La scena è di quelle epiche. Annalisa Bottelli guida come una matta dopo l’ennesimo litigio con l’ennesimo amante, getta la sigaretta dal finestrino e la cicca finisce dritta nell’abitacolo di un’altra macchina, centrando la conducente: la vettura sbanda, la donna al volante muore e nel giro di qualche puntata Annalisa – interpretata da una definitiva Giuliana De Sio - diventa l’amante del vedovo. Siamo in pieni anni 2000, nell’epoca di massimo splendore de Il bello delle donne, e dietro questa la scena c’è la penna geniale di Teodosio Losito.

Per lo sceneggiatore è solo l’inizio di una lunga sequenza di fiction che si trasformano in titoli schiaccia share, da Caterina e le sue figlie a Il peccato e la vergogna, tutte realizzate in coppia con produttore Alberto Tarallo. Nasce così, quasi per caso, la premiata ditta Losito-Tarallo (o Tarallo-Losito, fate voi), da vent’anni in bilico tra picchi di ascolti e critiche ferocissime, grandi successi e melò spinto, qualche scivolone e sterzate cult. Losito intercetta i gusti del pubblico, rispedisce al mittente l’accusa di essere l’artefice di prodotti trash e diventa il “Re Mida” della fiction italiana. Riservatissimo e allergico alle interviste, ha accettato di raccontarsi senza filtri a Panorama.it. alla vigilia della quinta e ultima stagione de L’Onore e il rispetto, al via su Canale 5 da 31 marzo.  

Losito, per qualcuno lei è stato per oltre un decennio tra i Re Mida della fiction italiana. Si conosce in questa definizione?

(ride) A fasi alterne. L’ho detto più volte e le mie battute avevano il sapore della provocazione, rivolta in particolare ad Aldo Grasso, il mio primo detrattore. Ma non sempre è passata l’ironia delle mie frecciate.

Come si fa a confezionare un prodotto di successo?

Non c’è la formula scientifica per fare una confezione precisa: capita di inserire in una sceneggiatura quello che ti appartiene, la magia è quando anche il pubblico ama o si riconosce in quello che proponi. Il mio successo è dovuto al caso e forse anche al talento, il discorso tecnico l’ho dovuto imparare sul campo.

Togliamoci subito il dente. Il Bello delle donne…alcuni anni dopo non è stato un successo di ascolti: che cosa non ha funzionato?

L’analisi è complessa. Aspettarsi lo stesso Bello delle donne di quindici anni fa era ridicolo, patetico: purtroppo ho notato uno schieramento preconcetto, un sacco di persone che si aspettavano un qualcosa che a monte non poteva esserci.

Molti hanno criticato il cast.

“Perché non c’era questo, perché non c’era quello”. Ci hanno sommerso di commenti sui social. Magari avessi l’abilità di ritrovare persone meravigliose anche a livello estetico e di salute mentale. Ti devi confrontare con un lavoro duro e non è mai concesso di sbagliare.

Non sono mancate le frecciate al vetriolo anche per la sceneggiatura.

Io sono la stessa penna di allora, uso la stessa tecnica per costruire: poi si produce con il materiale umano che si ha a disposizione e i soldi per le produzioni sono sempre meno. C’è molto non detto e non conosciuto dal pubblico.

Ad esempio?

La puntata di Claudia Cardinale originariamente era la seconda: la serie è stata girata così, ma ci hanno chiesto di cambiare e farla slittare alla ottava. Per questo in fase di montaggio abbiamo dovuto fare i macellai, ribaltando tutto all’ultimo secondo quando il mix era già fatto. Ce lo hanno chiesto e ci siamo adeguati.

Il motivo di questa scelta?

È stata ritenuta sensibile, perché affrontava il tema del terrorismo: visto il periodo, si sono fatti degli scrupoli sull’argomento, tanto che volevano cassare la puntata. È finita per ultima, per detronizzarla. Fino alla quarta puntata ci sono stati dei tagli enormi, abbiamo buttato un sacco di materiale, c’era una seconda linea narrativa in ogni episodio che è completamente saltata. E così sono diventati dei b-tv movie. Mi prendo la colpa, sparano continuamente a me. Quello che si è visto è ciò che si poteva fare al meglio.

