Gian Arturo Ferrari (ufficio stampa Feltrinelli)
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Gian Arturo Ferrari: «I miei anni di carta vetrata nell’Italia del boom»

Da sempre a capo di grandi imprese editoriali, ora è passato dall'«altra parte» con un romanzo in cui racconta l'educazione
alla vita di un ragazzo nel Paese del dopoguerra. E dove l'autobiografia diventa storia collettiva.


Scherza, ma non troppo, Gian Arturo Ferrari: «Le mie memorie di editore, solo dopo la scomparsa. A scanso di vendette». L'uomo che ha fatto la storia dell'editoria italiana, storico direttore generale della Mondadori Libri, ha spiazzato tutti pubblicando un romanzo, Ragazzo italiano, appena uscito per Feltrinelli. Dove il protagonista, Ninni, è un bambino che attraversa, dal 1948 al '62, un Paese in trasformazione. Un'Italia miserabile, dove la guerra ha stravolto ogni vita. Le radici contadine, il triste paesone del Nord con le ciminiere e poi la Milano piena di contraddizioni di Rocco e i suoi fratelli. Le divisioni sociali, le ristrettezze economiche, le case con pochi mobili «di quel che non c'era, si faceva senza», il cibo, perlopiù stracchino e minestrina «che non si commentava, si mangiava e basta». E la scuola, l'unico vero riscatto sociale. Ci si commuove leggendo Ferrari perché non è solo la storia di Ninni, ma la nostra. Capitoli brevi, uno stile asciutto, secco, puntuto: «Non smollato, diciamo che l'elastico tiene» racconta Ferrari. Che scrive come nella vita tutti i passi veri sono sempre quelli più lunghi della gamba. E così è stato per lui: «Perché in una certa misura a me il rischio piace».

Questo romanzo è un rischio?

Certo che è un rischio. Un signore che esordisce a 76 anni nella narrativa in Italia è abbastanza coraggioso. Esponendosi a tutto quello cui si può esporre un qualunque esordiente, in più a quelli che hanno qualche conto da regolare con l'editore.

Perché dopo una vita a giudicare i libri degli altri ha deciso di passare dall'altra parte?

Ho superato il complesso nei confronti dello scrivere, che ho sempre sentito come una cosa difficile, faticosa. Quando ho cominciato la collaborazione con il Corriere della Sera ho imparato che si scrive se si vuole scrivere, se c'è una necessità. E lo si fa dovunque e comunque. Io usavo soprattutto telefonino e iPad. Mi hanno liberato dalla macchina per scrivere e dall'ansia del foglio bianco.

Come è nata la storia di Ninni, figlio del dopoguerra?

Mi è sembrato, e lo dico con grande arroganza, che nessuno finora avesse raccontato quegli anni se non in una maniera edulcorata e sostanzialmente falsa. Era un mondo molto povero, un mondo del poco. Non guardo quel periodo in modo elegiaco, non penso mai alle cose perdute. Sono anche contento che sia finito. Ho solo cercato di dare l'immagine più vera di quegli anni aspri. Anni di carta vetrata.

In copertina c'è un bambino curioso e spaventato. Come dichiarò Gustave Flaubert: «Madame Bovary c'est moi», possiamo dire lo stesso per Ninni?

Nel libro è tutto vero ed è tutto falso. Le circostanze fattuali sono false, molti personaggi inventati. Ma il senso è vero.

Il romanzo è poco compiacente, in alcune parti crudo. Per esempio quando parla del sesso.

Il sesso non era né proibito, né nascosto. Semplicemente non esisteva. Nessuno ne parlava mai. Solo quei poveri preti passavano i pomeriggi del sabato ad ascoltare file di ragazzi venuti ad aggiornare il proprio conto corrente della masturbazione. Quante volte? chiedevano. Erano i contabili delle nostre pippe.

Come il protagonista, anche lei da bambino si trovava brutto?

Sì, almeno pensavo così. Piccolo, troppo magro e poi le orecchie a sventola, che ho ancora. Ero balbuziente gravissimo. Questo ha pesato. Un capo che balbetta non si è mai visto. Poi è passato, come racconto, proprio facendo il capo. La cura migliore contro le balbuzie.

La scuola che ruolo ha avuto?

