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Tecnologia

Coronavirus, nella app per la fase 2 il bluetooth ha più senso del Gps

È ubiquo, a basso consumo, facile da usare, affidabile (con qualche riserva), capace di tutelare la privacy, sicuro per la salute

È onnipresente: lo si trova in circa 5 miliardi di dispositivi, a cominciare dagli smartphone che tutti abbiamo in tasca, passando per gli smartwatch, le cuffie, i diffusori casalinghi, gli assistenti vocali, ormai persino gli spazzolini o le lavatrici. Usarlo è semplice: le procedure per abbinare due oggetti che lo supportano, per farli parlare, è davvero immediata. Consuma poco, le sue onde radio a bassa intensità non sono una minaccia per la salute. Soprattutto, non localizza: dice solo se due dispositivi sono vicini abbastanza, o troppo, per comunicare tra loro. Ecco perché, specie per le questioni legate alla tutela della privacy, il bluetooth potrebbe essere una soluzione più adatta del Gps a supportare la fase 2 dell'era coronavirus, quella in cui servirà una qualche forma di tecnologia, verosimilmente una app, per vigilare sul distanziamento sociale.

Ne abbiamo parlato con un esperto in materia, Giorgio Sadolfo, Ceo di Filo, una start-up che opera nell'ambito dell'internet delle cose e ha lanciato due prodotti che hanno già raggiunto il traguardo inseguito dal Governo: tracciare attraverso la tecnologia bluetooth. Filo ha appena raccolto finanziamenti per 2,5 milioni di euro.

Sadolfo, partiamo dalle basi. Perché una tecnologia come il bluetooth può essere utile per combattere l'emergenza coronavirus? Quale eredità del suo passato glielo consente?

Il bluetooth è molto versatile: nasce come protocollo per la trasmissione di dati wireless (senza fili), ma può essere sfruttato per casi d'uso molto differenti. Questa stessa tecnologia potrebbe essere sfruttata per realizzare applicativi utili a combattere l'epidemia di Covid-19. In che modo? Partiamo da questo assunto: una delle applicazioni principali del bluetooth è stimare la distanza tra due oggetti che «parlano la sua lingua», ovvero che supportano il bluetooth. Un po' come il vecchio gioco «acqua-fuoco», se l'intensità del segnale tra questi oggetti è elevata, allora sono vicini; se, al contrario, è debole allora si presume che gli oggetti siano lontani.

Una possibile applicazione utile a prevenire la diffusione di Covid-19 è quella di monitorare se due dispositivi bluetooth sono troppo vicini (ad esempio meno della distanza di sicurezza) per troppo tempo (diciamo 15 minuti). Questi dispositivi bluetooth potrebbero essere wearable device da indossare o applicazioni che simulino questo comportamento, quando si rientrerà in ufficio durante la tanto attesa Fase 2 per assicurarsi che le aziende rispetteranno le misure di sicurezza anti-coronavirus.

Cosa lo rende più efficace del Gps e altrettanto preciso?

Bluetooth e GPS sono tecnologie sostanzialmente differenti. La prima nasce come protocollo per la trasmissione di dati wireless (senza fili) tra dispositivi, ad esempio per collegare stampante e pc; la seconda è a tutti gli effetti una tecnologia di localizzazione. Il GPS, in altre parole, localizza e traccia gli spostamenti nello spazio e nel tempo di un oggetto.

Quando invece parliamo di bluetooth come tecnologia utile per monitorare le persone e combattere l'epidemia, non dobbiamo guardare il mero aspetto del tracciamento, ovvero «dove mi trovo»; dobbiamo piuttosto guardare la possibilità di monitorare l'interazione tra oggetti che «parlano» bluetooth.

Utente 1 è stato a contatto con utente 2? Per quanto tempo? Sotto la distanza di sicurezza? A tutte queste domande può rispondere il bluetooth.

Quali cautele andrebbero adottate affinché una soluzione che lo vede protagonista possa dare adeguate garanzie sul fronte della privacy?

La privacy è un tema delicato e seppur siamo in casi di urgenza e necessità non dobbiamo permettere che venga tralasciata. Qualunque sia la soluzione adottata bisogna monitorare anonimamente l'utente. In altre parole, bisogna impedire che si possa risalire e identificare in maniera univoca quella particolare persona.

Il primo step per farlo è quello di identificare gli utenti non con nome e cognome, ma attraverso codici alfanumerici. La seconda è quella di adottare una cosiddetta tecnologia di rolling code che attribuisce, allo stesso utente, un nuovo identificativo virtuale che cambia continuamente ogni tot di tempo.

Così facendo gli utenti potranno essere monitorati ma sarà praticamente impossibile generare una corrispondenza tra l'identificativo numerico (che varia continuamente) e un particolare soggetto.

Nella cronaca di questi giorni, commentando l'accordo tra Apple e Google per una app per il contact tracing, sono venute fuori alcune critiche. La più ricorrente è che c'è una possibilità d'errore non trascurabile, frutto di un'ingenuità di base: per esempio, un oggetto addossato a una parete può collegarsi a un dispositivo del vicino o di un ufficio accanto. Come garantirgli un grado di accuratezza?

