Sanremo 2014: il meglio e il peggio della finale

Dall'ingresso spettacolare di Terence Hill, al monologo di Crozza fino alla proclamazione di Arisa. Ecco i momenti cult della serata

Arisa Sanremo

La serata finale di Sanremo è stata vista da 9 milioni e 348 mila spettatori, pari al 43.51% di share in forte calo rispetto al 2013  – Credits: (Ansa)

Francesco Canino

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E anche il Sanremo numero sessantaquattro, l’abbiamo archiviato. Un Festival Controvento - tanto per citare la canzone vincitrice - soprattutto rispetto ai pronostici della vigilia: e qualche volta soprattutto controtempo, con l’invasione di Grillo che si risolve in bluff, i due operai che sconvolgono scaletta e umore, e gli ascolti in netto calo. Resta il sentore di non compiuto, perché il bis di Fazio-Littizzetto ha convinto solo a metà e la alte aspettative hanno forse soffocato la leggerezza di cui c’era bisogno. Critiche (non richieste) a parte, rimane l’alta qualità del prodotto - uno sforzo produttivo di gran pregio per la Rai - l’assoluta professionalità dei conduttori e del regista, Duccio Forzano, che si dimostra un talento assoluto. Ecco cosa vi siete persi ieri sera.

PIF. Il pre Festival targato Pif è certamente una scommessa vinta. “Ma Pif che nome è?”, gli chiede la signora più anziana di Sanremo, 105 anni, intervistata nella puntata di ieri. Una frase emblematica, perché in fondo Sanremo & San Romolo ha sdoganato su Rai Uno un personaggio praticamente sconosciuto per il pubblico della rete ammiraglia (oltre a riportare sotto i riflettori le tremende cravatte regimental di Gianfranco Agus). Il linguaggio, l’ironia e quell’aria un po’ così - tra lo svagato e lo pseudo naif - hanno funzionato.

DON MATTEO. L’apertura di puntata prometteva bene, con Terence Hill in abito talare che scende in bici le scale dell’Ariston. E subito ci si pregusta il momento stracult. Invece lo sketch del finto matrimonio tra Fazio e la Littizzetto si risolve in un numero incolore e lo sguardo imbarazzato dell’attore, dice più di mille parole. Peccato. 

LIGABUE. Con “Le canzoni non vanno mai spiegate” e “Stiamo finendo nello spiegone, quindi ci fermiamo qua”, dice Ligabue. Due frasi da ricordare ad imperitura memoria a tutti gli ospiti di Sanremo affetti da logorrea.

CROZZA A META’. “Questo è un palco difficilissimo”, dice Maurizio Crozza congedandosi con evidente sollievo. Dopo le contestazioni del 2013, entra proteggendosi con uno scudo su cui è impressa la scritta pace. Poi parte con un monologo tendenza divulgatore sulla bellezza e sull’orgoglio dell’essere italiani: c’è più retorica che originalità, più populismo (vedi i passaggi anti Europa e anti Merkerl) che divertimento. Vuole vincere facile, ma il freno a mano resta tirato e non scatta l’empatia col pubblico. Si riprese poi sul finale, sfoderando un gran vocione nella parodia di Madamina, il catalogo è questo dal Don Giovanni di Mozart, dedicata alla cancelliere tedesca. E di sfuggita, prima di congedarsi, infila la parrucca e imita Renzi: “Abbasserò il Pil, ma aumenterò il pilates”. Sipario, sigla.

LA GRANDE BELLEZZA. Il fil rouge del festivalone targato Fazio ha rischiato di diventare la vera zavorra dello show. Sarà che ormai ci siamo abituati al diroccamento e alla sgangheratezza polverosa e permanente, ma il tentativo di declinare il tema è risultato a tratti così ossessivo da togliere leggerezza al racconto. Più che bellezza, pesantezza.

ARISA STRACULT. “Non vi meravigliate, io non mi scompongo”. Definitiva Rosalba Pippa, mentre riceve da Fazio il premio per la vittoria. Zero esultanza, low profile spinto.

LE STANDING OVATION. Il letargico pubblico dell’Ariston quest’anno ha superato se stesso. E sì che a furia di omaggi, commemorazioni e tributi c’era da fare gli straordinari. Tutti in piedi, signore impellicciate, perché una standing ovation non si nega a nessuno, da Baglioni a Ligabue, passando per Arbore e Claudia Cardinale. “Glie l’avete detto voi, vero?”, sussura ironica l’attrice ieri sera nell’orecchio della Littizzetto. “No, li abbiamo pagati uno ad uno”, le risponde la conduttrice. Resta a bocca asciutta solo la Carrà: irriconoscenti.

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