Dal narcotraffico ai predatori on line, dagli estremisti religiosi agli sfruttatori. È un ciclo di documentari di forte impatto Lupi - Limited Access Area, un progetto Discovery Italia realizzato da Pesci Combattenti, al via da domenica 17 luglio alle ore 23 sul Canale Nove. Sei storie, sei viaggi nel video giornalismo di frontiera, introdotti e raccontati da Pablo Trincia. L’ex Iena è cresciuta, signori, e dopo l’esperienza con Servizio Pubblico (e Michele Santoro) viaggia con le sue gambe ed è diventato uno dei documentaristi e reporter più apprezzati in Italia, con le sue inchieste legate a temi forti, spesso incentrate su realtà illegali e pericolose. Ecco cos’ha raccontato a Panorama.it alla vigilia del debutto di Lupi, parlando del suo “autunno caldo” per via del doppio impegno tra Rai e Discovery.

Pablo, in Lupi ricoprirai un ruolo insolito per te: da reporter sul campo, a conduttore.

Sarò un allenatore e non giocatore. Ma ci sta, sono sempre in giro o sul campo e passare dall’altra parte della scrivania e imparare a raccontare il lavoro degli altri è interessante. In generale però non è un cambio radicale di ruolo: nelle sei puntate di Lupi non mi limito a presentare i documentati, ma racconto quello che non si vede, ciò che i giornalisti non descrivono quando confezionano il documentario e lo montano.

Una sorta di backstage?

Cosa accade prima dell’intervista? Quali rischi si corrono? Quali precauzioni occorre prendere e quale il metodo di lavoro si segue? È una sorta di sguardo che crea una linea parallela di racconto.

Ti sei occupato in prima persona anche della selezione dei sei documentari?

Sì, assieme alla casa produttrice Pesci Combattenti. La fase di selezione è stata molto importante: volevamo parlare dei lupi in quanto predatori, persone molto più vicine a noi di quello che pensiamo, dai pedofili agli jihadisti fino ai corrieri della droga. L’idea di partenza era di proporre documentari forti, d’impatto, con stile e ritmo.

Qual è la puntata che ti ha coinvolto di più?

Il documentario sulla pedofilia mi ha colpito molto. È claustrofobico, è tutto giocato sui primi piani, sui dettagli e mi ha messo molta ansia: già l’argomento dei predatori on line è tosto e il fatto di essermi occupato in prima persona di questo argomento realizzando delle inchieste sul tema, mi ha fatto rivivere alcune cose del mio lavoro svolto in passato.

Si può quasi dire che Lupi inaugura un filone, visto che nella prossima stagione tv ci saranno diversi programmi incentrati su documentari e docu-fiction. Secondo te a cosa è dovuta questa “tendenza”?

Premesso che documentari e docu-fiction sono due cose diverse, perché nella seconda c’è una ricostruzione dei fatti, penso che sia una svolta interessante perché è una forma di racconto che manca nella tv italiana. Ci si concentra molto sui temi di attualità - dal lavoro all’immigrazione alla politica – spesso cannibalizzata dai talk show, quando ci sono tante storie e situazioni interessanti e utili da raccontare.

Il prossimo autunno ti aspetta un doppio impegno. Partiamo da Rai 2, dove condurrai Mai più bullismo, un’assoluta novità per la tivù italiana. Ci anticipi qualche dettaglio?

Mai più bullismo è vero servizio pubblico. Racconteremo un tema di grande attualità ma in chiave completamente inedita perché ha un obiettivo sociale molto forte: aiuteremo infatti la vittima a riavvicinarsi ai suoi compagni di classe, cioè a chi lo ha “bullizzato”, non puntando il dito contro i carnefici, ma spiegando quali sono le conseguenze di questi gesti.

Guiderai tu il ragazzo protagonista in questo tentativo di riavvicinamento?

La vittima riprenderà quello che gli capita perché sarà dotato di una telecamera nascosta. Poi cerchiamo un confronto diretto, coinvolgendo i ragazzi, le famiglie e la scuola: ci si commuove perché c’è poi un riavvicinamento, c’è il tentativo di abbattere delle barricate ed io parteciperò anche a questo confronto. Non c’è studio ed è tutto on the road: lo stiamo girando in queste settimane ed è una bella sfida.

Poi, sempre sul canale Nove, in autunno sarai protagonista di Cacciatori, un nuovo format che hai ideato tu stesso. Com’è nata l’idea?

Mi sono ispirato al film Philomena. Io e la giornalista Valentina Petrini andiamo a “caccia” di persone partendo da una storia vera, persone del passato che svelano una verità ai protagonisti di ogni puntata. Studiamo le strategie, ci mettiamo sulle tracce di questa gente, spiegando anche al pubblico come nascono le inchieste. Lo stiamo montando in questi giorni ed è un programma bellissimo.

A una prima lettura potrebbe sembrare vagamente simile Così vicini così lontani…

No, è una cosa diversa perché non cerchiamo necessariamente genitori o familiari ma persone del passato che sveleranno una verità e i protagonisti saranno impegnati attivamente con noi nelle ricerche. In una puntata, ad esempio, partiremo per l’Africa con una ragazza adottata a cinque anni, per portarla a cercare i genitori naturali.

Non è facile staccarsi di dosso l’etichetta di Iena. Se ti chiamasse Davide Parenti torneresti a lavorare per lo show di Italia 1?

Con Davide e con molte persone che lavorano alle Iene mi sento molto spesso perché ho creato dei legami fortissimi. È con lui che mi sono formato, mi ha insegnato il mestiere e a pormi sempre obiettivi ambiziosi, dunque non mi precludo nulla: per intenderci, non avrei nessun problema a rimettere la divisa da Iena, però ci tengo a fare cose nuove. Se mi proponesse di fare una cosa diversa, se mi desse la possibilità di introdurre un format nuovo dentro il programma direi di sì.

Come hai vissuto la chiamata della Rai?

Con estremo piacere. Dopo Le Iene e Servizio Pubblico mi sono arrivate molte chiamate interessanti. Io mi sento soprattutto un autore, non sono un volto, e vado dove posso costruire un programma. Sono freelance a livello mentale. Mi piace lavorare alle idee e ai progetti.

Pablo, togliamoci ogni dubbio: quante lingue parli? Sul web si legge di tutto, dalle otto alle trenta.

(ride) Direi otto, anche se le parlo a diversi livelli, alcune in maniera colloquiale altre le so scrivere. Le lingue sono come macchine in un parcheggio: più le usi, più migliori. Ad esempio sono stato in Kenya per un’inchiesta sulle droghe con Fanpage e ho ripreso a parlare un po’ di swahili. In generale, le lingue sono la mia vera passione: ne studierei sempre di nuove e mi piacerebbe insegnarle.

Ultima curiosità: il programma dei tuoi sogni?

Ha proprio a che fare con le lingue. Lo sto scrivendo e sono ancora in fase embrionale ma spero davvero tanto di riuscire a concretizzarlo. Sarà una vera sorpresa.

 

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