Televisione

Pierluigi Diaco: "Io e te, le etichette e quel sogno da realizzare"

Intervista al conduttore di Rai 1, in onda con il suo programma il sabato in seconda serata. "Non temo i pregiudizi e non rispondo alle polemiche", spiega Pierluigi Diaco

Pierluigi Diaco

Francesco Canino

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Ci sono personaggi altamente divisivi, che non riescono a suscitare reazioni tiepide. Bianco o nero, elogi o critiche feroci, mai una mezza misura. Pierluigi Diaco appartiene senza dubbio a questa categoria: da sempre il suo stile e il suo modo di fare comunicazione – in radio, dove lavora da quando aveva 15 anni, o in tv – piacciono o provocano critiche nette, in cui le sfumature non sono contemplate. “Ma ho imparato a incassare: rispondere a un’offesa per costruire una narrazione pubblica affinché si parli di sé, lo trovo patetico”, spiega il conduttore tv e speaker di Rtl a Panorama.it, che l’ha incontrato per parlare di Io e te…di notte, in onda in seconda serata il sabato sera su Rai 1. 

Pierluigi, come sta andando questa esperienza in “notturna”?

Molto bene. Io e te non è un contenitore cui presto la conduzione, ma assomiglia al mio mondo interiore, avendolo pensato in prima persona grazie alla fiducia del direttore di Rai 1, Teresa De Santis. È un privilegio mettere la grammatica personale al servizio di un programma, non capita a tutti.

Cos’è cambiato rispetto alla formula pomeridiana?

Poco. Il taglio luci, la regia più intima e un’impaginazione diversa. C’è sempre una lunga intervista a un personaggio – sabato 5 ottobre tocca a Roberto D’Agostino - la posta del cuore di Sandra Milo e poi mi regalo l’ascolto di un disco.

Capita di accedere la tv all’una di notte e vederti immerso nell’ascolto di un disco. Siamo alla citazione dei silenzi di Celentano, ma con sottofondo musicale?

È un ascolto ragionato, perché prima spiego al pubblico il brano che stiamo per sentire. La gente lo apprezza, si emoziona e gli ascolti in quel momento aumentano o rimangono stabili.

A proposito di ascolti: Io e te, il pomeriggio, viaggiava intorno al 11% di share e da lì non si è mosso.

Era l’obiettivo di rete e l’abbiamo raggiunto. Se avessi pensato unicamente allo share, avrei fatto un altro tipo di tv, invece non c’è stato alcun ammiccamento acchiappa-ascolti.

Hai spiegato di voler fare una tv jazz, improvvisata. Ma in tv, si sa, il copione c’è anche quando un copione non esiste.

L’improvvisazione si può fare se alle spalle c’è preparazione, duttilità e cultura. Le considero doti che ho acquisito in 25 anni di programmi radiofonici. Alla scaletta e al copione, preferisco la chiave teatrale e l’imprevisto: la prevedibilità di una trasmissione già scritta, non m’interessa.

Hai detto: “Voglio fare una tv civile”. Qual è la tv incivile?

È quella tv che si priva del pudore necessario quando si parla o si narrano i sentimenti. O quando si toccano le fragilità e i mondi interiori. Quando non ci sono il tatto e il rispetto necessario, si trasforma in qualcosa d’incivile.

Provo a tradurre: non ti piace la tv cinica. Ne vedi molta in giro?

Quando intravedo il cinismo, cattiva fede e poca sensibilità m’indispettisco come telespettatore e conduttore. Ma non faccio pagelle.

Ricordo che durante un battibecco in diretta con Barbara D’Urso le hai dato della cinica.

Quando mi sono confrontato, ho detto ciò che pensavo: non sono mai stato un ipocrita e non ho mai aderito a modelli non miei. A Barbara riconosco di aver inventato un modo di fare tv, di essere una professionista e una stakanovista.

Eppure a quei salotti hai partecipato più volte. Perché?

Il divertimento è stare in spazi lontani da me ma non penso di avere la verità in tasca. Mi ha sempre divertito portare il mio vocabolario in contesti che non mi somigliavano: è la vera sfida per chi fa il mio mestiere.

