Fabio Troiano: "Vi racconto la mia avventura chiamata The Voice"

A poche ore dalla diretta, l'attore racconta come si è preparato per questa nuova sfida professionale: "Ma la mia non sarà la classica conduzione" avverte

Fabio Troiano

Fabio Troiano ha condotto la prima edizione del talent di Rai 2 – Credits: (Ufficio Stampa/La Presse)

Francesco Canino

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Anche le carriere più lineari a volte prendono direzioni inaspettate. Spesso basta una curva improvvisa o un incontro casuale per andare verso obiettivi che non ci si era affatto prefissati. Così a Fabio Troiano è capitato di passare dalla scuola del Teatro Stabile di Torino al talent ultra pop, sempre conservando l’ironia distaccata e il profilo basso torinese. A poche ore dall’esordio dei live di The Voice l’abbiamo incontrato negli studi Rai di Via Mecenate, a Milano, per farci raccontare come si è preparato per questa nuova sfida professionale. “Ma la mia non è e non sarà una vera e propria conduzione” averte l’attore.

Fabio, sei passato dalla scuola del Teatro Stabile di Torino al talent ultra pop. Te lo saresti mai immaginato?

No, non me lo sarei mai immaginato. Ma ciò che ti sorprende nella vita è poi uno stimolo che ti fa andare avanti.

Come Fiorello, Piero Chiambretti, Mammucari e molti altri, i tuoi primissimi passi li hai però mossi come animatore nei villaggi turistici.

Una grande scuola, quella. Hai a che fare con persone che magari non hanno nessuna voglia di avere un contatto con te, devi imparare a capire al volo con chi stai parlando e come relazionarti con tanta gente. È stata una gran bella palestra.

Se ti dico Melevisione, cosa mi rispondi?

Ti dico accipigna (l’esclamazione del fantabosco del programma di Rai Tre, ndr). È stata una delle mie prime esperienze lavorative e non la rinnego assolutamente. In quel periodo mi sono molto divertito: frequentavo la scuola dello Stabile a Torino, gli studi Rai erano a Torino, mi pagavano e l’ambiente era molto carino.

Ora invece sei ‘uno e trino’ in tivù: oltre che con The Voice, sei in onda con Benvenuti a tavola 2 su Canale 5, la pubblicità del caffè e presto sarai special guest a Colorado. Effetto stordimento o iper esposizione?

In realtà non mi riguardo mai, per cui non è troppo stordente come cosa. Quanto all’iper esposizione, è una casualità che The Voice e la fiction vadano in onda in contemporanea: quando giravo Benvenuti a tavola, non immaginavo nemmeno lontanamente che ora sarei stato qui.

Chi ti ha fatto la proposta di condurre The Voice?

Mi ha chiamato Pasquale Romano, produttore e autore del programma, e mi ha detto: "Se facessi il tuo nome in Rai tu che ne diresti?". Io gli ho risposo: "Prova pure, poi magari ti dicono di no". All’inizio non l'ho detto a nessuno anche perché dopo quella chiamata c'è stato un lungo silenzio, come capita spesso in questo mestiere. Ero immerso nelle riprese di Benvenuti a tavola 2 e nemmeno ci pensavo più.

“Entrerò nel programma in maniera graduale”, hai detto durante la prima conferenza stampa. Nonostante questo, non sono mancate le critiche nei tuoi confronti: in particolare, ti accusano di essere poco carismatico.

Le critiche fanno parte del gioco. Quelle costruttive mi fanno piacere, anzi, viva le critiche costruttive perché ti fanno crescere. Poi c’è chi mi ha criticato per i pantaloni che ho indossato: ne sorrido perché se uno di tutto questo show si è concentrato sui miei pantaloni, poteva anche cambiare canale (dice ridendo).

Da cronista a bordo campo, diventi ora un attaccante. Come ti sei preparato per i live?

La preparazione c’è stata, in particolare col mio autore Francesco Foppoli, oltre alle continue riunioni con Pasquale Romano, Gianmarco Mazzi e gli altri. In realtà la mia non è e non sarà una vera e propria conduzione: basta guardare il format così com’è andato in onda negli altri paesi, per vedere che il conduttore è più un commentatore esterno. I veri protagonisti sono la voce e i quattro coach.

A lavorare troppo per sottrazione, non c’è il rischio che il tuo ruolo sia troppo defilato?  

No, perché un vero conduttore sarebbe di troppo e si dovrebbe prendere uno spazio che in questo caso non c'è bisogno di prendersi. Io sarò un po' un vigile che deve calibrare il tiro e la direzione: mi diverto a fare questo e non saprei fare altro. Non posso metterli lì a scimmiottare Paolo Bonolis o Carlo Conti: loro sono bravissimi ed io non mi permetto di imitarli.

Dunque non hai modelli di riferimento rispetto alla conduzione?

No e non voglio averne perché ti portano fuori strada: soprattutto in un programma come questo, devi riuscire a essere il più possibile te stesso. Guardare a qualcos’altro ti svia da quello che sei tu.

Piccolo giochetto. Prova a definire i coach con un aggettivo. Partiamo da Piero Pelù.

Rock. E’ proprio rock da morire. Però la grande rivelazione è che sa essere anche un grande comico: ci vorrei fare un film, una commedia, con lui.

Dell’inarrivabile Raffaella Carrà che mi dici?

È ipnotica. La guardi è capisci perché è diventata la Carrà: qualsiasi cosa dica, lo fa con un modo e una maniera che t’ipnotizza.

Cocciante e Noemi.

Riccardo è un maestro vero: sa dosare le parole sempre alla perfezione. Noemi invece è una di noi ed è fighissima col suo modo di fare.

Domani ti mettono davanti ad una scelta definitiva: sic et simpliciter, recitazione o conduzione?    

Non ho nemmeno bisogno di pensarci: senza alcun dubbio la recitazione.

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