In Grecia l’aumento dei migranti di origine musulmana favorisce l’affermarsi dell’organizzazione dei Moutawin. Che altro non è se non un «servizio d’ordine» che impone con la forza il rispetto della legge coranica ma è anche responsabile di reati. Questo fenomeno ha avuto origine nei campi profughi e ora diffonde la paura in varie città.
L’indagine partita in Grecia contro 33 membri di quattro Ong lo scorso ottobre ha riacceso le luci sulle distorsioni del fenomeno migratorio ai confini d’Europa. Partita per iniziativa dell’antiterrorismo del Paese, ha scoperchiato uno schema criminale e rivelato una serie reati connessi con la violazione delle leggi sull’immigrazione: spionaggio, violazione dei segreti di Stato, creazione e partecipazione a un’organizzazione criminale.
Ma non è solo questo a turbare oggi le autorità ateniesi. Piuttosto, è ciò che avviene all’interno dei campi profughi. Dove i clandestini, che hanno bisogno di tutto ma non hanno niente, scivolano subito in condizioni di vita sono a dir poco disumane. Per la maggior parte si tratta di afghani, siriani e iracheni in cerca di una nuova casa: vengono ammassati in centri che credono «transitori», e si ritrovano per anni a vivere in luoghi fortificati in mano a gente violenta e senza scrupoli, dove il degrado avanza e conta la legge del più forte.
Ormai questi luoghi fanno parte del paesaggio ellenico. Difatti, il governo di Atene ne ha ordinata l’apertura di nuovi: come quello di Lero, uno dei cinque in costruzione nell’arcipelago di isole che affacciano sulla Turchia. Dove, soprattutto per volere di Ankara, si riversano da anni migliaia di migranti: ogni qualvolta Bruxelles non paga per impedirne l’arrivo. Non a caso l’Unione europea ha investito quest’anno altri 276 milioni di euro per i nuovi centri greci: Kos, Samo, Chio e Lesbo.
Anche perché il fenomeno non si arresta: se è pur vero che sulle coste greche nel 2019 arrivarono quasi 75.000 persone a fronte dei «soli» 15.533 arrivi legali del 2020 (impossibile però stimare quelli illegali), tuttavia queste cifre si devono pressoché sommare. Così i campi si sono trasformati in città ibride e indipendenti, da tenere ai margini della civiltà europea e il più possibile lontano dagli occhi di autoctoni e turisti.
Oltre ai problemi connessi alla logistica e all’emergenza sanitaria, qui le autorità di Atene si devono confrontare anche con un preoccupante fenomeno in ascesa. Quello relativo all’organizzazione criminale formata dai Moutawin, parola araba derivata da mutawwi: è il cosiddetto Comitato per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio. Che altro non è se non una polizia islamica, che si è arrogata il compito di fungere da servizio d’ordine interno per far sì che all’interno dei campi sia strettamente osservata la sola legge coranica.
Una forma di autogestione che scavalca le autorità ateniesi e di fatto – grazie anche a vere ronde e servizi d’ordine – si è ormai imposta come un malcostume del tutto fuori controllo, che va seminando il terrore tra quelle migliaia di rifugiati che desidererebbero soltanto aiuti umanitari e non certo una forma di autoritarismo non dissimile da quella da cui sono fuggiti.
Originariamente, mutawwi era un sinonimo per indicare i poliziotti religiosi dell’Arabia Saudita, una pratica anche nota in Occidente con il nome di «Sharia police». La Grecia non è che l’ultimo Paese europeo dove sono attive queste queste pattuglie, già presenti in non pochi quartieri delle metropoli dell’Unione. Come a Berlino, dove le ronde sono state istituite e gestite da immigrati ceceni; o come nelle decine di banlieu francesi, dove a farla da padrona sono invece i nordafricani; e in molte città inglesi come Londra, Birmingham, Leicester, Luton, Manchester, dove si trovano le forme più antiche e violente.
