800 words: una serie tv made in Australia. Foto e trailer

Un giornalista vedovo con figli decide di iniziare una nuova vita. Ed è subito dramedy

Eugenio Spagnuolo

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Un tempo, neppure troppo lontano, le serie tv erano tutte Made in Usa. Ma da qualche anno, nonostante gli States mantengano il primato di produzione di immaginario tv, si sono fatti largo nuovi distretti produttivi: Gran Bretagna, Spagna, Scandinavia, Israele e… Australia. Ed è proprio dalla Nuova Zelanda che arriva 800 Words, la serie dramedy che, forte del successo ottenuto in patria, sbarca in Italia il 25 giugno su Fox Life.

 

Che cosa vedremo in 800 Words
800 parole si intitola la rubrica di George Turner, popolare giornalista di Sidney, che in seguito alla morte della moglie, decide di trasferirsi insieme ai figli adolescenti Shay e Arlo a Weld, una piccola cittadina sulla costa in Nuova Zelanda. Ma c'è un ma: Turner ha comprato casa via internet, senza vederla prima, perché punta proprio a un nuovo inizio. Le cose non vanno esattamente nel verso giusto all'inizio: la casa non è pronta e i cittadini di Weld sono alquanto bizzarri. Insomma, George, Shay ed Arlo ci metteranno un po' ad adattarsi alla nuova vita…

Il trailer

Il cast
Nessun nome noto, a meno che non abbiate confidenza con la tv australiana. George Turner è interpretato da Erik Thomson. I suoi figli, Shay e Arlo, da Melina Vidler e Benson Jack Anthony.

Da sapere
In Australia la serie è già arrivata alla terza stagione: in Italia recuperemo durante l’Estate, con la prima stagione seguita a ruota dalla seconda, a partire dal 23 luglio.

Che cosa hanno scritto
«La cosa migliore della televisione australiana dai tempi di Neighbours». (David Stephenson, The Express)

«La serie drammatica australiana 800 words vi ricorderà un po’ Sex and the City. Il suo protagonista, George Turner, è il columnist di un giornale di Sydney e come Carrie Bradshaw , legge frammenti di esso ad alta voce come narrazione. Ma a differenza di lei, in realtà li legge sullo schermo, dal suo computer portatile e ogni tanto guardando nella telecamera, come per assicurarsi che stiamo ascoltando». (Mike Hale, The New York Times)

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