Grey's anatomy
Serie TV

Grey's Anatomy festeggia 300 episodi: i 7 segreti del suo successo

Il medical drama con Ellen Pompeo va in onda senza interruzioni dal 2005: ma perché ci piace ancora?

300 episodi e non sentirli: Grey’s Anatomy, che in Italia va in onda su FoxLife, si appresta a passare alla storia delle tv come una delle serie più longeve: 12 anni ininterrotti di trasmissioni e, per l’appunto, il traguardo dei 300 episodi (raggiunto negli Usa con l'episodio 7 della stagione 14, il 9 novembre), senza mai accusare segni di stanchezza. Ma quali sono i segreti del suo successo o, se preferite, perché ci piace ancora?

1. Il mix. Quando Grey’s apparve per la prima volta in tv correva l’anno 2005. Sex and the city aveva appena chiuso i battenti e in tv trionfavano ER, le Casalinghe Disperate e il burbero Doctor House: Grey’s era un tentativo di miscelarli, frullando storie al femminile e il genere noto come “procedurale medico”. Un mix riuscitissimo tra ragione (la scienza medica), sentimento e... postfemminismo.

2. Shonda. La “mamma” di Grey’s Anatomy è la produttrice Shonda Rhimes, la regina Mida della tv americana, che dopo Grey’s ha inanellato un successo dopo l’altro con Scandal, Private Practice (spin-off di Grey's Anatomy), Off the Map, Le regole del delitto perfetto, The Catch, e Still star crossed fino a prendersi l’intera prima serata del giovedì della rete ABC. Scrittrice di talento, timidissima, è dotata di un incredibile intuito nel cogliere i mutamenti della società. Scandal, tanto per dire, è la prima serie tv con una protagonista afroamericana dal lontano 1974.

3. Il cast. Se Ellen Pompeo è perfetta nei panni della dottoressa Meredith Grey, anche gli altri protagonisti non scherzano. Belli e credibili: Patrick Dempsey, Sandra Oh, Justin Chambers, Katherine Heigl... Anche chi ha lasciato la serie continua a vivere di rendita dell'amore dei fan (Dempsey soprattutto, ndr).


4. Gli amori normali. Le storie scritte da Shonda, e Grey’s non fa eccezione, traboccano di amori e furori dove etero e gay, fedeli e fedifraghi, sereni e nevrotici hanno pari dignità. Quando le chiesero perché ci tenesse tanto a rendere “diversa” la tv, lei spiegò che il suo era piuttosto un modo di narmalizzarla la tv, visto che ciò che racconta è ciò che avviene nella vita reale. "Odio davvero la parola diversità, perché suggerisce altro. Come se fosse qualcosa di speciale. O di raro" - sentenziò. "Come se ci sia qualcosa di insolito nel raccontare storie che coinvolgono donne e persone di colore e personaggi LGBTQ in TV".

5. Demografia. Negli USA l’audience crescente di Grey’s, nonostante la concorrenza non passa inosservata. E brulicano teorie. Tra le più singolari quella della rivista Variety, secondo cui il crescente interesse del pubblico dipende (anche) dall’invecchiamento delle telespettatrici: troppo giovani per godersi la serie nel 2005, oggi che hanno più o meno 35 anni possono apprezzarla. E grazie alle piattaforme di streaming sono state in grado di recuperare gli episodi persi e mettersi al passo.

6. Familiarità. Fateci caso: solo quest’anno sono tornate in tv almeno una decina di serie che avevano chiuso in battenti, come Una mamma per amica e Will & Grace. Il loro successo deriva dal fatto che ci appaiono familiari, reminiscenze di un’epoca pre-crisi in cui non c’era lo streaming tv e neppure la sovrabbondanza di serie tra cui scegliere. Ecco, secondo il sito Bustle, Grey’s Anatomy continua a piacerci, anche perché ci è familiare: è un eterno revival dei bei tempi, ma senza interruzioni.

7. Le storie. Ma la vera, grande innovazione di Grey’s Anatomy è nella ricerca continua di un lieto fine, che sia al tempo stesso imprevedibile. Gli esempi si sprecano: Derek è morto, ma Meredith ha avuto un altro bambino e ha imparato a vivere con se stessa. Cristina è andata via, ma ha ottenuto un lavoro migliore che stimola le sue vere ambizioni. E una serie di disastri hanno costretto un paio di protagonisti a rendersi conto di quanto si amassero veramente. In Grey’s comunque vada c’è sempre un motivo per sorridere, anche se non era quello che avremmo creduto. Insomma, Lieto fine sì, ma con giudizio.

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