In alcune realtà del Nord Europa, come a Malmö e Stoccolma, è prassi persino che i Moutawin si aggirino sui trasporti pubblici per assicurarsi che le donne siedano sempre in fondo, nell’indifferenza (o nel timore) dei normali passeggeri. Il fenomeno si acuisce particolarmente durante il periodo del Ramadan.
Anche le pattuglie della «polizia islamica» di Atene sono uscite dai campi profughi e oggi si possono osservare in azione nei quartieri di degradati Omonia, in piazza Vathi, a Metaxourgio e intorno a Kypseli. Qui i Moutawin presidiano le principali aree di ritrovo dei migranti, e hanno la prerogativa di perseguire ogni atto e persona che non rispetti le festività islamiche, da chi non si abbiglia secondo le rigide regole sharaitiche (donne e uomini) a chi non si uniforma ai rigidi dettami degli islamisti. Non parliamo soltanto di intimidazioni, anche le punizioni corporali sono una consuetudine.
Persino gli immigrati di fede islamica che in città gestiscono attività commerciali vengono sottoposti a questa «dittatura» radicalizzata: atti di intimidazione e strozzinaggio rappresentano uno standard, come è emerso da numerose denunce presentate alla polizia. Le pattuglie islamiste sono principalmente composte da afghani, pakistani e cittadini del Bangladesh.
Paul Antonopoulos, giornalista del Greek City Times, dice a Panorama: «Il fenomeno dei Moutawin è nuovo per Atene. Qui la prima moschea operativa dalla fine del dominio ottomano risale al 2020. Prima della crisi dei migranti del 2015, Atene aveva una piccola comunità musulmana proveniente soprattutto da Albania o Paesi arabi come l’Egitto, che non avevano mai mostrato problemi di radicalismo. Dopo il 2015, però, la comunità musulmana di Atene è cresciuta ed è diventata dominata da immigrati illegali provenienti dal Pakistan e dall’Afghanistan, che si spacciavano per rifugiati siriani. Da allora c’è stato un drammatico aumento di crimini quali stupro, omicidio e furto, così come l’emergere di una polizia della Sharia finanche nel centro di Atene».
La storica minoranza musulmana in Grecia comprende principalmente musulmani di lingua turca, pomaki (musulmani di lingua slava) e rom, ed è stimata in circa 140.000 persone «con le quali non c’è mai stato un problema di Islam radicale», come tiene a sottolineare Antonopoulos. «Ci sono però problemi con una minoranza di musulmani di lingua turca in Tracia, che agiscono come agenti di intelligence per la Turchia». L’esempio più recente risale al dicembre 2020, quando due musulmani di Tracia sono stati sorpresi a lavorare come agenti di intelligence per il consolato turco di Rodi.
Quanto alle moschee greche, anche se la prima ufficialmente risale al 2020 «Ad Atene, Salonicco e in altre città al di fuori delle zone della minoranza musulmana sono numerose le moschee clandestine che si rivolgono esclusivamente alle comunità di immigrati, ma non a quella stanziale. Anche se non può essere ancora provato, è probabile che il fenomeno Moutawin nella capitale sia scaturito da uno di questi luoghi illegali: qualcosa che non si è mai visto nei due secoli dalla fine del dominio ottomano».
La Grecia, a dire il vero, a partire da quest’anno ha accelerato il programma di espulsione per gli immigrati illegali che non hanno diritto all’asilo politico. In questo modo, la speranza è che anche le moschee clandestine diminuiscano parallelamente a una minore frequentazione, dovuta al calo progressivo degli sbarchi e al pugno di ferro del governo. Dopo anni di austerità, infatti, l’esecutivo del primo ministro Kyriakos Mitsotakis, leader del partito conservatore Nuova democrazia, ha rifinanziato e rafforzato le forze di polizia. Così, grazie all’effetto congiunto dell’economia che migliora, dell’immigrazione in calo e delle espulsioni che aumentano insieme al numero di poliziotti, Atene è convinta che il fenomeno dei Moutawin si arresterà presto. Anche se, al momento, questo è più che altro un auspicio.
