Claudio Santamaria su Rai 1 in Non è mai troppo tardi

Il maestro Alberto Manzi rivive in due puntate che ripercorrono la storia umana e professionale di un docente il cui compito fu insegnare a leggere e a scrivere a un milione e mezzo di italiani in un paese dove l'analfabetismo era un serio problema

Sul set di Non è mai troppo tardi – Credits: Fabrizio Di Giulio

Marida Caterini.

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La messa in onda della miniserie Non è mai troppo tardi è un omaggio all'opera educativa del maestro Alberto Manzi ed è inquadrata nell'ambito delle celebrazioni dei 60 anni della tv. In onda questa sera e domani in prima serata su Rai 1, la fiction ha come protagonista Claudio Santamaria: in un'Italia devastata dall'analfabetismo e dalla mancanza di strutture comunicative, la Rai continua nella sua missione educativa e affida a un giovane docente il difficile compito di insegnare agli italiani a leggere e scrivere. Nel cast ci sono anche Nicole Grimaudo nel ruolo di Ida, moglie di Manzi, Andrea Tidona che interpreta un dirigente Rai dell'epoca, Lucia Mascino, Gennaro Mirto, Alberto Molinari. Inoltre Giorgio Colangeli si cala nel ruolo del direttore del carcere e Edoardo Pesce e Marco Messeri in quello di Volpicelli. La regia è di Giacomo Campiotti.

Alberto Manzi, nato a Roma, figlio di un tranviere e di una casalinga, si laurea in Pedagogia e Filosofia e inizia la sua carriera scrivendo racconti radiofonici. Dopo aver diretto la Scuola Sperimentale dell'Istituto di Pedagogia della facoltà di Magistero dell'Università di Roma, decide di abbandonare l'Ateneo e di dedicarsi all'insegnamento presso la Scuola elementare Fratelli Bandiera di Roma per effettuare ricerche di psicologia didattica, studi che proseguirà ininterrottamente durante tutta la sua esistenza.

La serie tv inizia nel 1946: Alberto Manzi è appena tornato dalla guerra ed è alla ricerca di un lavoro. Sarà difficile per lui, senza alcuna raccomandazione, riuscire a trovare un'occupazione. C'è in Italia in quel periodo una grande carenza di cattedre. A sua disposizione esiste solo un posto di insegnante nel carcere minorile di Roma Aristide Gabelli. Un incarico rifiutato da molti maestri. Ma lui accetta. Nelle immagini televisive viene documentato il suo primo giorno di scuola. Lo fanno entrare in uno stanzone enorme, poco illuminato, senza alcuna sedia e soprattutto senza la cattedra. Dinanzi a lui ci sono 90 ragazzini di età compresa tra i 9 e i 17 anni che lo guardano con sufficienza e con evidente disprezzo. Manzi sa che gli ultimi suoi precedessori non hanno retto l'impatto con i giovanissimi reclusi, ma non si arrende.

Chiede di svolgere le sue lezioni senza le guardie carcerarie e inizia a dialogare con i suoi allievi. Ben presto riesce a instaurare un rapporto di fiducia e di rispetto. Il maestro porta "in classe" penne e libri che invece erano vietati. I ragazzi si appassionano. E scoprono una realtà a loro sconosciuta: leggere e scrivere può aiutarli a comprendere meglio se stessi, a fermare su carta impressioni e sensazioni finora fuggenti nella mente di ognuno.

L'esperimento coinvolge anche il direttore dell'istituto al punto che i ragazzi danno vita alla "Tradotta", il primo giornalino che sia mai stato stampato e scritto in un carcere minorile. L'esperienza è entusiasmante, i ragazzi hanno oramai grande fiducia nel loro maestro al punto che, un giorno, il direttore concede a tutti una gita fuori porta ad Ostia. È un momento di grande gioia per i giovani reclusi che hano finalmente trovato un vero e saldo punto di riferimento.

Da queste premesse si dipana nella seconda puntata la storia successiva di Alberto Manzi che comprende il suo approdo alla Rai dove si stava cercando un maestro per insegnare in tv.

"Sono due puntate apparentemente molto differenti, ma unite dalla forte tensione morale e dallo spirito pedagogico che anima Manzi" afferma il regista Giacomo Campiotti. "L'approdo di Alberto in una televisione ancora decisamente orientata a esercitare la sua missione di servizio pubblico non ha nulla di casuale. È anzi il punto di arrivo naturale di un lungo percorso iniziato proprio nel carcere minorile come unico maestro di tanti ragazzini disadattati che alla fine hanno trovato nell'amicizia del maestro un insegnamento da ricordare per tutta la vita".

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