Albert D'Andrea
Musica

Caparezza: «Rientro nel tunnel del divertimento»

«Dopo ventidue anni, rieccoci qua...». Inizia così l’incontro via Zoom con Caparezza, con il ricordo di un demotape «esplosivo» atterrato sulla scrivania di chi scrive. Una cassetta autoprodotta destinata a una rubrica del mensile Tutto Musica - per il quale lavoravo - dedicata agli artisti emergenti. Un fulmine a ciel sereno: rap senza la rigidità ortodossa del genere, ironia, paradossi, contaminazioni sonore, creatività...Divenne subito il Demo del Mese.

«Comprai Tutto Musica e, per la prima e unica volta nella mia vita, andai in giro per Molfetta a pavoneggiarmi» ricorda Caparezza. Il resto è storia, e chi scrive trovò un ringraziamento con tanto di nome e cognome sul suo primo album ufficiale. «Era dovuto. Io non scordo chi ha creduto in me all’inizio della mia storia...». Un signore.

Era Mikimix, Caparezza prima di diventare tale, un rapper incolore nei cui panni nemmeno lui si trovava a suo agio. «Poi mi sono convertito» dice ridendo «e ho trovato una nuova identità». A oggi, l’artista pugliese di album ne ha pubblicati otto. Sempre fuori dagli schemi, senza cadere negli stereotipi dell’hip hop da strada, usando le parole non come semplici suoni, ma per dire qualcosa di pregnante. Con un approccio tagliente, tra ironia e sberleffo. «La mia discografia ha un percorso tutt’altro che lineare, è un percorso da alligatore che sta sulla superficie dell’acqua a poi all’improvviso sobbalza. E quel sobbalzo dipende dal fatto che ho beccato un pezzo che funziona più degli altri. Fuori dal tunnel è il mio Piccolo grande amore, così come Vieni a ballare in Puglia è un inno nei concerti, ma non ho mai pensato a queste canzoni come a potenziali hit. In questo senso sarei un pessimo discografico...» spiega.

«Viviamo in un mondo di singoli, anche dal punto di vista sociale, persone che agiscono singolarmente in maniera singolare... Manca il concetto di comunità... Viene portato avanti il concetto di singolo in ogni ambito, quindi anche artisticamente e musicalmente stiamo andando verso questo tipo di deriva culturale. Poi, ci sono cantanti come Marracash, che sanno trovare un punto di mediazione, cioè che sanno scrivere brani di successo ma anche pezzi strutturati e profondi».

La nuova ossessione degli artisti sono i clic dello streaming, soprattutto quelli dei giovani e giovanissimi che saltellano da una canzone all’altra in modalità frenetica e compulsiva. Ma non è questo il campionato di Caparezza: «Non voglio essere ipocrita: non sono contrario allo streaming, ho una marea di vinili e cd, ma quando voglio ascoltare uno di quegli album, clicco come tutti. Per quanto riguarda la mia musica, però, l’urgenza di apparire nelle playlist e i featuring senza soluzione di continuità sono tattiche che non mi interessano. Il mio Sacro Graal dal punto di vista dell’ispirazione è appartenere alla mia età (ha 48 anni; ndr). Non mi metto a strizzare l’occhio al pubblico più giovane andando incontro alle necessità artistiche di quel target. Mi comporto un po’ come gli artisti adulti che ascoltavo da ragazzo. Mi piacevano Franco Battiato e Francesco De Gregori perché non volevano apparire in nessun modo giovanili. Spero che i ragazzini mi riscoprano più avanti quando avranno qualche anno in più» sottolinea. «Tempo fa feci una battaglia contro le suonerie dei cellulari, non perché fossi contro il singolo ragazzo che utilizzava la mia canzone: il problema erano le compagnie che si arricchivano senza chiedermi il permesso di utilizzare quei brani. Mi venne detto “tu con questo modo di fare sembri quello che nell’era dei computer ancora scrive a macchina”. La mia risposta fu: “Se è per questo, io scrivo ancora a penna. Gli hard disk si rompono quello che è sulla carta rimane. State tranquilli che le foto non stampate le perderemo prima o poi... Le altre ci saranno per sempre» ribadisce prima di aggiungere che «a una certa età non arriva solo il mal di schiena. Viene voglia di dedicarsi alla terra, di coltivare, amo i peperoncini, però da buon pugliese mi piace molto parlare con i contadini ammorbandoli con mille domande. L’ho fatto anche di recente, persino sul set di un videoclip. I peperoncini sono la mia quota zen, quando me ne occupo non penso a niente e mi rilasso».

Non ha bisogno di essere sempre sul mercato Caparezza, la sequenza dei suoi album è costellata da lunghi intervalli e anche da qualche tentazione di lasciar perdere tutto. «Continuo a combattere con i miei problemi di udito (soffre di acufene, ndr) e anche con il mio carattere perché non sono un esibizionista. E questo non aiuta, visto il mestiere che faccio. Non sento la competizione e non ho smania di avere sempre di più. A un certo punto, nella mia testa si imbottiglia tutto e sono attraversato da una sensazione di sconforto. Che dura poco, per fortuna, perché poi arriva la “scimmia” successiva sulla mia spalla e rinasco. È sempre, così e forse è giusto che sia così, perché poi l’insoddisfazione si tramuta in qualcosa, artisticamente parlando. Mi piace cambiare, saltare di palo in frasca» racconta.

«Ho combattuto l’ortodossia rap per tanti anni, sono un soggetto spurio che ama le contaminazioni. Nell’ultimo album, Exuvia, ho rinunciato alla mia classica voce nasale che ho utilizzato spesso per disturbare, per richiamare l’attenzione per creare un alter ego che parlasse con più forza. Adesso mi concentro su di me e sulla mia visione delle cose» spiega. «Fino a qualche tempo fa mi stuzzicava quel che vedevo all’esterno. Notavo stridori e paradossi dappertutto. Quindi, nelle mie canzoni, mi difendevo con pezzi-paradosso: “Sono fuori dal tunnel... Del divertimento...”. Poi, complice l’acufene, ho deciso di virare verso un altro tipo di scrittura di guardare dentro e non fuori da me».

Nei meandri della scena rap/trap c’è anche un filone definito gangsta, fatto di vita da strada, racconti truci, storie di piccoli e grandi boss di quartiere. Esattamente quel che non si trova nei testi di Caparezza: «Mah, esiste anche un sottobosco di artisti che evidentemente vive delle situazioni al limite. Questo li spinge a fare un determinato tipo di vita e a raccontarla. Io li ascolto e faccio le mie valutazioni, ma sono cresciuto con un altro tipo di miti, erano i miti che combattevano l’anti-Stato. Io nell’anti-Stato non ci ho mai visto nulla di positivo. Molti ragazzi che oggi fanno quel genere lì non hanno vissuto la strage di Capaci, non sanno chi sia Libero Grassi, non conoscono Peppino Impastato. Forse non è tutta colpa loro, ma confido sempre che l’ubriacatura per quel tipo di mondo un giorno possa passare, altrimenti c’è il concreto pericolo di rimanere invischiati in situazioni per nulla piacevoli. Mi dà fastidio che qualcuno subisca la fascinazione di quel mondo senza capire nulla di quello di cui canta. Solo perché fa figo...».

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