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Madrid, cosa fare e vedere in due giorni

Le tappe fondamentali e gli angoli più curiosi della capitale spagnola che vive il suo ritmo su un altro fuso orario. I consigli per un weekend

da Madrid

Tapas sì, però gourmet. Va bene il parco, ma da un’altra parte. Arte che commuove, piazze invase dal sole, il più vecchio hotel della città rimesso a nuovo con stile. Benvenuti a Madrid, l’immane capitale della Spagna, che quando dorme lo fa e pesantemente, si svuota, diserta le sue strade. Ma al risveglio, tardi, parecchio tardi nel fine settimana, invade ogni angolo, affolla i locali, diventa un serpentone di corpi che si perde all’orizzonte.

Madrid è movida, il movimento della vita all’aria aperta. Una metropoli fine, dal fuso orario sbagliato. Primo consiglio: taratevi due orette avanti rispetto all’Italia e sarete subito dentro il suo ritmo oscillante, accelerato, gioiosamente impazzito.

Madrid in 14 scatti

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L'interno della stazione di Atocha di notte.

Tutte le immagini di questa gallery e la foto di apertura sono courtesy of Venus Hasanuzzaman Kamrul


Quarantotto ore, dal venerdì alla domenica sera, sono pochine. S’incastra giusto l’essenziale, con qualche deviazione e spigolatura in più. Siamo strategici, al mattino cominciamo dai musei. All’apertura, per i motivi appena spiegati, non troverete quasi nessuno. Niente paura, parliamo delle 10, non le 8, siete pur sempre in vacanza. Riuscirete a scrutare da ogni angolazione il gigantesco Guernica al Reina Sofia senza sgomitare o trovare teste a intasare il panorama. Vietato fare foto, non ci provate nemmeno, le due guardie con i radar tarati al massimo, schierate alla destra e alla sinistra del capolavoro di Picasso, vi beccheranno subito. Tuttavia, il loro imperiale «señor, por favor» ha una sua musicalità. Trasgredire per credere.

Al Reina Sofia flirterete con Dalí, Miró e tutti i grandi della patria, ma deviate dalle magnifiche ovvietà del secondo piano, prendetevi il tempo di perdervi nelle esibizioni di arte contemporanea, multimediali, potenti, sorprendenti. C’è di tutto, persino una finta edicola che usa i titoli dei giornali italiani (incluso Panorama) per porre l’accento sulle questioni spinose del presente, dalla diversità all’inclusione. Ultima dritta: entrate nel cortile al piano 0, un giardino rigoglioso e silenzioso con pezzi d’arte sparsi ai vari angoli.

Al Prado, è quasi superfluo precisarlo, lo tsunami emotivo promana dai dipinti di Goya, i suoi soggetti dolenti, con le espressioni così profonde, scavate nel viso, accecanti negli occhi, da scuotervi dentro. O terrorizzarvi, mentre Saturno divora i suoi figli. Prima di andar via, cercate il Trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, dipinto alle porte del 1500: un delirio lisergico, policromatico, sproporzionato, che rende obsoleta qualsiasi visione avanguardista.

Non è troppo, anche il Museo Thyssen-Bornemisza è una tappa imperdibile: un viaggio nel tempo e nello spazio, da Canaletto a Van Gogh, da Degas a Delacroix. Pezzo magnifico è la Stanza d’albergo di Edward Hopper, apoteosi di solitudine e malinconia. Per riprendervi da tante meditabonde divagazioni, attraversate la strada, proseguite diritto, sarete nel Central Park di Madrid, il polmone verdissimo della città: il Parco del Retiro.

Assicuratevi di andarci al tramonto, quando l’atmosfera si fa onirica e le foto vengono meglio. Classicone, quella al Palazzo di Cristallo, con il sole che filtra tra le vetrate e si riempie di sfumature. Non troppo oltre, ecco il Monumento ad Alfonso XII, il simbolo della capitale, presenza fissa nel vostro immaginario, quindi inutile dilungarsi sul giro in barca nel laghetto di fronte, i chioschetti dove bere o mangiare, quel senso di festa in qualunque giorno dell’anno. Meno scontato e battuto (alla sera non s’incrocia pressoché nessuno) il Bosque del Recuerdo, il bosco degli scomparsi, ai margini del parco. A parte il caos esultante che arriva dai campi sportivi lì accanto, regala una quieta passeggiata lungo un percorso che si avvita verso l’alto, tra siepi ben curate, alberi smilzi, fieri, ritti. Tutt’intorno, un solco d’acqua con gli argini in pietra attraversati da ponticelli di legno. Quasi un angolo di Giappone nel cuore della Spagna.