L’Isola dei Famosi la rifaresti?

Sì, perché ho avuto la possibilità di vedere il dietro le quinte di un reality, forse il più riuscito della tv: ho visto come lavorano autori e cameramen, ho toccato con mano le dinamiche, ho osservato i concorrenti che cercavano le lusinghe della telecamera, il fanatismo e un certo sgomitamento di alcuni.

Non è stato un approccio eccessivamente snob?

Forse. Ma è così che l’ho vissuta e me ne sono subito distaccato: avevo chiesto contrattualmente di non fare altro legato all’Isola, non ho fatto l’ex naufrago di mestiere perché non ho mai pensato che mi potesse portare altro a livello professionale.

Dal punto di vista umano cosa ti ha lasciato?

L’incontro con Rocco Siffredi. Ci siamo riconosciuti e incuriositi reciprocamente. Sono andato a trovarlo a Budapest, negli anni ci siamo sentiti spesso e l’ho voluto come ospite e Io e te…di notte. Ho conosciuto un altrove che tradisce la sua iconografia.

Qual è la dote maggiore che ti riconosci?

La curiosità.

E il difetto maggiore.

(pausa) L’emotività. Tendo ad applicarla a tutto.

L’impressione è che qualche volta la tua sia una tv egoriferita. Da Io e te a Io e io, il passo è breve.

Mi diverte questa lettura. Probabilmente è vero, ma sono fatto così. Dov’è il problema? Per predisposizione mai ho risposto alle critiche o a un insulto. Amo la libertà di pensiero, non mi viene in mente di replicare. Per natura non sono permaloso.

È una posa o davvero le critiche non ti scalfiscono?

Avendo iniziato a lavorare a 15 anni, sono stato un precocissimo bersaglio di critiche, consigli non richiesti e pregiudizi. Soprattutto nei primi anni, questa cosa mi ha ferito e formato, perché non ero preparato. Ma il tempo serve a trasformarti: me la prendo se viene offesa la mia dignità e fino ad ora non mi è capitato.

C’è un no professionale di cui ti penti?

Sarebbe inelegante dirlo.

Un sì di cui ti penti?

Difficilmente riesco a pentirmi, perché sono innamorato dei miei errori. Ritengo di essere un incassatore e sono consapevole dei passi falsi che ho commesso: non me la racconto e credo che le riletture dalla propria vita non portino da nessuna parte.

Non ti penti dunque nemmeno dello screzio con Vira Carbone, per via del cellulare che le squillò in diretta. Vi siete chiariti?

Non ci ho mai parlato prima o dopo la messa in onda: ho l’estremo bisogno di improvvisare e credo nella sincerità del mezzo televisivo e radiofonico. Per dire, non incontro nemmeno Valeria Graci o Sandra Milo, mie compagne di avventuta a Io e te, prima della puntata. Quello con Vira è stato un siparietto che si è consumato davanti le telecamere, poi è tornata ospite senza problemi. Il caso che ne hanno montato, mi ha strappato un sorriso.

Non pensi sia stato esagerato il tuo tono?

No, le ho solo fatto notare che il telefono in diretta andava spento. Non sono stato incivile, sono stato sincero ma rispettoso. Il rispetto non era tanto per me ma per chi stava a casa.

Alcuni rumors parlavano di screzi dietro le quinte, nelle prime settimane di Io e te. Cos’è accaduto?

È la prima volta che ne sento parlare. Ci sono state gioie, tensioni, fraintendimenti e momenti belli, come in ogni trasmissione. Nell’ultima puntata, tutti quelli che hanno lavorato a Io e te sono saliti sul palco e si sono commossi. Credo che questo valga più di assurde ricostruzioni.

In tv, è meglio essere temuti o rispettati?

Non ho idea di come vengo percepito nell’ambiente perché non frequento i salotti e non vado alle prime. Gianni Letta, anni fa mi disse: “Un segreto per fare bene il comunicatore è sottrarsi alla visibilità gratuita. Non devi esserci a tutti i costi”. Mi è venuto naturale seguire queste parole.

