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Difesa e Aerospazio

Sempre più aeroplani intercettati dai nostri caccia, ma è quasi sempre una bella notizia

Nei cieli le intercettazioni sono ormai pane quotidiano

Non c’è settimana che non veda il decollo di velivoli militari Nato per intercettare e riconoscere aeroplani civili che hanno perso i contatti radio con gli enti di controllo. E finora dopo averli raggiunti li hanno sempre scortati fino al confine dello spazio aereo nazionale o all’avvicinamento verso la destinazione. Una trentina i casi dall’inizio dell’anno nei cieli europei. Nella maggioranza dei casi non si tratta di problemi tecnici dei velivoli e neppure di piloti distratti, ma di una serie di cause unite a un momento geopolitico particolare. Negli ultimi sei mesi in un solo caso si è trattato di piloti che si erano assopiti in volo, in tutti gli altri le motivazioni vanno ricercate in cause di vario tipo, dalla sempre più complessa gestione degli spazi aerei con la ripresa della crescita del traffico dopo la pandemia.

In quasi tutto il mondo il cielo è suddiviso in molti settori che determinano la necessità di cambiare frequenze radio molte volte durante un volo, anche se breve, e più spazi si attraversano, maggiori sono i settori e le frequenze da cambiare. Un altro fattore che speso crea questi “disguidi” generando allarmi è il cambiamento della canalizzazione delle frequenze attuata qualche anno fa, che ora implica una sintonia più precisa e una comprensione immediata di comunicazioni più lunghe. Durante ogni volo si attraversano differenti spazi aerei, detti settori o aree di controllo, ognuno gestito da un operatore differente su un canale radio ovviamente dedicato. Il “passaggio” da una frequenza all’altra può essere fonte di errori di sintonia e capita che si debba tornare sulla frequenza radio appena lasciata per avere conferma di quella da inserire. Ma nel frattempo ci si è spostati rapidamente e il contatto radio precedente può essere perso. Su tutto c’è l’esigenza di sicurezza dei cieli imposta da quanto accade nell’est dell’Europa, ovvero di prevenire voli non autorizzati, quando non proibiti dalle sanzioni in vigore. Bisogna ricordare, infatti, che dal mese di aprile ai velivoli con immatricolazione russa è vietato il sorvolo degli spazi aerei europei come le operazioni sugli aeroporti comunitari.

Una situazione senza precedenti che porta a dover giocoforza riconoscere ogni traffico aereo, di qualsiasi dimensione e tipologia, che non sia sotto il controllo dei centri di controllo europei e nazionali. Altri casi di allarme aereo, in gergo “scramble”, ovvero il decollo immediato di una coppia di intercettori, sono nati a causa di incomprensioni, come quello che ha visto un pilota di velivolo da turismo essere intercettato a causa dello sciopero dei controllori in atto proprio pochi minuti dopo il suo decollo. In quel caso il comandante del volo era in ascolto sulle frequenze corrette ma nessuno gli stava rispondendo, e al passaggio tra un settore e l’altro ecco scattare l’allarme. Ogni tanto si possono verificare anche problemi tecnici soprattutto nei collegamenti tra centri di controllo e aeroplani che volino alle quote più basse, a causa dell’orografia del territorio che genera piccole zone d’ombra.

Chi grida allo spreco di carburante e di risorse dovrebbe però frenare l’istinto scandalistico: una nazione che tuteli il suo spazio aereo deve avere piloti militari addestrati e soprattutto allenati. Nel mondo chi vola di più sono gli americani, circa 400-500 ore l’anno, mentre i nostri piloti si esercitano circa 200 ore l’anno. Ne consegue che queste occasioni permettono di svolgere attività per l’identificazione sia di voli ad alte quote e velocità, sia contro quelli che vengono definiti “slow mover”, ovvero velivoli lenti, ma non per questo potenzialmente meno pericolosi. Avvistato l’aeroplano e riconosciuto il tipo e le marche di registrazione, i piloti militari eseguono manovre previste dalle norme internazionali alle quali i piloti civili rispondono seguendo quanto le regole prevedono, ovvero dando evidenza di aver compreso la situazione e di collaborare, collegandosi mediante la frequenza internazionale di emergenza dalla quale passeranno poi a quella corretta per ristabilire il contatto con chi gestisce lo spazio aereo. Naturalmente in questo modo è possibile osservare se sull’aeroplano intercettato c’è attività o meno, in quali condizioni si trova, se c’è la necessità di coordinare un’operazione di emergenza. E naturalmente si scorta chi si è “perso” nelle frequenze radio verso la sua rotta prevista. Alcune volte per i piloti che abbiano commesso errori ci sono sanzioni severe, altre volte la situazione non prevede altro che una verifica della sicurezza della situazione. Di questi tempi il livello di allerta è ovviamente più alto, ma il mantenimento della sicurezza dei cieli mediante questo sistema di polizia aerea consente a noi cittadini di dormire sonni tranquilli. Ecco perché quando si legge di un avvenuto “scramble” è una buona notizia, significa che la polizia del cielo fa il suo dovere.

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