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(Toyota Press)
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Tecnologia

Se non compri l'auto elettrica ti salta la pensione

Fondi d'investimento contro il capo di Toyota per l'atteggiamento prudente sulla transizione all'elettrico. Ma lui presenta i numeri: crisi pandemica superata e utile raddoppiato

Qualche mese fa Akio Toyoda, amministratore delegato della Toyota e attuale presidente dell'associazione giapponese dei produttori di automobili, aveva sollevato dubbi sul processo di elettrificazione spinta intrapreso in più parti del mondo, mettendo in guardia dagli effetti negativi su industria e occupazione causati da una strategia politico-mediatica volta ad affrettare una transizione ancora immatura per tecnologia e accessibilità. Disse: "Il Giappone deve ampliare le proprie opzioni tecnologiche in materia di propulsione. I regolamenti e le normative devono arrivare dopo, una politica che vieta le auto con motore endotermico limiterebbe la scelta e potrebbe far perdere al Giappone i suoi punti di forza".

Mal gliene incolse, il sincero Toyoda è ora al centro delle critiche di cinque investitori governativi che puntano il dito sulle critiche sollevate dal manager alle azioni del governo giapponese, che sta paventando di proibire la vendita delle automobili con motore tradizionale prima della fine del decennio. Ma l'attacco è soltanto stato rimbalzato dal governo di Tokyo, perché l'origine del tentativo di zittire Toyoda arriva dalle società norvegesi Storebrand Asset Management (azionista di Toyota) e Klp, dalla finlandese Nordea Asset e dalla danese Akademiker Pension e infine dal Fondo pensionistico Church.

Il motivo di questo tentativo scandinavo di zittire il Ceo della Toyota è ovviamente finanziario: queste società gestiscono notevoli fondi d'investimento, in totale circa 500 miliardi di dollari, e lo fanno investendo nelle aziende che più spingono per l'elettrificazione in una parte del pianeta da sempre molto sensibile alle questioni ambientali. I manager delle società finanziarie temono che le posizioni scettiche del manager nipponico possano rallentare il processo di elettrificazione della gamma Toyota, quindi spingere i politici giapponesi a rallentare i loro programmi di vietare la vendita di automobili endotermiche e influenzare nello stesso senso anche altri costruttori che hanno sempre riconosciuto a Toyoda di vederci lungo, anche di prevedere gli effetti negativi sull'industria giapponese causati da una corsa più ideologica che tecnologica.

Jens Munch Holst, Ceo di Akademiker Pension, uno dei fondi pensione danesi più esposti nel mercato dell'elettrico, ha dichiarato: "Siamo sinceramente preoccupati che Toyoda non si renda conto della posta in gioco", lasciando anche intendere la possibilità di vendere le partecipazioni attuali nei produttori di componenti per le auto elettriche. Munch Holst vorrebbe invece che Akio Toyoda rivedesse le sue posizioni pubblicamente impegnandosi a cambiare l'intenzione di usare l'elettrico come una delle possibilità di conversione della mobilità ma non la principale, continuando a produrre anche mezzi ibridi e a idrogeno, tecnologie nelle quali la sua azienda guida i mercati. Ma soprattutto, il finanziere danese vorrebbe che Toyota smetta di fare pressioni sul governo per rinviare il divieto di costruzione delle endotermiche, poiché soltanto così le aziende di componentistica sulle quali ha investito potranno rientrare del denaro speso in ricerca e innovazione e garantirgli la promettente resa che si aspetta.

Jan Erik Saugestad, numero uno di Storebrand Asset Management, è invece stato più diretto: "In qualità di azionisti di Toyota abbiamo ricevuto rassicurazioni sul fatto che le sue attività per rallentare l'entrata in vigore del divieto di vendita sarebbero state riviste, la completa elettrificazione dei trasporti è vitale se vogliamo raggiungere gli obiettivi climatici e Toyota dovrebbe guidare il cambiamento invece di prolungare la produzione di motori a combustione perdendo quote di mercato a vantaggio di altre Case." Mente sapendo di mentire, poiché è ormai chiaro persino ai parlamentari di Bruxelles che senza un periodo di transizione fisiologico non ci potrà essere alcuna transizione energetica efficace.

Oggi tuttavia il costruttore giapponese ha restituito alle finanziarie lo schiaffo ricevuto presentando i conti del trimestre gennaio-marzo, ovvero dimostrando che Toyota si è di fatto scrollata di dosso la crisi pandemica e la crisi globale dei microchip, raddoppiando il profitto operativo e prevedendo un margine del 9% sulle vendite. L'utile operativo è salito a 689,8 miliardi di yen (6,26 miliardi di dollari) dai 359,9 miliardi di yen dell'anno precedente. L'utile netto è più che raddoppiato a 777,1 miliardi (7,05 miliardi di dollari) nel trimestre gennaio-marzo, dai 327,3 miliardi dell'anno prima.

I ricavi sono aumentati dell'11% a 7,69 trilioni di yen (69,79 miliardi di dollari) nei tre mesi, poiché le vendite mondiali sono aumentate del 5,3% a 2,21 milioni di veicoli e quelle del Nord America hanno aggiunto il 5% a 630.000 unità nel periodo, mentre le vendite in Europa sono aumentate dell'11% a 280.000 unità. Per l'intero 2020, un periodo caotico segnato dallo sconvolgimento della pandemia e dai problemi alle catene di approvvigionamento dei componenti, Toyota aveva visto un calo dell'utile operativo, ma ha comunque mantenuto margini positivi. Risultati che contrastano con quelli di altre case automobilistiche giapponesi: l'affiliata Toyota Subaru ha comunicato che il suo utile operativo per l'intero anno fiscale si è dimezzato, Mitsubishi Motors è in rosso, Nissan ha segnato la più grande perdita operativa mai registrata dalla società, Honda prevede un crollo del 18% dell'utile di esercizio e infine Mazda spera di andare in pareggio. Ed anche se questo non basterà per calmare i finanzieri, Toyoda ha dimostrato ancora una volta che la sua visione del mercato è quella giusta.

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