È un lungo e appassionato viaggio nella vita e nella professione di Indro Montanelli L’uomo che scriveva sull’acqua, il film di Samuele Rossi in onda questa sera alle 21.10 su Sky Arte HD. In occasione del quindicennale dalla morte del grande giornalista italiano - scomparso il 22 luglio del 200 - la sua voce e i suoi scritti rivivono in questo accurato progetto che mette insieme materiale d’archivio e interviste a personaggi che l’hanno conosciuto o che hanno apprezzato la sua opera, da Fedele Confalonieri a Tiziana Abate, da Marco Travaglio a Ferruccio De Bortoli. Il tutto unito alle pagine più belle di cronaca e non, che rivivranno grazie all’interpretazione di Roberto Herlitzka e Domenico Diele, rispettivamente nei panni del Montanelli maturo e di quello giovane. A poche ore dalla messa in onda del docu-film, Diele racconta a Panorama.it la lavorazione del lungometraggio e i suoi prossimi impegni tra cinema e tivù.

Domenico, L’uomo che scriveva sull’acqua è uno di quei progetti che non capitano spesso nella carriera di un attore. Com’è stato far rivivere Indro Montanelli?

Confesso di essere rimasto sorpreso e felice quando mi hanno contattato per questo film. In primo luogo perché Montanelli è stato una personalità unica, poi perché non capita spesso di interpretare un personaggio realmente esistito. Per un attore è un’opportunità speciale.

In che modo Montanelli rivive grazie a te e Roberto Herlitzka?

Attraverso un lavoro molto accurato sui materiali di archivio. I suoi articoli di cronaca e non rivivranno attraverso me e Roberto: io racconto la prima parte della sua vita - dall’infanzia a Fucecchio alle corrispondenze di Guerra – Roberto invece interpreta il Montanelli più maturo, dagli anni ’50 in avanti.

Non c’è però nessun tentativo di percorrere la strada imitativa, vero?

Proprio così. Il regista Samuele Rossi ci ha chiesto di concentrarci su quello che stavamo recitando, sul senso più profondo degli scritti, senza andare a cercare voci particolari. Sono stati due giorni di riprese molto intensi ed emozionanti.

Tu che ricordo hai di Montanelli?

Non l’ho mai conosciuto di persona ma solo da lettore e da spettatore che ha avuto modo di ascoltarlo spesso in tivù. Al Liceo mi sono avvicinato alla politica e Montanelli veniva spesso citato come esempio di rigore, coraggio e libertà di espressione: in quegli anni era molto popolare anche tra i giovani.

Cos’hai scoperto di lui girando L’uomo che scriveva sull’acqua?

Diverse cose, a cominciare da un dettaglio estetico: la magrezza di Montanelli mi ha sempre impressionato e attraverso i materiali d’archivio ho scoperto che da giovane era decisamente aitante. Non sapevo poi che avesse sofferto di depressione, mentre in diversi suoi scritti descrive alcuni periodi infernali. Ho invece avuto la conferma di una cosa che sospettavo, relativamente al suo lavoro: aveva un rapporto totalizzante con il mestiere del giornalista, ha dedicato tutta la sua vita alla professione, con una dedizione quasi religiosa. Sono rimasto impressionato.

Tu che rapporto hai con il lavoro?

Anch’io sono un entusiasta e cerco di dedicare quanta più energia possibile alla recitazione. È qualcosa che mi coinvolge completamente e cerco di coltivare la passione. Questo poi è un mestiere imprevedibile, un concerto d’intenzioni in cui non tutto dipende solo dall’attore.

La scorsa stagione sei stato nel cast di 1992, la serie di Sky Uno diventata un piccolo fenomeno televisivo. “Da un’idea di Stefano Accorsi” è diventato persino un hashtag culto e il tuo personaggio, Luca Pastore, è stato uno dei più amati.

Non si può dire che 1992 sia passata inosservata. Personalmente l’ho trovata molto ben fatta e sono rimasto sorpreso da come gli spettatori si siano appassionati in maniera incondizionata a Luca Pastore. In fondo era un personaggio lamentoso, drammatico, legato a certe corde ostiche e a tratti fastidiose: pensavo che si sarebbe fatto odiare, invece è risultato amatissimo.

Ci sarai anche nella seconda stagione?

Certo. Iniziamo a girare a metà agosto, prima ci saranno le prove costume e le letture. Alla squadra della prima stagione si aggiungeranno dei nuovi arrivi. Ho letto le sceneggiature e sono state scritte ancora meglio, sono davvero appassionanti: vogliamo fare un ottimo lavoro.

In autunno sarai poi tra i protagonisti di due nuove fiction di Rai 1, ovvero Di padre in figlia e C’era una volta Studio Uno. Che personaggi interpreti?

In entrambi i casi sono un giovane uomo che intesse una relazione amorosa con una donna. In Di padre in figlia la cosa interessante è che lo stesso personaggio lo interpreto in un range di età che va dai 18 ai 35/40 anni: per questo è stato molto interessante lavorarci, perché ogni giorno cambiavo età a seconda delle scene da girare. Il mio ruolo è quello di un ragazzo che sposa la sua fidanzata solo perché è rimasta incinta: il classico matrimonio riparatore che naufraga troppo presto.

Di C’era una volta Studio Uno cosa puoi anticiparci?

Il mio personaggio entra in Rai negli anni ’60, quando c’era un solo canale, conosce una ragazza neoassunta come lui e con lei porta avanti uno strano gioco amoroso: lui non racconta tutta la verità sulla sua vita e un po’ alla volta escono fuori dettagli inaspettati che complicano le cose.

Torni così a recitare su Rai 1, dopo aver lavorato in diversi episodi di Don Matteo. Dal cinema d’autore alla fiction più pop, non difetti di trasversalità.

Lavorare in un prodotto visto da milioni di persone ti dà un riscontro dal punto di vista della popolarità per certi versi sorprendente. Mi piace spaziare, è un modo per alimentare le mie competenze: nel mio mestiere poi non esistono percorsi prestabiliti, si prendono spesso curve inaspettate e non sempre per volontà dell’attore.

Nuovi progetti nel cinema all’orizzonte?

Ci sono diverse cose in ballo, ma non ho firmato ancora nulla dunque non posso dire molto di più. Spero di poterle raccontare presto. 

 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti