo, tra i giorni più lunghi del secolo breve, è quello dell’assassinio di Franz Ferdinand, a Sarajevo. Sono ore convulse, in cui mentre Francesco Ferdinando sta esalando senza saperlo i suoi ultimi respiri, un gruppo di nazionalisti serbi sta progettando il suo omicidio in una vineria. Il destino di altri uomini si lega a costruire quella che sarà l’identità del Novecento: Gandhi si trova in Sud Africa a sostegno della comunità indiana, Kafka, insonne, è in crisi, dovrebbe scegliere la famiglia ma sente dentro di sé di aver già scelto la scrittura, e anche un altro scrittore, questa volta italiano, è in preda a turbamenti: si chiama Pirandello e ha pubblicato in età già avanzata il suo primo romanzo, Il fu Mattia Pascal, che non sembra avere successo.

C’è l’omicidio di Sarajevo, ma anche il crollo di Wall Street e la liberazione italiana dal nazifascismo, in cui le azioni partigiane a Milano si legano strettamente a quanto sta accadendo a Genova e Torino, ma anche in Germania e Cecoslovacchia. Lambrate e Busto Arsizio sono legate a Berlino e San Francisco, ma i loro abitanti ancora non lo sanno.
Passando per l’assassinio Kennedy e il massacro di Monaco il testo si chiude su una giornata che deve essere durata una successione infinita di vite per un uomo: l’ultimo leader dell’URSS, Michail Gorbachev.

Nel dipanarsi della storia i singoli destini degli uomini sono più legati di quanto non sembri a una distratta occhiata da manuale scolastico ed è interessante, in questo momento storico-politico in cui ci troviamo a vivere, avvertire il brulicare degli attimi che compongono la nostra percezione della temporalità. I giorni più lunghi del secolo breve ci rimanda a un eterno presente, un continuo svolgersi della storia sotto i nostri occhi ma anche dietro le nostre teste, dietro il nostro collo, dove non possiamo vederla, ma persiste. Dove scoppiano bombe, telefoni di presidenti squillano, e futuri scrittori che ancora non abbiamo letto affrontano i loro demoni.

Andrea Coccia,
I giorni più lunghi del secolo breve
Informant, 2016
317 pp., 4,99 euro

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