Stefania Berbenni

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"Quindici anni fa il mio agente non mi avrebbe permesso di prendere in considerazione una serie televisiva dopo aver vinto un Oscar". Con una statuetta in bella mostra sulla mensola di casa, non sarebbe stato opportuno darsi in pasto al media più pop e abusato, la tv, girando una serie. Lo imponeva il galateo professionale dei mostri sacri del cinema e un certo snobismo molto hollywoodiano. Perciò nessuno stupore nel sentire Kevin Spacey ammettere che oggi tira un’altra aria, da cui è sparita la puzza sotto il naso di agenti e attori. Secondo i bene informati, Johnny Depp ha da poco dato il benservito al suo storico agente perché incapace di portargli sia sceneggiature di livello, sia un buon contratto per una serie. E negli stessi giorni in cui si rompeva il contratto fra i due, Woody Allen, con i suoi 79 anni e cinque Oscar all’attivo, ne firmava uno con Amazon, colosso web in guerra con il rivale Netflix. Due giganti pronti a spartirsi il mercato web e televisivo a colpi di serie.

Amazon contro Netflix

La prima ha fatto il botto con Transparent, storia di una famiglia con padre transgender diventata di culto assoluto (forse il fenomeno più forte del momento), e ora spera di ripetere con Allen, ma anche con Ridley Scott coinvolto come produttore esecutivo della serie La svastica sul sole, tratto dal romanzo di Philip K. Dick. Di Netflix sono la pluripremiata House of cards con Kevin Spacey e Orange is the new black su un carcere femminile, per citarne alcuni. Di nomi da Olimpo del cinema però ce ne sono già stati negli anni passati e neppure sporadici: David Lynch, precursore con Twin Peaks, Steven Soderbergh, Steven Spielberg, Martin Scorsese e, fra gli attori, Gabriel Byrne, Tim Roth, Maggie Smith, Glenn Close.

La transumanza

La lista può rimpolparsi, il passaggio dal grande al piccolo schermo non è fenomeno nuovo, la differenza è che oggi rischia di assumere le caratteristiche di una transumanza. Non solo: i mostri di bravura del cinema non provano alcuna lesa maestà nel girare storie per la tv o il web. Quindici anni fa, come diceva Spacey, sarebbe stato impensabile vedere sfilare Stanley Tucci e Billy Bob Thorton, Maggie Gyllenhall, Matt Dillon, Frances McDornand, Bill Murray, Kathy Bates. E invece succede proprio in questo scorcio di inizio anno: dal 30 gennaio su Sky Atlantic Tucci è protagonista di Fortitude, kolossal thriller girato fra i ghiacci, 11 episodi, 26 personaggi, budget stellare anche perché, a sorpresa, il set islandese era privo di neve (la si è dovuta sparare); sulla stessa rete Thorton è l’anima di Fargo, serie in dieci puntate tratta dall’omonimo film dei fratelli Coen, qui in veste di prodottori esecutivi; dal 17 febbraio Gyllenhall, premiata agli ultimi Golden Globe come "Miglior protagonista", si misura con una storia dura fra Israele e Palestina, otto episodi, titolo The honourable woman. McDormand è un gigante di bravura in Olive Kitteridge tratto dal romanzo di Elizabeth Strout, sui canali Sky cinema in questi giorni; Bates, in versione barbuta, è in American horror story; Dillon arriva sul piccolo schermo con Wayward Pines, su Fox, ma più avanti, il 14 maggio.

Giovanni Modina, direttore delle reti pay Mediaset, ricorda però che: "La seriemania è un fenomeno che si autoalimenta, che regala la sensazione di appartenere alla "gente giusta": si scarica, si anticipa, si commenta. Di certo, ha fatto presa sui giovani, di solito refrattari alla tv. I nomi forti aiutano: su Premium Crime è in onda dal 31 gennaio la seconda stagione di Hannibal con Mads Mikkelsen, premiato a Cannes. E in generale, ci sono più serie, ma ricordiamoci che i numeri sono ancora bassi se paragonati alla tv generalista".

