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Abu Bakr al-Baghdadi, capo dell'Isis, non è morto (un'altra volta)

Come non detto. Anzi come previsto. Abu Bakr al-Baghdadi, il boss dell’Isis, non è morto, anzi, forse non è morto. Forse, ancora una volta.


Lo avevamo scritto la scorsa settimana che l’annuncio della fine del Califfo - data dalla tv irachena Al Sumariya, e “confermata” da presunte fonti dell’Isis e dall’Osservatorio siriano per i diritti umani - poteva essere un’altra tessera del mosaico confuso e indecifrabile sul destino, la condizione, la vitalità, il potere vero del leader dello Stato islamico. Allora (11 luglio 2017), la presunta morte era stata collegata a un raid dell'aviazione russa vicino a Raqqa, appunto.


Attacco a Raqqa

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27 giugno 2017. Un cecchino statunitense punta un'arma verso una postazione dell'Isis a Raqqa, dove combatte insieme ai soldati del Syriac Military Council (SMC) - una piccola minoranza cristiana appartenente alle Forze democratiche siriane - nel sobborgo di al-Rumaniya, alla periferia occidentale della città.

Attacco a Raqqa

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15 luglio 2017. Due siriani feriti sul confine orientale di Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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15 luglio 2017. Un soldato delle Forze democratiche siriane osserva un ponte distrutto nella zona orientale di Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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15 luglio 2017. Colonne di fumo si innalzano dal fronte occidentale di Raqqa, in Siria, dopo un bombardamento delle Forse democratiche siriane.

Attacco a Raqqa

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11 luglio 2017. Presso il villaggio di Ain Issa, un bambino accolto in un campo per rifugiati interni fuggiti dai combattimenti in corso a Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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11 luglio 2017. Presso il villaggio di Ain Issa, dei bambini accolti in un campo per rifugiati interni fuggiti dai combattimenti in corso a Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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12 luglio 2017. Un soldato delle Forze democratiche siriane indica i resti di un cadavere nella zona occidentale di Raqqa, in Siria

Attacco a Raqqa

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12 luglio 2017. Soldati delle Forze democratiche siriane presidiano una postazione nella zona occidentale di Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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12 luglio 2017. Un soldato delle Forze democratiche siriane presidia una postazione nella zona occidentale di Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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12 luglio 2017. Un soldato delle Forze democratiche siriane cammina tra le macerie degli edifici distrutti dai combattimenti lungo una strada della zona occidentale di Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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12 luglio 2017. Una donna siriana disperata mentre dei combattenti curdi cercano di recuperare dalle macerie i corpi di alcuni suoi congiunti, nella zona occidentale di Raqqa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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12 luglio 2017. Edifici danneggiati o distrutti nella zona occidentale di Raqqa, in Siria, durante l'offensiva finale per riconquistare la città ancora nelle mani dell'Isis.

Attacco a Raqqa

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27 giugno 2017. Una soldatessa curda delle Forze democratiche siriane, impegnate nell'offensiva finale contro l'Isis a Raqqa, in Siria, ricarica il suo fucile in una postazione nel distretto di Dariya, nella zona occidentale della città, sottratta al controllo dei jihadisti.

Attacco a Raqqa

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27 giugno 2017. Un soldato curdo delle Forze democratiche siriane, impegnate nell'offensiva finale contro l'Isis a Raqqa, in Siria, corre lungo una strada deserta nel distretto di Dariya, nella zona occidentale della città, sottratta al controllo dei jihadisti.

Attacco a Raqqa

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4 luglio 2017. Donne fuggite dai combattimenti in corso a Raqqa si riposano in un campo di accoglienza presso Ramussa, in Siria.

Attacco a Raqqa

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4 luglio 2017. Profughi in fuga da Raqqa, in Siria, raggiungono un campo di accoglienza presso il villaggio di Ain Issa.

Attacco a Raqqa

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27 giugno 2017. Un soldato del Syriac Military Council (SMC) - una piccola minoranza cristiana che sostiene le Forze democratiche siriane nella battaglia contro i miliziani dell'Isis a Raqqa, in Siria - parla con un commilitone nel sobborgo di al-Rumaniya, alla periferia occidentale della città.

Attacco a Raqqa

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27 giugno 2017. Un crocefisso tatuato sul braccio di un soldato del Syriac Military Council (SMC) - una piccola minoranza cristiana che sostiene le Forze democratiche siriane nella battaglia contro i miliziani dell'Isis a Raqqa, in Siria - presso il sobborgo di al-Rumaniya, alla periferia occidentale della città.

Attacco a Raqqa

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21 giugno 2017. Un soldato curdo delle Unità di Protezione Popolare (YPG), alleate degli Stati Uniti, comunica con un walkie talkie da una postazione militare nel distretto al-Sinaa di Raqqa, in Siria, strappato alle milizie del Califfato.

Lunedì 17 luglio dalla Reuters è arrivata una forte smentita dell’ultimo giro di news sulla sorte del Califfo. L’agenzia cita infatti un funzionario di alto rango dell’antiterrorismo curdo, Lahur Talabany, che lunedì 17 luglio ha dichiarato che al 99% è sicuro che Abu Bakr al-Baghdadi sia vivo, e sia stato localizzato a sud di Raqqa, in Siria.

Talabany ricorda i legami di al-Baghdadi con il territorio, che risalgono ai tempi di al-Qaeda in Iraq. E proprio verso le tattiche e la politica di guerriglia si orienterà lo Stato islamico secondo l’ufficiale curdo.

Non aspettatevi comunque nuovi leader politici per l’Isis, ha detto Talabany: saranno invece ex militari dell’intelligence di Saddam Hussein, saranno loro a studiare e mettere in pratica la nuova strategia insurrezionale dell’Isis, in stile al-Qaeda ma più forte, pompata di "steroidi".

La presunta successione

Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia della successioneAbu Bakr al-Baghdadi alla guida dello Stato islamico.

Sarebbe stato scelto un tunisino, Jalaluddin al-Tunisi (il vero nome però è Mohamed Ben Salem al-Ayuni) di 35 anni, che è però il leader dell'Isis in Libia. Se così fosse, come ci hanno spiegato autorevoli commentatori, sarebbe un passaggio chiave, che segnerebbe sostanzialmente la fine dell'Isis con il nucleo iracheno alla guida, che diventerebbe invece l'Isis dei foreign fighters arabi (non di quelli europei). Interpretazione in parziale contraddizione con quella citata di Talabany, sul futuro nelle mani degli uomini che militavano nell'intelligence che aveva servito Saddam. Al-Tunisi invece era il capo del battaglione Ghoraba, quello dei mujahidin stranieri in Siria, ci spiega su la Repubblica del 17 luglio, Renzo Guolo.

Un Isis guidato da al-Ayuni avrebbe il suo centro di gravità in Libia, magari un una porzione territoriale molto più piccola, ma con una proiezione mediterranea a nord e, verso sud, su paesi dell'Africa subsahariana. Sarebbe comunque, sottilinea anche Guolo, un Isis molto più vicino a al-Qaeda come metodi e strategie. In questo nuovo Isis saranno influenti i foreign fighters del Nord Africa, particolarmente ostili verso i paesi dai quali provengono e, probabilmente, verso le ex potenze coloniali, come la Francia, ma anche verso l'Italia. 

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