Televisione

Monica Setta: "La mia seconda vita a Rai Gulp"

"Mi manca la politica", confessa la giornalista che spiega la crisi dei talk

Monica Setta

Francesco Canino

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Da regina dei talk politici a volto rassicurante di Rai Gulp. È una strana parabola la carriera di Monica Setta, fatta di picchi di successo e stop improvvisi, critiche feroci e grandi ascolti. “Ho fatto del mio essere l’essenza di questi tempi, dove non è il nuovo ma il nulla che avanza”, rispose ironica e provocatoria ad Aldo Grasso, dopo l’ennesima stroncatura. Laurea in filosofia, cresciuta professionalmente con Montanelli, ama gli eccessi e le frequentazioni trasversali, analizza con precisione chirurgica gli share dei contenitori pomeridiani e un minuto dopo passa all’ultimo saggio di Chomsky. Tacciata di eccesso di scollature (regina ante litteram delle giornaliste milf), accusata di essere raccomandata, ha lasciato suo malgrado la tivù generalista e da qualche stagione conduce su Rai Gulp Storie di ragazzi, un viaggio inchiesta nella vita quotidiana dei ragazzi tra i 9 e 14 anni (da sabato 1° novembre, alle 18 e 20). Sembrava la fine, invece è stata una rinascita. 

Monica, togliamoci subito il pensiero. Nostalgia della tivù generalista?

Mentirei se dicessi il contrario. Sono collaudata ma la tivù generalista, per com’è oggi, non mi appartiene. Per volontà semplificatoria può diventare pasticciona, perché la necessità di fare ascolti porta a essere superficiali. In questa mia fase, ho compiuto 50 anni ad agosto, sento il bisogno di approfondimento.

Ti manca raccontare politica?

Mi manca perché ho sempre lavorato in quel settore. Diciamo che sono tornata all’inizio della carriera: mi occupavo di finanza e industria, ero conosciuta solo dagli addetti ai lavori e considerata una brava nel mio campo. Nel viaggio verso la visibilità ho perso qualcosa e sto cercando di recuperare. La nicchia mi va benissimo. Ma l'ho scoperto di recente, anch’io pensavo fosse una tomba.

Accusi i sintomi da mancanza di visibilità?

La gloria per la gloria non mi manca. Seguivo Silvio Berlusconi nel ’91, quando ero a Milano Finanza e lui era un imprenditore, la discesa in campo era ancora lontana: mi propose di fare tivù, ci furono contatti ma preferii restare con Montanelli, forse sbagliando perché l’avventura a La voce durò un anno. Altri volti che iniziarono allora sono in video ancora oggi. La popolarità fine a se stessa non mi è mai interessata: non crea profitto né ricchezza, anzi alla lunga è dannosissima.

Il tuo ultimo programma su Rai Due è stato Il fatto del giorno, un salotto politico quotidiano che faceva grandi ascolti e discrete polemiche, anche per le tue scollature considerate troppo ardite. I tuoi “vi diremo tutto, ma proprio tutto” restano mitologici.

Sono stati quei " tiranti drammaturgici" - come li chiamavo io - oltre all'aver mixato alto e basso ad avere prodotto un risultato mai più riprodotto: quasi due milioni di telespettatori in 50 minuti di trasmissione con un nero in mezzo. Poi sono stata tra le prime giornaliste a sdoganare le scollature, è vero e finì che mi scambiavano per una soubrette: certe intemperanze nell’abbigliamento non le rifarei, mi hanno reso vulnerabile. Da una parte era un atto liberatorio, dall’altro è stato un errore.

Quali altri errori hai commesso?

Non essermi protetta. Sono stata un corpo estraneo in un meccanismo dove funziona l’aurea mediocritas: quello che è spigolo e punta viene visto con sospetto e difficoltà. Avevo slanci di creatività e bizzarria poco graditi, anche a fronte di grandi ascolti. 

Oggi che i talk sono in crisi, il 12% di share sarebbe comunque un traguardo irraggiungibile.