Quante vite professionali pensi di aver avuto?

Una sola, che si nutre di curiosità per i mezzi di comunicazione. La radio però è il grande amore, il mezzo che mi somiglia di più. È vita.

Com’è nato l’amore per la radio?

Da bambino volevo fare il veterinario. Poi, verso i 12 anni, ho scoperto nella cantina di casa il microfono e un mixer appartenuti a mio papà, che è morto quando io avevo 5 anni. Chiesi a mamma, mi raccontò che lui e i miei zii avevano una piccola radio e davanti a un muro incrostato ho cominciato a giocare fingendo di condurre un programma. Pochi anni dopo, quel gioco è diventato un lavoro vero.

Tra i tuoi obiettivi di ragazzino determinato, c’era quello di conoscere Maurizio Costanzo. E ci sei riuscito.

Andavo al Liceo al Mameli, vicino al Teatro Parioli e mi appostavo per incrociarlo, ma era impossibile. Poi scoprii che mettendomi vicino all’ingresso degli artisti, forse lo avrei intercettato: così conobbi Alberto Silvestri, suo storico autore, che mi presentò Costanzo il quale mi volle sul palco in “quota giovane”.

Nel 2010 il grande salto: ti chiamò come autore.

Avevo appena condotto UnoMattina Estate e mi propose di fare l'autore a Bontà loro. Quattro anni dopo, tornò il Maurizio Costanzo Show e mi chiese di firmarlo con lui. Fu il coronamento della carriera e la mia memoria emotiva andò subito a quei pomeriggi davanti al Parioli. Oggi mi commuovo perché sto nella stessa posizione di Silvestri, a sinistra del palco, un punto che gli permetteva di interagire con Maurizio. Per me è un privilegio, è come se si chiudesse un cerchio.

Qual è la più grande dote di Costanzo?

La curiosità. E la capacità di improvvisare. È l’unico intervistatore che sa ascoltare, lega la domanda alla risposta precedente e così le sue interviste diventano delle conversazioni naturali.

A te chi piacerebbe intervistare?

Kevin Spacey. È stato vittima di un’ingiuria mediatica che difficilmente gli darà indietro la sua grandezza professionale. E poi Terence Hill: gli chiederei perché si è negato in tutti questi anni del racconto di se stesso e del suo privato.

Giochiamo un po’ con le etichette che ti hanno affibiato. La prima è stata senza dubbio quella di "enfant prodige".

Ed è stata la più leggera, perché con me ci sono andati giù pesanti. Oggi però non mi verrebbe mai in mente di legittimare una persona che esprime su di me un giudizio sprezzante: non do peso alla volgarità.

Il Fatto Quotidiano ha scritto che la tua tv è “camomilla per anziani”.

Dentro di me abita una signora che fa l’uncinetto, dunque non mi offendo. Mi ricorda mia nonna, qualcosa di protettivo e dolce, il sapore di un’Italia che mi piace. Non m’interessa apparire contemporaneo ma ho le antenne ben piantate sul presente.

Linus disse che ti eri “inghiottito un pensionato”.

Fu una definizione che mi fece molto sorride. Aveva ragione perché, in fondo, sono un giovane vecchio.

Sei stato inserito anche nella lista dei conduttori in quota “sovranista” della Rai di oggi. Sei un sovranista?

No, affatto. Al massimo faccio un programma patriottico e non mi vergogno a dirlo. La parola “patria” è stata ascritta per decenni a una cultura politica e basta, invece è una parola bellissima.

Il tuo grande sogno professionale?

Penso di essere più bravo a intuire il talento altrui che a valorizzare il mio, se c’è. Vorrei dirigere una rete: per me il direttore è un sarto, deve sapere cucire un programma e un’idea addosso a un conduttore, deve trovare una sintesi tra ciò che gli piace e ciò che non gli appartiene e questo lo puoi fare solo se sei curioso. Ma la mia non è un’autocandidatura, sia chiaro.

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