Su questo tema le osservazioni sono tecnicamente veritiere anche se imprecise, poiché non rappresentano un reale impedimento a una soluzione anti-coronavirus efficace.

Facciamo un esempio: utilizzo un braccialetto bluetooth che monitora la le mie interazioni con altri braccialetti indossati da altre persone; cosa accadrebbe se il mio dispositivo, accidentalmente, interagisse con quello del mio vicino che si trova chiuso in casa da giorni e senza mai essere uscito dall'appartamento accanto al mio? E se il mio vicino contraesse il coronavirus?

In quel caso il mio dispositivo bluetooth potrebbe registrare una interazione che non è mai avvenuta: si avrebbe, in altre parole, un falso positivo. Se però guardiamo alle caratteristiche del virus che si deposita sulle superfici e mantiene la sua infettività, in alcune condizioni, anche per giorni è saggio e prudente che io mi consideri un soggetto a rischio, nonostante non abbia mai interagito direttamente con il mio vicino.

Una alternativa tecnologica valida per ridurre questo problema potrebbe essere quello di creare una rete bluetooth interna nel mio appartamento e triangolare un segnale al fine di isolare altri segnali bluetooth esterni a questa rete. Si può fare, ma il costo-beneficio di questa soluzione renderebbe molto più sfavorevole la sua adozione.


sadolfo-filo Giorgio Sadolfo, Ceo di Filo

Con quali soluzioni avete potuto provarne l'efficacia?

Nella nostra esperienza di azienda produttrice di dispositivi bluetooth, abbiamo adottato questa tecnologia per uno scopo decisamente nuovo. Nel 2014 abbiamo lanciato sul mercato, per primi in Italia, un bluetooth tracker: un portachiavi ritrova-oggetti che connesso tramite bluetooth allo smartphone aiuta le persone a ritrovare le proprie cose tramite una app.

Il meccanismo di base è semplice: attacco il portachiavi ritrova-oggetti (di nome Filo Tag) alle chiavi e lo connetto allo smartphone via bluetooth. Quando sono connesso via bluetooth (entro un raggio massimo di 70 metri circa) posso utilizzare l'app per farlo suonare e ritrovare le chiavi, ad esempio. Quando mi allontano troppo e il bluetooth perde la connessione con lo smartphone allora ricevo una notifica sull'app che mi avverte che sto dimenticando le mie chiavi.

Un secondo esempio di prodotto che utilizza la tecnologia bluetooth che abbiamo sviluppato è Tata Pad, un dispositivo anti-abbandono che rileva la presenza del bambino in auto e ne previene i casi di abbandono. Allo stesso modo del portachiavi ritrova-oggetti, Tata Pad si connette allo smartphone del genitore tramite bluetooth e quando questi si allontana troppo dall'auto con il suo smartphone, allora il dispositivo entra in "modalità allarme" ed aziona degli eventi che avvisano il genitore o i contatti di emergenza, anche tramite chiamata e sms.

Per quali altri usi ancora inesplorati potrebbe essere applicato?

Ci sono varie soluzioni che potrebbero essere esplorate, basti pensare alla possibilità di tracciare anonimamente aree ad alta pedonalità e questo, in caso di focolai, permetterebbe una più rapida ricerca dei soggetti a rischio che sono transitati in una determinata area. Oppure monitorare gli accessi a particolari locali con una sorta di «badge» bluetooth che ti consente o nega l'accesso a seconda del rispetto del distanziamento sociale.

Il bluetooth può certamente dire la sua in questo scenario, ma è anche importante tenere a mente due fattori: il primo è quello della privacy perché qualunque soluzione dovrà necessariamente essere progettata partendo dal principio del tracciamento anonimo. Il secondo è un fattore etico: a mio avviso non è pensabile tracciare le persone, anche anonimamente, 24 ore su 24, ma si dovrebbe invece pensare ad un tracciamento che abbia un fine limitato nel tempo ed esclusivo rispetto ai casi di utilizzo.

Il bluetooth è sicuro? Ci sono studi che provano che non sia nocivo per gli esseri umani?

Lo è. L'intensità delle onde radio è troppo bassa per arrecare danni. In questo contesto, il dato scientifico per eccellenza è il cosiddetto valore SAR, il quale misura l'esposizione alle onde a radiofrequenza che vengono assorbite dal nostro corpo.

L'UE ha imposto un valore massimo, per le apparecchiature elettroniche, di 2 W/kg; sotto questo valore, l'esposizione alle onde elettromagnetiche è considerata perfettamente sicura. Per dare un esempio concreto gli smartphone più virtuosi hanno valori SAR di 0,17 W/KG (i peggiori sono poco al di sotto di 2 W/Kg). Le cuffie bluetooth, invece, hanno valori che oscillano tra zero e 0,026 W/Kg (circa 80 volte al di sotto del limite europeo); inoltre è la stessa OMS a raccomandare, ad esempio, l'uso di auricolari e cuffie bluetooth, soprattutto per chi fa un largo uso di telefonate.

Per concludere, cito le parole di John Moulder, biologo esperto di radiazioni: «La potenza del bluetooth è semplicemente troppo bassa per danneggiare qualsiasi tessuto biologico con i meccanismi che conosciamo al momento e se fosse pericoloso dovrebbe esserlo in modi che nessuno ha mai immaginato».

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