Serie TV

L'Isis raccontato da una serie tv

Nella seconda stagione di Tyrant, il cattivo ha le fattezze dei soldati del califfato. Tra fiction e realtà

tyrant

Eugenio Spagnuolo

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Scorrono le immagini di jeep in corteo e dei soliti jihadisti con mitra e turbante, mentre la telecamera si prepara a darci uno dei tanti assaggi della barbarie a cui ci hanno abituato le milizie dell'Isis. Sembra quasi di assistere alle cronache di un TG, e invece è pura fiction: nella seconda stagione di Tyrant, in questi giorni in onda negli Usa (e dal 14 ottobre in Italia, il  mercoledì sera su Fox), il cattivo di turno è proprio il califfato, messo in scena per la prima volta e come solo a Hollywood sanno fare.

E non poteva andare diversamente: la serie racconta infatti il ritorno in patria di un medico americano, figlio (quasi segreto) di un dittatore mediorientale. La storia si svolge ai giorni nostri ad Abbudin, staterello immaginario che racchiude tutte le contraddizioni di quell'area. Nella prima stagione il prode Bassam (Adam Rayner) se la doveva vedere col fratello Jamal (Ashraf Barhom), dittatore allergico alle "primavere". Nella seconda, fuggiasco, salvato dagli abitanti di un villaggio, incrocia sulla sua strada i miliziani del califfato, ed è guerra (un po' all'americana, con l'eroe solitario che fa strage di cattivi).

Isis vs Islam

Scritta di Gideon Raff, autore della versione originale di Homeland (quella israeliana, ndr), Tyrant dà dell'Isis una descrizione precisa e articolata: il leader, Abu Omar (Darius Homayoun, in foto), è un trentenne fanatico che ha studiato all'Università del Cairo, le donne sono tutte occidentali tornate in medioriente con una visione feroce e cupa dell'Islam, i miliziani sono crudeli e di poche parole. E appare poco più di un dettaglio il fatto che invece che nere le bandiere siano rosse e nessuno pronunci mai la parola Isis (preferendogli "califfato"). Ma il capolavoro - senza ironia - è nella resa televisiva dello scontro tra musulmani: a combattere la jihad, con le parole e i fatti, in Tyrant c'è infatti l'Islam moderato, donne e uomini armati soprattutto del proprio coraggio, a cui la serie cerca di rendere la giustizia finora negata da molti media occidentali.

Tra soap e geopolitica
Il pregio di Tyrant, se non l'avete mai vista, è quello di riuscire a miscelare elementi da soap (amori, tradimenti, figli illegittimi) con l'attualità politica del medioriente. Come quando gli sceneggiatori raccontano lo sconforto di Sammy (Noah Silver), figlio di Bassam, dopo aver appreso che Abdul (Mehdi Dehbi), il ragazzo di cui è innamorato è finito nella mani dell'Isis, che agli omosessuali riserva una fine atroce. Oppure quando Leila (Moran Atias, vecchia conoscenza del pubblico italiano) scopre che suo marito Jamal ha un figlio illegittimo e questi è l'unico che può prendere nelle mani la battaglia campale contro i jihadisti. Così mette da parte l'orgoglio e lo invita a palazzo.

Homeland vs Homeland
La verità è che con la narrazione televisiva dell'Isis, dunque la sua "umanizzazione", Gideon Raff si è preso una piccola rivincita sugli sceneggiatori della versione americana di Homeland: solo a marzo Alex Gansa, showrunner della serie assicurava che di Isis non avrebbero parlato, perché "troppo malvagi per finire in tv". Poi il dietrofront e l'annuncio il mese scorso che nella quinta stagione Homeland si occuperà anche del nuovo male assoluto. E c'è chi dice che a fare la differenza sia stata proprio la visione di Tyrant, la cui seconda stagione ha già guadagnato 11 punti di rating rispetto alla prima su Metacritic. Che l'orrore facesse audience del resto lo sapevamo...

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