Importantissima, fondamentale. Anche se nella sua prima espressione, le elementari, fu molto cattiva. La maestra Colombani divideva gli allievi per censo. E anche i voti erano proporzionali alla classe sociale.

Il suo libro sembra pervaso da una sottile malvagità come nei racconti di Anton Cechov.

Non è che gli italiani ricostruissero il Paese in modo baldanzoso. Era un mondo grigio, cattivo, turpe. Mi è sembrato che questa vicenda generale coincidesse con quella del personaggio, sul mio sfondo autobiografico. Ho messo insieme le due cose.

Come le apparve la Milano del dopoguerra?
La mia famiglia stava a metà. Non troppo verso le baracche, ma neanche nella grande ricchezza. Era una città che aveva ceti differenziati, tuttavia possedeva l'ascensore sociale. Non era Roma la città aperta, bensì Milano. Io che ero un «lumpenborghese», un piccolissimo borghese, prima di finire il liceo avevo conosciuto tutti i più grandi intellettuali. Era permeabile, aveva differenze enormi, ma non esistevano le gerarchie. Non c'erano comparti stagni che separassero la città in livelli rigidi. Era meritocratica, nel senso pratico. Quelli più bravi e svegli li accoglieva. Milano non era una città di corte, come lo erano in modi diversi tutte le altre. E io l'ho sempre amata.

Come amava l'Emilia?

Amavo quella società rurale che stava scomparendo. La nonna si rendeva conto che il suo mondo era finito e non sarebbe stato sostituito da nient'altro. Oggi l'agricoltura è un'industria. Anni fa lo scrittore Sebastiano Vassalli mi raccontava che quando lui era piccolo in una cascina del Vercellese ci lavoravano anche quaranta persone, più le mondine. Oggi le tenute sono enormemente più grandi, ma ci lavorano tre persone.

L'Emilia è la terra della nonna, fu lei la persona più importante della sua vita?

Nel triangolo tra mia madre, mio padre e la nonna, sicuramente lei è stata la più decisiva. Aveva una visione strategica chiara. O meglio aveva una ferocia strategica, però estremamente affettuosa. Era sempre dalla mia parte. E quello i bambini lo sentono. Anche se devo dire che diedi a tutti e tre una grandissima delusione quando decisi di iscrivermi a Lettere classiche a Pavia. Pensavano che il futuro giusto per me sarebbe stato fare l'ingegnere, considerata allora una professione dignitosa, che poteva far guadagnare e ti allontanava da una vita di stenti. Eppure nessuno di loro mi disse mai niente, neanche mio padre.

«Lui non piaceva al babbo, non gli piaceva proprio», scrive. Fu davvero così difficile il rapporto con suo padre?

Sì, era un uomo di gran cattivo carattere. Ma tutta la sua generazione era così. I maschi usciti dal fascismo erano meno flessibili, poco sensibili. Tutte le relazioni erano improntate a un paradigma di durezza. Mio padre non mi ha mai dato un bacio. Non si usava.

È stata una generazione che si è ammazzata di lavoro.

La gente lavorava fino allo stremo. Tutti come dei forsennati. Non c'era pace. Dovevano fare di più per stare meglio. Anche in questo c'era una specie di ferocia lavorativa.

Voi, figli della guerra, eravate diversi?

La differenza era totale. Io ero nato nel 1944 e anche se, come scrivo, mi ero convinto di aver visto i bombardamenti aerei, non avevo vissuto quegli anni atroci e disperati. Forse anche per questo sono un ostinato progressista. Penso che il mondo migliori e non peggiori e sono disposto a litigare con i passatisti e i reazionari. La gente vive a lungo, è più istruita. Il progresso nelle relazioni personali è evidente a tutti.

Ninni davanti alle cose perdute della vita semplicemente non ci pensa più, anche lei si comporta così?

La fine del tempo è un pensiero che mi ossessiona nell'ultimo periodo. Io non ho mai negato né mi sono ribellato alle cose che finivano.

Ha governato per anni il Premio Strega, parteciperà con Ragazzo italiano?

Ancora non lo so.

Che cosa le è rimasto dentro di Ninni?

Quello che mi è rimasto è un sentimento, anche se questo libro cerca di non essere sentimentale. Resta la nostalgia di fondo, il coté emiliano. E poi c'è il mio lato milanese: la volonté de savoir, la volontà di sapere. Questa cosa è stata tutta la mia vita.

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