Televisione

Ludovico Fremont: “Come non crollare se diventi famoso di colpo”

Questa la formula per farcela dell'attore romano, protagonista della serie Che Dio ci aiuti 2: "Famiglia, amici e zero presunzione"

Ludovico Fremont (Credits: Ufficio stampa Cortinametraggio)

Tutti lo (ri)conoscono come Walter, l’amico scapestrato e simpatico dei Cesaroni. Anche se ormai sono due anni che non fa più parte della serie, a cui deve un’esplosione di notorietà senza pari. "Resterò per sempre grato a quel personaggio”, ammette oggi sorridendo Ludovico Fremont. “Sono felice se ancora mi fermano per strada ricordandolo: è stata una palestra incredibile, ma sono andato avanti”.

Protagonista di Che Dio ci aiuti 2, nel cassetto custodisce il sogno di lavorare con Giuseppe Tornatore, sulla scrivania progetti “di cui non posso ancora parlare, sono molto scaramantico”. E se in arrivo ha un film con Chiara Caselli, Presto farà giorno (“Una storia borderline, con una ragazza in una clinica psichiatrica, c’è di mezzo anche la droga. Io interpreto un amico della protagonista”), ammette però di non volersi allontanare dalla televisione.

Affezionato al piccolo schermo?

Più che altro mi fa piacere se la gente si affeziona ai personaggi che interpreto, e soprattutto non sono il tipo di attore che snobba un mezzo piuttosto che un altro, basta che siano progetti di qualità. Che Dio ci aiuti 2, ad esempio, è un prodotto che ammiro e sono fiero di farne parte. Anche perché anche da un punto di vista umano è un ambiente bellissimo: da Francesco Vicario a Francesca Chillemi conoscevo tutti, senza contare lo splendido rapporto che ho con Elena Sofia Ricci. Diciamolo, ormai è la mamma nazionale.

Non si fa mancare apparizioni in giro per festival, da Venezia a Cortina.

Ci sono stato per  presentare E la vita continua, cortometraggio prodotto dall’ex ministro della salute Girolamo Sirchia e diretto da Pino Quartullo. Un progetto a cui tengo molto, veicola un messaggio profondo. La prima volta che lessi la sceneggiatura ero intimorito, avevo paura che potesse essere non elegante, indelicato, invece è uscito fuori un buon prodotto. Poi per me era un modo di inserire speranza e leggerezza in un argomento, quello della donazione degli organi, di cui non si parla mai abbastanza.

Facciamo un passo indietro. E’ passato da volto semi-sconosciuto a popolarissimo nel giro di una fiction di successo: com’è stato?

All’inizio era difficile controllare tutto: mi trovavo di colpo catapultato in un’atmosfera diversissima, era molto complicato riuscire a tenere i piedi fissi a terra.

Come ci è riuscito?

Ho imparato che bisogna mantenere quello che hai sempre fatto "prima", la famiglia, gli amici e una predisposizione mentale a non sentirsi “dio”. Io mi sento una divinità solo sullo snowboard, per dire. Scherzi a parte, trovo che il mio mestiere consista nello stare a stretto contatto tra le persone, e se ti poni in maniera superiore non ha senso.

E’ dura emergere se sei un giovane attore in Italia?

Non saprei, il mio è un percorso fatto di continuità e costanza. Ho iniziato con un corso di teatro, poi frequentato l’Accademia Silvio d’Amico, poi fatto spettacoli e iniziato a lavorare subito. Ho scelto di fare questo mestiere essenzialmente per due motivi: uno, sono estremamente insicuro. Due, molto propenso al dare.

Il suo idolo?

Charlie Chaplin, un mito sempre di grande attualità.

Un suo pregio e un difetto.

La generosità e la presunzione. Quest’ultima cerco di tenerla sotto controllo, non sempre ci riesco, ma provo.

E se non avesse fatto l’attore?

Avrei fatto il maestro di surf, di sci, qualcosa che riguardi lo sport. Guarda caso, anche il mio personaggio in Che Dio ci aiuti 2 è uno sportivo.

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