Il giardino è un monumento che ricorda gli attentati del 2004 alla stazione ferroviaria di Atocha. Non è lontana, bisogna andarci perché un luogo di tanta sofferenza è stato trasformato in un’oasi di bellezza: al chiuso, proprio davanti all’ingresso dei binari per Barcellona e le altre destinazioni del Paese, è stato creato un giardino tropicale rigoglioso, di fusti svettanti verso il tetto trasparente. Non ci fosse una colonia di piccioni a deturpare un po’ i muretti dove sedersi prima di salire a bordo, sarebbe la sala d’aspetto più bella del mondo. Transitarci e fotografarla dall’alto è magnifico.

Di nuovo, schivando l’ovvio – il Palazzo Reale, la Calle Gran Via, la Cattedrale dell’Almudena e quella laica, lo stadio Santiago Bernabeu – c’è qualche suggerimento che è utile appuntarsi: assieme a Plaza Mayor, ha senso spingersi a Plaza de España. È un bel po’ austera, sa di artificiale, è un punto di partenza più che un approdo. A svettare è l’hotel Riu, la cui terrazza al 27esimo piano permette di guardare la città dall’alto, da un rooftop che offre una vista a 360 gradi. Non occorre alloggiare in albergo, si può comprare il biglietto (dritta: costa 5 euro dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 17, altrimenti viene il doppio) e, per i più intrepidi, ha un balconcino con vetrate trasparenti di fronte, di lato e sotto i piedi, così è come camminare nel vuoto.

Sempre dalla piazza si arriva in Egitto: esatto, avete letto bene. Una manciata di minuti a piedi e ci si ritrova di fronte il Tempio di Debod, risalente al II secolo. È stato donato dal Governo del Cairo alla Spagna, ha vari bassorilievi nel piccolo spazio al suo interno. Si può visitare gratuitamente, a patto di pazientare per la fila che si forma spesso, visto il numero limitato di persone che possono transitare al suo interno. Eravate a Madrid per il flamenco, vi ritrovate a decifrare geroglifici.

Starete morendo di fame, a questo punto. La ristorazione, come nelle grandi capitali europee, offre possibilità sterminate per tutte le tasche, dai ristoranti stellati alle sperimentazioni fusion, alle insegne note dei fast food. Il consiglio è schivare le trappole per turisti intorno a Plaza Mayor, i panini con i calamari fritti e le tortillas straunte, che vi si piazzeranno sullo stomaco, obnubilando i vostri sensi per il resto della giornata. Se assaggi devono essere, che siano di qualità. Il posto giusto è il Mercato di San Miguel, proprio dietro la piazza principale. Le tapas sono mignon, ma belle da vedere e gustose da assaggiare (alcune sono emanazione di chef segnalati nella guida Michelin). La cosa migliore è lasciarsi pilotare dalla propria golosità, senza lasciarsi prendere la mano, perché sono tutt’altro che economiche. In generale, la ristorazione a Madrid è abbastanza salata, nei piatti e nel conto.

Regola aurea: andare al San Miguel fuori orario, nelle ore dei pasti è affollatissimo, anche solo trovar un angolino per assaggiare un boccone rimanendo in piedi può diventare gravoso. In alternativa, non lontano dal Reina Sofia, c’è un altro indirizzo più quieto e che regala alcuni gradevoli esempi di street art: il Mercado de Antón Martín, dov’è possibile scegliere un ristorantino per fare un pasto completo, senza le orde a contendersi un tavolino rimasto miracolosamente libero.

Per dormire, di nuovo le opzioni non mancano per ogni tipologia di budget. Visto che sono due notti soltanto e magari è il primo viaggio dopo lungo tempo, si può andare sul sicuro, restare coerenti con il proprio percorso di esplorazione all’indietro e puntare sulla storia: il Gran Hotel Inglés, che risale al 1886, è l’hotel più antico e tra i più eleganti di Madrid. Ma non aspettatevi un fasto pesante e polveroso, drappi e arredi soffocanti: è stato di recente rimesso a nuovo, per dargli vibrazioni e agi contemporanei. Le stanze e le suite sono appena 48, per seguire l’ospite con la massima attenzione (il personale è giovane e sempre sorridente). Le camere sono arredate con tocchi Art Deco e preziosismi romantici. Uno su tutti: la vasca proprio davanti al letto.

gran-hotel-inglesCourtesy of Gran Hotel Inglés

Ma per il tour de force che vi aspetta nei due giorni, se davvero vorrete fare tutto quello che abbiamo raccontato, l’elemento più prezioso dell’albergo, il motivo per cui lo consigliamo, è senz’altro la posizione: si trova nel Barrio de las letras, raffinato e colto sin dal nome. Una via stretta, meno trafficata rispetto ai vialoni dei dintorni, a pochi minuti da Plaza Mayor, il Prado e la Puerta del Sol, a una passeggiata agevole da tutte le attrazioni descritte fin qui. E se la sera non ne potete più delle folle, il ristorante Casa Lobo con il menu firmato dallo chef stellato Fernando Arellano o Lobbyto - i tavoli, le poltrone e i divani dove cenare tranquilli o bere un cocktail nella splendida hall dell’hotel - offrono pace alle gambe e piacere a tutti i sensi.

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