Quicksand

Quicksand, calma apparente

Panorama ha visto in anteprima i primi due episodi delle serie tv svedese di Netflix. Ecco cosa possiamo dirvi senza spoilerare

Quicksand-apertura

Marco Morello

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Dice tutto già il titolo: Quicksand, sabbie mobili. Calma apparente, illusione soffice che contiene un pericolo letale, che trascina giù verso l’abisso. La prima serie originale svedese di Netflix in arrivo il prossimo 5 aprile è la storia di una trappola incombente destinata a scattare: sei episodi per raccontare come la vita di Maja, studentessa dal volto candido di un ricco istituto privato di Stoccolma, sia l’opposto della perfezione.

Nasconda, mescolati assieme alle inquietudini e alle insicurezze tipiche dell’adolescenza, tetri segreti che accelerano spediti verso la tragedia. La prima sequenza mette subito ogni cosa sullo schermo, senza ellissi a beneficio dell’effetto sorpresa: ci sono corpi riversi a terra, macchie di sangue, urla in sottofondo e una campanella che non smette di suonare come una sirena lugubre di morte. Il campo è strettissimo però non lesina i dettagli, è una carrellata lenta su una normalità spezzata, spazzata via. S’intravede un fucile, c’è stata una sparatoria in una classe, non è chiaro quanti siano i morti, di sicuro rimane una sopravvissuta. Occhi azzurri sbarrati che fissano il vuoto, ecco Maja, illesa tranne che per le cicatrici dell’anima, portata via dalla polizia quando ormai tutto è finito.

Intrigo svedese

È lei l’unica indiziata possibile. È l’intrigo, la logica della serie: spiegare come sia arrivata a tanto, giocando sulle varie sfumature possibili della colpa, sulla miccia che accende l’estremo. Quicksand vaga lungo continui rimandi tra presente e passato, spesso in contrasto anche visivo tra loro, tra la luce livida di un carcere o di un’aula di tribunale e le giornate luminose, sature di colore, dell’estate dell’anno precedente. È allora che Maja incontra Sebastian, rampollo di una famiglia ricchissima con villa da sogno, bolidi in garage, uno yacht smisurato con quattordici addetti come personale di bordo. E un padre aggressivo, dalla presenza invadente seppure intermittente.

Più che dallo sfarzo e dalle sue tasche, la protagonista è attratta dal fascino del diciottenne, dal romanticismo e dalle fragilità avvolte in un velo di sicurezza. Lui che potrebbe avere chi vuole, il concetto viene ripetuto e suggerito quasi allo sfinimento, ha scelto lei. Bella, non la più bella. Timida, rispetto alle coetanee sfrontate che sembra sappiano già tutto sul sesso, i ragazzi, la vita. Così, mentre l’amore sboccia, si fa conoscenza del corollario di personaggi che circonda la coppia: genitori distratti e ingenui; compagni di classe gentili, in fondo invidiosi. E poi festini, vizi assortiti, inclusi incontri ravvicinati con le armi durante una battuta di caccia. Sparare «è la sensazione più bella del mondo. Non esiste niente di simile» sussurrerà Sebastian a Maja che tentenna sul grilletto mentre dal mirino scruta un cervo.

Tratto dall’omonimo romanzo bestseller scritto dall’avvocatessa di Stoccolma Malin Persson Giolito e acclamato dal New York Times, Quicksand non è il solito dramma per teenager: ha interpreti giovani, ma tocca temi adulti. Pensare a Tredici, uno dei titoli più forti del catalogo Netflix, è immediato. Anche perché la serie svedese, come sottolineato prima della sequenza d’apertura, è vietata ai minori di 14 anni per le scene di violenza e abusi di droga. Quasi uno spoiler delle distonie che scandiranno la perdita dell’innocenza di una ragazza che, prima di spezzarsi, all’apparenza somiglia a una qualunque.

L’associazione che viene subito in mente è quella con Lisbeth Salander, la criptica e tormentata protagonista della saga Millennium, narrazione per eccellenza dei baratri umani nell’Europa del Nord. Maja supera l’ingombrante riferimento, non lo scimmiotta, scioglie l’algidità rivelando molto di sé, fino all’inconfessabile. Non intrappola le sue emozioni, anzi tira fuori l’inconscio. È uno dei principali meriti di Quicksand: catturare scena dopo scena, episodio dopo episodio, mostrando le ragioni di un rovesciamento. Di come la felicità di due adolescenti possa contaminarsi, infettarsi. Quali sono le derive estreme dell’amore. A volte riuscendo persino a imbarazzare lo spettatore per i dilemmi etici che gli pone.

Ci sono alcuni eccessi didascalici, luoghi comuni e stereotipie soprattutto nel raccontare l’avvicinamento tra i due ragazzi, ma non compromettono la tenuta complessiva della storia. Che ha il pregio di allontanarsi da altri titoli recenti di successo con cui potrebbe sembrare ovvio paragonarla. La scuola è sì ricca e privata, ma non ricorda il covo di serpi, le liti continue in aula e fuori che scandiscono la produzione spagnola Élite. Non c’è traccia dell’ingenua leggerezza, della voglia di scoprirsi della britannica Sex Education. L’autocoscienza, in Quicksand, è piuttosto una paurosa consapevolezza, i cui effetti si compiono ed è troppo tardi per tornare indietro. Come quando si calpestano le sabbie mobili e se ne resta soffocati. 


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