Detto con una punta d’immodestia, potrei rifare quegli ascolti: conosco i moduli di narrazione più digeribili, sono una maestra del metabolismo del talk politico destinato a un certo target. Certo non potrei garantire un metodo "inglese" o una rappresentazione "cool" come dicono i puristi della tv.

Però Lorenza Lei chiuse Il fatto del giorno dopo una sola stagione. Ti consideri più in debito o in credito con la Rai?

In pari. Ho sempre espresso mie opinioni, lavoro da anni - fatta eccezione per qualche mese di difficoltà con la Lei, appunto - e ho sempre avuto totale autonomia. Nonostante me ne abbiano attribuiti centinaia, da Prodi a Berlusconi, non ho mai avuti padrini politici. Scrissero che ero la più raccomandata e infatti chiusero il programma.

Come te la spieghi la crisi dei talk?

Sono tutti troppo uguali, si confondono. Domina il conduttore anziché il contenuto, c’è un alone di politicamente corretto che annoia: chi tratta la politica si deve un po’ sporcare le mani e metterci la faccia.

Dal 1° novembre riparte alle 18.20 su Rai Gulp Storie di ragazzi, il programma d’inchiesta giunto al quarto ciclo.

Quest’anno con una legittimazione in più perché da poco siamo stati premiati con la Conchiglia del Moige come miglior programma per ragazzi: è una bella soddisfazione. Mercoledì è uscito un cofanetto con sei libri, edito da Giunti, con storie inedite rigorosamente vere, che ho scritto in un anno: la casa editrice ha comprato il brand e questo significa che è un programma credibile.

Qual è l’obiettivo del format?

In un paese dove si fa sempre sensazionalismo e raggiungere lo scoop è un imperativo, vogliamo far notizia parlando della normalità. Le baby prostitute, i ragazzini che si drogano o bevono sono una percentuale minima. Qui indaghiamo i rapporti tra di loro, i primi amori, l’antagonismo coi genitori, le dinamiche di gruppo: l’avventura di vivere la cosa più complicata.

Come scegli le storie?

È complicato. Vagliamo le autocandidature, troviamo spunti sulle community che frequentano i giovani, intrecciamo rapporti saldi con grandi associazioni sportive e di volontariato, penso a Legambiente, e con le scuole. Quest’anno racconterò anche le voci nuove di Castrocaro o i talenti dell’Antoniano. Il lavoro parte dal web, perché ci rivolgiamo ai nativi digitali: sono davvero multitasking e arrivano alla tivù dal web, al contrario degli adulti.

Su Rai 2 è appena andato in onda Senza peccato, condotto da Milo Infante, una docu-inchiesta sul mondo dei giovani. Perché non hanno pensato a te?

Ho buon rapporto con il direttore di Rai 2 Teodoli, che conosco da tempo, ma non è tradizione Rai pescare dal digitale. Penso sinceramente che Infante, persona che stimo, abbia fatto bel programma. Ma partiamo da ambizioni diverse: io racconto i ragazzi della porta accanto, lui ha fatto un programma sugli eccessi, sui casi, sui fenomeni.

Hai in mente nuovi progetti per la tivù?

Vorrei raccontare la politica e l’economia ai ragazzi. Come mi diceva Montanelli “se sei in buona fede, al lettore puoi raccontare anche l’argomento più ostico”. Vorrei sfatare il tabù che politica e economia non sono argomenti per i giovani.

E se arrivasse un nuovo progetto per la tv generalista?

Non c’è possibilità che torni indietro. Se mi venissero a cercare ci penserei a lungo. Mi hanno contattato per diverse cose, ad esempio con l’allora Arturo del gruppo LT Multimedia, ma non si è concretizzato. Ho smesso anche di andare come ospite: non m’interessa, non voglio diventare l’opinionista di professione. E poi a 50 anni ho smesso anche con gli spacchi e le scollature. Sono una semplice signora della porta accanto, minimalista e felice.

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