Sui social network vi hanno massacrato.

Non li seguo in prima persona, non mi interessano, perché nella mia analisi il web non rappresenta la verità: mediamente servono solo a tirare fuori i mostri che ci sono in noi, i fantasmi, l’invidia. Poi ho notato una radicalizzazione negli ultimi anni.

Ovvero?

Con Pupetta ad esempio c’era stata una seconda lettura molto ironica. Col Bello delle donne…alcuni anni dopo l’ironia è diventata cattiva. Oggi non esiste più il pudore, c’è la gara ad essere originali, per far vedere alle altre pecore chi ha il manto più brillante.

Parlando della fiction Mediaset, Pier Silvio Berlusconi la scorsa settimana ha detto che si è chiuso un ciclo. Anche secondo lei è così?

Penso abbia ragione. Noi ad esempio stiamo lavorando su progetti internazionali, ai quali Mediaset potrà partecipare ma non è fondamentale: sarà sempre una collaborazione voluta da entrambe le parti. Sicuramente c’è una nuova fase, e questo vale per tutti i produttori, ma non ci sono chiarimenti su quello che si farà.

In ballo ci sono altri progetti con Mediaset?

Stiamo scrivendo una serie per loro, ambientata a New York tra gli anni ’60 e gli ’80. Il titolo provvisorio è Donne d’onore e andremo sul set a ottobre. Non posso dire nulla sul cast, anche perché in questi giorni c’è una possibile entrata di un gruppo internazionale: questo potrebbe spostare il tiro con l’ingresso di tre o quattro interpreti donne, tutte importanti attrici americane.

Perché Ares non lavora con la Rai?

(ride) Siamo considerati troppi vicini a Mediaset, che detiene il 5% della società: questa è una cosa che mette in difficoltà, ci preclude delle possibilità. È una posizione quasi politica ma quando ci sono stati degli approcci ci tiravano per la giacca. Quasi tutti i produttori, e parlo di quelli più grossi, lavorano ovunque e non hanno nulla più di noi. È ridicolo: noi non lavoreremo mai per la Rai, è un dato di fatto. Ma va bene così: oggi guardiamo al mondo.

Una critica che le ha dato fastidio?

Hanno detto di tutto, per questo sono diventato insensibile: quando è troppo vuol dire che è niente. Oggi tutta l’accozzaglia di robaccia che hanno cercato di buttarmi addosso non attecchisce più.

Ma ci sarà qualcosa che l’ha ferita?

Forse una delle cose minori ma che tocca la mia sensibilità di essere umano. Aldo Grasso l’ho sempre reputato arguto, intelligente e furbo ma per tre fiction di seguito ha utilizzato l’espressione “atmosfere queer”. Ci stava per Valentino, che aveva una confezione leziosa se vogliamo. Ma per le altre fiction l’ho trovata una sottolineatura banale, stupida, inutile: avrei preferito che dicesse “dai forti accenti gay”. Mi ha dato fastidio perché vuoi raccontare che io sono frocio e quindi che scrivo da frocio. L’ho trovato greve, ha messo del pecoreccio per sminuire la mia professionalità: ma io scrivo da Losito non da omosessuale. Poi che io sia gay e che stia con Tarallo da 19 anni lo sanno anche i muri.

Come si vede Losito tra qualche anno?

Lo sceneggiatore che è in me si è stancato della minestra. Sicuramente vivrà nel tempo se ci saranno delle storie, ma non sarà un lavoro obbligato. Nel mio futuro preferisco immaginarmi produttore cinematografico. Debuttiamo a fine ottobre, con Rocco Papaleo e Laura Morante, con la commedia dei sapori noir Bob e Marys. Ho amato questa storia fin dal primo soggetto e vedremo un’inedita Morante, che saprà far ridere. Una cosa però glie la voglio confessare: non voglio morire autore o sceneggiatore di fiction.

 

 

 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti