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Tecnologia

Perché la trasformazione digitale è la nuova ricchezza

La visione di Lorenzo Greco di DXC Technology, che la giudica il principale acceleratore della produttività

Come bussola nell’abbondanza, suggerisce l’intelligenza della scelta: «Oggi c’è molta tecnologia. Troppa. E permette di fare pressoché di tutto. La differenza, allora, sta nel trovare quella adatta alle proprie esigenze, che permetta di risolvere uno specifico problema. Nessuna tecnologia è migliore o più avanzata in assoluto. Il suo valore dipende dallo scopo per la quale s’impiega». Ecco la visione di Lorenzo Greco, country manager per l’Italia di DXC Technology, colosso dell’IT, con 20 miliardi di dollari di fatturato annuo, 138 mila dipendenti, circa 6 mila clienti in 70 Paesi. Sia nel pubblico che nel privato: «Siamo attivi in moltissimi campi. Nell’automotive, per esempio, dove stiamo ripensando il concetto del cruscotto per trasformarlo in un cockpit evoluto da cui controllare tutto quello che succeda in una vettura. Anche tramite il ricorso a comandi vocali, con un dialogo tra uomo e macchina attraverso un linguaggio naturale. Oppure, abbiamo reso digitale per il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, tutto il sistema d’iscrizione alle scuole di ogni ordine e grado».

I genitori potranno sperimentarlo a gennaio: sarà un processo con un impatto su 8 milioni di studenti. E funzionerà soltanto online: «Non c’è altro modo. Abbiamo scelto una misura unica, quasi brutale, che però è al passo con i tempi ed è efficace» assicura il manager, romano, maratoneta, fino al 2017 in forza presso la divisione Enterprise Services di Hewlett Packard Enterprise, che fondendosi con un’altra corporation, la CSC, ha dato vita alla DXC Technology. Società che nel Bel Paese ha più di 150 clienti e 2.100 dipendenti distribuiti su sei sedi. I quali rappresentano un elemento imprescindibile, un fattore strategico nella visione dell’azienda: «L’elemento umano resta fondamentale. O meglio, le competenze delle persone. Per questo, soltanto nel nostro territorio, abbiamo investito oltre 2 milioni di euro negli ultimi 18 mesi in formazione».    

Automobili, Governo, e poi? Qualche altro settore in cui siete attivi?

La salute. Stiamo lavorando per portare in Italia sistemi gestionali e applicazioni d’intelligenza artificiale e machine learning nel mondo sanitario.

Che tradotto, cosa significa?

Personalizzazione delle cure e supporto costante al personale. Mi riferisco a soluzioni che, in un’economia di scarsità di medici e infermieri, possono aiutarli fornendo loro dati, suggerimenti, indicazioni per assistere al meglio il singolo paziente.

Sta dicendo che le macchine sostituiranno i dottori nelle diagnosi?

Niente affatto. La loro presenza è indiscutibile, saranno sempre i soggetti con cui i malati continueranno a relazionarsi e la decisione finale rimarrà nelle loro mani, però avranno sostegno da parte di computer in grado di incrociare moltissimi dati e informazioni, attingere a studi e approfondimenti da ogni parte del pianeta. In un attimo.

Lorenzo-GrecoLorenzo Greco, country manager per l’Italia di DXC Technology

Se ne parla da un po’. Cosa vi distingue da chi offre servizi analoghi?

Delivery or die. Siamo ossessionati dal raggiungimento del risultato. Ci piace creare un rapporto di stima e fiducia con i nostri clienti, che infatti tendono a tornare. Siamo bravi a costruire relazioni a lungo termine.

Come cambia l’approccio tra il pubblico e il privato? Oppure è lo stesso?

In entrambi i casi sul piatto ci sono competenze, tecnologie e processi per la trasformazione digitale di un’organizzazione. Nel primo caso, naturalmente, si mette al centro la qualità e la ricchezza del servizio che viene dato al cittadino. Nel secondo, inutile girarci intorno, si mira a vendere di più.

Ma è vero che l’Italia è così indietro nell’innovazione?

Abbiamo aziende che sono campioni mondiali nel loro segmento. Vero è altrettanto che in pochi osano e in tanti si accodano. Si comportano da follower. E tendono a chiudersi nella loro comfort zone.

Cosa si rischia?

Di rimanere indietro. Molto indietro. Prendiamo il mondo delle auto. Si dibatte sempre più di sharing economy, guida autonoma e motori elettrici. C’è un intero sistema produttivo che in Italia va adeguato, altrimenti quello che facciamo oggi tra qualche anno non lo comprerà più nessuno.

Siamo a fine anno, è il solito momento d’indovinare il futuro. Cosa dobbiamo aspettarci per il 2020?

Mi aspetto un utilizzo finalmente ragionato e consapevole dei dati. Ne abbiamo tantissimi, da molteplici risorse, impareremo finalmente a metterli a frutto per aiutare il processo decisionale. Era quello che dicevo prima quando parlavo della sanità. Varrà in ogni campo.

Che altro?

Prevedo investimenti e sforzi sul tema della produttività. Ne abbiamo un disperato bisogno, è il migliore acceleratore per il Pil.

Ma cosa c’entra la tecnologia?

Ci libera dalle attività ripetitive, a basso valore. Consente d’investire il tempo in quelle che possono creare un valore aggiunto. La trasformazione digitale andrà a beneficio di tutta la collettività, come da sempre succede con l’innovazione. Che ha generato benessere e prosperità.

L’automazione, però, spaventa. Si teme possa allontanare risorse dal mercato del lavoro. Aumentare la disoccupazione.

Non bisogna preoccuparsi sempre. Creando risorse, avremo più possibilità di destinarne a chi per qualche motivo rimane indietro. Ma se partiamo dalla difesa del debole, bruciamo in partenza le nostre chance. Lo sostiene, con un’ampia base di dati storici, il Fondo monetario internazionale: non c’è cosa che combatta meglio la povertà se non la globalizzazione.

Questo gusto per lo sprint, questa continua proiezione in avanti, li deve alla sua anima da runner?

Una volta lessi una frase che mi è rimasta impressa: «Bisogna fare sempre qualcosa di duro da soli nella vita». È un allenamento dello spirito, della propria capacità di resistenza. Un modo per conoscere i propri limiti. Quando corro non lo faccio contro gli altri. Sto sempre sfidando me stesso.

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