Ha aspettato 43 anni la dea bendata per far onore al nome, Fortunato. Fino al 2014, quando esplose in tv Gomorra, chi se lo filava Fortunato Cerlino? Una manciata di addetti ai  lavori. Poi è arrivato Pietro Savastano, il boss della serie dei record; e se nella vita di un attore entra un gigante della cattiveria ci sono due strade: o te ne appropri rendendolo indimenticabile, o perdi il treno della vita.

Cerlino, che di anni a giugno ne compie 45, ha fatto di più, se lo è cucito addosso non temendo di rimanere ferito dal nero dell’anima. È un divo ora, gli tocca girare per strada nascosto sotto un cappellino per non farsi riconoscere. Sta girando un nuovo film, I falchi, e lo hanno voluto per una serie internazionale. Per Savastano, si è ispirato a Marlon Brando, ma non al capoclan del Padrino, bensì al colonnello Walter E. Kurtz di Apocalypse now, film mito, tratto da Cuore di tenebra di Joseph Conrad: è un caso che la frase celebre di Kurtz sia "Orrore, orrore", riferita all’esistenza terrena, e che Gomorra sia un viaggio nelle fogne dell’umano?

Il 10 maggio, su Sky Atlantic, arrivano 12 nuove puntate della serie venduta in 130 Paesi, la migliore mai girata in Italia. Più che tv, Gomorra è cinema, per il livello di scrittura, di scene, di recitazione.

Savastano è il protagonista di fatto della seconda stagione, impegnato in una lotta dentro e fuori la famiglia per riprendersi il potere dopo il periodo del carcere.

Cerlino è attore di cui poco o nulla si sa perché l’uomo è riservato, colto, un po’ filosofo, discepolo di un maestro tibetano. Intervistarlo è sentire la scossa del cortocircuito fra  "l’orrore, l’orrore" della finzione tv e la mitezza profonda, quasi disarmante dell’uomo.

Cattivissimo, ma con filosofia zen?
Ho imparato che una cosa è quello che sei e un’altra è la cornice, fatta di circostanze. In questo momento la cornice è luminosa, opulenta, mi è arrivato addosso questo successo immenso, ma io sono io, quello di prima e quello che verrà poi. Vivo la fama con un certo imbarazzo.

Difficile essere Savastano?
Come attore ho dovuto per forza amare il personaggio, cercando spiegazioni
e giustificazioni, per essere  lui. Come cittadino, non lo riesco a capire.  

Perdoni, sono io a non capire.
Il potere è la ragione d’essere di Pietro Savastano. Nella seconda stagione è più malefico, scatena tanta violenza intorno a lui. Vuole assaporare il gusto della distruzione di chi ha osato sfidarlo. Lui è Pietro Savastano, gli altri non sono niente, li disprezza, a partire dal figlio Genny che non è stato in grado di reggere il potere in sua assenza. Io sono lontanissimo da lui, arrivo da una famiglia semplice, umile, povera.

Racconti.
Sono nato e cresciuto a Pianura, quartiere di Napoli tristemente famoso per le discariche abusive. Mio padre era figlio di contadini, mia madre piccolo borghese. Vivevamo in due stanze al piano terra, e allora eravamo già quattro figli più la nonna. Tre in un letto, pochi soldi. Quando chiuse la Cassa del Mezzogiorno che finanziava l’azienda dove lavorava mio padre, lui chiese a mia madre di non mettere più un secondo piatto in tavola. Era dura. Però c’era dignità. Era una povertà dignitosa. 

Rimpianto per quell’Italia che lottava per sopravvivere?
Mio nonno paterno ha avuto tre mogli e 29 figli. Papà era uno degli 11 dell’ultima moglie. Chi si svegliava prima, si vestiva, acchiappava gli abiti con cui coprirsi. Una volta un mio zio andò nei campi, nudo sotto, con solo l’ultimo cappotto trovato.

Che aggettivo sceglie per descrivere la sua infanzia: triste, dura, normale?
Poetica. Per indole, finivo per tradurre la realtà in bellezza, fantasticando, rimanendo sospeso in un mio altrove che cercavo nei libri e nella musica.

Ma come: non c’era da mangiare e le compravano i libri?
Me li dava la maestra Giulia, alla quale devo molto. Il vecchio e il mare fu il mio primo romanzo. Una volta, alla porta di casa, si presentò un rivenditore di enciclopedie. Aprimmo mia madre e io. Ricordo che lei mi guardò, sapeva che pagare le rate sarebbe stato un problema, ma fece un gesto clamoroso: comprò una collana di romanzi.