Aste record

Al Mipcom di Cannes (ottobre) e ai L.A. Screenings di Los Angeles (maggio), i due più importanti mercati, i responsabili acquisti delle varie tv si litigano i titoli migliori. Aste record, accordi quadro per avere una prelazione d’acquisto, come quello fra la Hbo e Sky Atlantic. Antonio Visca, direttore di quest’ultimo, racconta: "Si è molto alzato il livello dei prodotti, ma c’è anche più domanda. Il mercato si sta ampliando, tv terrestre, via cavo, satellitare, web… Bisogna saper scegliere puntando alla qualità, qualunque sia il genere". E annuncia i nuovi arrivi: "Nella notte fra il 27 e il 28 febbraio, in contemporanea con gli Stati Uniti, partirà la terza stagione di House of cards; poi sarà la volta di 1992, serie italiana ideata e interpretata da Stefano Accorsi; in autunno vedremo In treatement 2, sempre con Sergio Castellitto nel ruolo dello psicanalista e un cast di grandi nomi a cominciare da Michele Placido; ritorna Clive Owen con Knick 2 e nella seconda metà del 2015 vedremo True detective 2, con il nuovo cast: Colin Farrell e Vince Vaughn".

Altri fuoriclasse, star da Oscar. E nomi di peso anche fra gli italiani, come Accorsi e Placido. Il 20 febbraio su Canale 5 andrà in onda Il bosco, miniserie thriller in quattro puntate con Giulia Michelini, tutta italiana, ma pensata anche per l’estero. Sono pochi infatti i nostri prodotti d’esportazione, eccezione fatta per Montalbano e Gomorra. Tinny Andreatta, direttore della fiction Rai, mette in guardia: «È un errore paragonare le serie nate per il cable con quelle per la tv generalista. Le prime hanno budget elevati, sono per un pubblico pagante, di nicchia. Nascono per essere “esclusive”, mentre i prodotti per la tv generalista devono essere inclusivi, accogliere un pubblico ampio e differenziato. Detto questo, è cresciuta un’ottima generazione di sceneggiatori e registi, è aumentata la qualità del racconto per immagini. La serialità, per i suoi tempi dilatati, permette agli autori di scavare dentro alle psicologie dei personaggi. E così è più invitante per i grandi nomi partecipare alla nuova narrativa da piccolo schermo. La tv ha preso in parte il posto del cinema nel raccontare la realtà».

Non sarà dunque un caso che il 2015 vedrà nuovi nomi di livello lavorare per la Rai, dopo Pupi Avati, Enzo Monteleone, Giacomo Battiato e altri. Continua Andreatta: "Cristina Comencini, con Francesca Marciano, ha scritto una serie che ripercorrerà l’Italia dagli anni Cinquanta a oggi: è il racconto di una saga famigliare dove le donne faticano per prendere il proprio posto all’interno della famiglia e della società. Pif sta lavorando alla serializzazione della Mafia uccide solo d’estate. Francesca Archibugi sta scrivendo una serie in 12 puntate di Romanzo famigliare, le cui riprese inizieranno il prossimo anno. Francesco Piccolo sta lavorando all’adattamento dei romanzi di Elena Ferrante. Sono anche iniziate le riprese di un tv movie su Lea Garofano e sua figlia Denise e a firmare la regia ci sarà Marco Tullio Giordana".

Dunque, anche in Italia la «transumanza» è cominciata e i motivi sono molteplici, come spiega Carlo Freccero che di tv ne ha fatta molta e soprattutto la capisce: "C’è una libertà autorale assoluta. Zero recinti: si parla di transgender e di trasformazioni identitarie, il chimico di Breaking bad, per esempio. È entrato il presente. Le serie sono pensate per un pubblico borghese, che una volta leggeva romanzi e seguiva il cinema d’autore, e ora sceglie cosa vedere e quando: ecco perché sta vincendo il format da sette-nove puntate, fruibile in un weekend. Che sia una serie filosofica come True detective o uno psico thriller come Fargo, horror o queer, stiamo parlando della nouvelle vague della tv. Questa è una rivoluzione culturale, di contenuti, di consumi".

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