Salvato dai libri?
E dalla musica. Più che l’attore, da grande, avrei voluto fare il cantante, mi sognavo al Festival di Sanremo, ero pazzo per Nino D’Angelo, ascoltavo di tutto, Mozart, Beethoven... "‘Sto ragazzino ha talento, se vuole fare qualcosa di artistico, sostenetelo", disse la maestra ai miei che, pur ascoltandola, sapevano che il piatto era vuoto: come avrebbero potuto pagare gli studi?

Non sta esagerando?
Le racconto un episodio, così si convince.  Una delle reti tv campane, Canale 21, organizzava Il Tombolino, una gara fra bambini. Fui selezionato, però...

Però, cosa?
Mamma e papà furono convocati in una stanza dalla quale uscirono con le facce tristi. Capiì che era successo qualcosa. Salimmo in auto, una Fiat 850 bianca,  tutti e tre, muti. Dopo un po’ sbottai: "Ma cosa c’è?". "Per farti partecipare, dobbiamo comprare un’enciclopedia. Non possiamo, mi dispiace" disse mamma.

Una famiglia molto diversa da quella di Pietro Savastano.
La sua è aberrante, alienata, triste.

Eppure ha conquistato il mondo. Der Spiegel ha scritto, "Dimenticate
i Soprano, sono arrivati i Savastano".  
Ogni componente deve sostenere un ruolo: esiste in base a quello che gli altri gli riconoscono di essere.  

Qualcuno ha detto che, per interepretare bene un cattivo, bisogna essere molto buoni. Lei lo è?
Non esistono buoni e cattivi. Esistono le circostanze, le opportunità che si hanno nascendo in una famiglia piuttosto che in un’altra, in una città... Certo,
ci sono le scelte individuali, i bivi, gli scossoni per prendere un’altra strada.
Io per esempio ho scelto la non-violenza.

Bizzarro, non trova? Gomorra è un concentrato di violenza.
Il male è lucido, calmo, sottile, razionale. La violenza è passionale, irruente.

Eppure lei in tv è l’icona del male.
Mi sembra che Federico Fellini abbia detto più o meno così: "L’arte prevede una corazza per attraversare l’inferno senza bruciarsi". Io ho fatto spazio a Pietro. Per un certo periodo sono stato abitato da lui. Ma non sono Savastano.

Non le ha lasciato alcun segno?
Una profonda, grandissima tristezza.

Cosa provò nel leggere Gomorra?
Rimasi stupito e, come napoletano, anche grato. Roberto Saviano parlava di quello che stava accadendo, con nomi e cognomi. Era tutto in tempo reale.
Libro e serie veicolano un’immagine negativa di Napoli, obiettano molti.  Napoli è una città complessa. Qui ne è raccontata un pezzo. A me, più della camorra, fa paura la mancanza di credibilità della politica, il vuoto di valori.

Però è esplosa la mistica della "famiglia": con i picciotti, i patti di sangue, l’appartenenza al clan...
La camorra riempie i vuoti lasciati dallo Stato, dalla scarsità di buoni esempi,
dal familismo dilagante. Risponde anche al bisogno di appartenenza a un gruppo: se la società civile e lo Stato latitano, allora il modello più forte vince.

Ha visto l’intervista di Bruno Vespa al figlio di Totò Riina?
Non ho sentito mai pronunciare la parola "mafia". Né che si sia assunto la responsabilità dei morti. Se l’intenzione di Vespa era mostrare la mentalità mafiosa (è quello che spero), è riuscito nell’intento.  

Lei ha mai spacciato o è stato vicino a un clan?
Mai. Però ho respirato quell’aria. Quando uscivo con i miei coetanei, alcuni avevano un rigonfiamento sotto la maglietta: la pistola. Una volta, un mio amico mi ha detto: "Dai, accompagnami, devo fare un giro". Salimmo in auto e quando passò davanti alla fermata di un autobus, si mise a sparare contro il cartello.

Perché ?
Avevano fatto passare l’autobus nella via senza chiedere il permesso ai capi camorra di zona. Rimasi agghiacciato. Come quando vidi un ragazzino di 15 anni morto, steso per terra: si era arrampicato su un’impalcatura per rubare in un appartamento. Io ero un bambino, allora.   

Forse si è fatto gli anticorpi per poter essere "abitato" da Pietro Savastano.
Forse. Però meglio guardare alla meraviglia della vita che a tanta violenza.

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