Francesco Canino

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Duccio Forzano sognava di fare il batterista e nel 1984 ha vinto un talent ante litteram. Si chiamava Il Talentiere, era organizzato da Rita Pavone e Teddy Reno e fu il suo esordio in tivù, su Antenna 3, davanti alle telecamere e non dietro: poi la vita ha scelto per lui, ha preso pieghe inaspettate e solo dopo una lunga e tortuosa gavetta gli ha concesso di fare il grande salto. Un passo alla volta, dai videoclip di Baglioni alle prime edizioni di Verissimo, il suo climax ascendente lo ha portato dritto alla regia dei grandi show del sabato sera di Rai Uno con Fiorello, alla lunga collaborazione con Fazio Fazio fino al Festival di Sanremo, l’approdo televisivo più ambito per conduttori e registi. Un percorso clamoroso, dal bianco e nero ai colori, che sa di risarcimento dopo la vita complicata che racconta in Come Rocky Balboa, il suo primo libro edito da Longanesi. Ed è proprio il romanzo (autobiografico) di formazione, lungo 356 intensissime pagine, che ora punta a trasformare in una serie tv. 

Duccio, partiamo dal libro. Com’è nata l’idea di scrivere Come Rocky Balboa?

Bella domanda. Avevo dato a un amico editore alcuni fogli da leggere, perché volevo un suo giudizio spassionato: lui li ha letti e mi ha convinto a scrivere un romanzo, cosa che non pensavo di essere in grado di fare. Mi è servito molto a livello personale, è stato terapeutico e anche per questo alla fine ho chiamato il protagonista Duccio: avevo pensato di cambiare nome, ma avrei dovuto modificare troppe cose e il libro avrebbe perso di forza. Non sono Saviano, sono un pivello e non so se scriverò ancora, ma il romanzo ha avuto un bel riscontro…forse perché è un inno alla speranza e alla forza, un lungo racconto sulla trasformazione del dolore.

Hai vissuto una vita decisamente avventurosa. Quanto rimane di quel bambino che disegnava su un foglio bianco i personaggi dei suoi cartoni animati preferiti?

È rimasto tutto. È quello che mi tiene ancorato e con i piedi per terra ogni giorno: avendo un vissuto non facile, mi alzo ogni giorno sentendomi un privilegiato che è riuscito a realizzare il suo sogno. Quel bambino sono sempre io, è come se non avessi mai smesso di disegnare e di sognare.

Il libro finisce quando decolla definitivamente la carriera di Duccio, ovvero dall’ingaggio di Claudio Baglioni che ti vuole come regista di un suo videoclip ai primi passi a Mediaset. Stai già scrivendo la seconda parte?

Devo ancora capire se fare una sorta di sequel o se lasciar stare tutto. Forse potrei tentare un doppio racconto, ovvero ciò che Duccio è diventato, alternando i flashback del passato. Il materiale ci sarebbe visto che ho tagliato 400 pagine.

Veniamo al presente. È inevitabile partire da Politics, il talk di Rai 3 condotto da Gianluca Semprini che proprio non riesce a decollare a livello di ascolti. “Serve un secondo debutto”, ha detto la Bignardi.

È la rete che decide come andare avanti in un progetto. Per quanto mi riguarda, da artigiano e lavoratore, posso dire che le cose nuove sono difficili da metabolizzare: dodici anni fa Ballarò faceva il 4%, poi è cresciuto un passo alla volta. Ha avuto il tempo per crescere ma in quel momento i tempi erano diversi perché il talk stava esplodendo. Semprini ha appena cominciato ed è chiaro che in risultati non ci aiutano: io mi sento responsabile tanto quanto lui, perché tutti stiamo lavorando in modo serio e dando il massimo. I risultati non sono esaltanti anche se Gianluca è un grande professionista: l’inizio non lo sta aiutando, ma lo sta forgiando.

Cambierà formula o chiuderà?

Non ho avuto contatti in questo senso per capire cosa accadrà. Io cercherei di crescere piano piano: gli ingredienti ci sono, bisogna avere tempo per farlo spiccare. Guarderei cosa non ha funzionato, farei delle piccole modifiche ma senza stravolgere il format.

In definitiva, dal tuo punto di vista è stata la scelta giusta chiudere Ballarò?

Se Fazio va via da Che tempo che fa si chiude, perché non è possibile rifarlo senza Fabio. È inutile dire “riapriamo Ballarò”, perché era un programma cucito su Giovanni Floris ed io personalmente lo avrei chiuso nel momento in cui lui è andato via. Da spettatore, la vedo così.

Intanto sei sbarcato anche su FoxLife alla regia di Dance Dance Dance, al via dal 21 dicembre. Che cosa ci dobbiamo aspettare?

È un’esperienza molto divertente, meno cervellotica: si gioca, si balla, si canta ed è un grande spettacolo visivo. Andrea Delogu e Diego Passoni sono molto forti e penso che avranno un futuro anche sulla tv generalista: è un prodotto talmente bello che spero che abbia il riscontro che merita. Il direttore di Fox, Alessandro Saba, sta facendo un ottimo lavoro.

È una bella sfida soprattutto dal punto di vista tecnologico, visto l’utilizzo della realtà aumentata. L’impatto com’è?

Pazzesco. Le telecamere rispondono a un computer che genera immagini tridimensionali. Confesso un’antica passione per le tecnologie, mi stimolano e le cerco, uso le telecamere, il montaggio e invidio i grafici dai quali, quando lavoro in uno show, cerco di imparare nuove tecniche per creare fondali, titoli di testa e quant’altro. La tecnologia è fondamentale per un regista.

Anche la nuova versione del Rischiatutto è una tua creatura. Lo stai guardando con sguardo malinconico o con sereno distacco?

Mai con distacco perché penso alle belle esperienze che ho realizzato con quella squadra di lavoro, da Vieni via con me, Quello che non ho a Sanremo. Rischiatutto lo guardo con nostalgia ma non riesco ad avere un approccio critico, perché lo sento come un pezzo di me.

Capitolo Che tempo che fa. Hai più rimpianti o rimorsi per aver lasciato la regia del talk di Fazio?

Non sono pentito, perché con Fabio ci siamo lasciati in modo amichevole: questo distacco fa bene a lui e a me, perché il sodalizio ha bisogno di assorbire altri stimoli, altrimenti ci si atrofizza. E magari prima o poi torneremo a lavorare assieme.

A proposito di progetti riusciti a metà. Dieci cose, di cui hai realizzato la regia, non è mai decollato. Ti sei dato una spiegazione?

Premesso che Rai 1 ha avuto un coraggio da leoni, posso solo dire chapeau al direttore Fabiano per averlo portato fino in fondo. L’impianto era molto elegante, di grande qualità e aveva ottime potenzialità: non so se si avrà il coraggio di rifarlo, ma il programma ha il suo carattere e rivisto a mente fredda posso dire che c’erano dei numeri sorprendenti, come il blocco con Bebe Vio che è stato un momento di bellissima televisione. Il pubblico di Rai 1 forse non ha recepito la novità del messaggio: io me la sono goduta come esperienza ma è stata una lezione per noi addetti ai lavori.

In questa stagione il varietà sembra vivere una nuova giovinezza, da Casa Mika a Nemicamatissima. Ma non era morto?

Lo sento dire dai tempi di Falqui, ma il varietà non morirà mai. Mika è poco conosciuto al grande pubblico delle generaliste, ma è così eclettico che conquista tutti. Il problema è avere personaggi che siano in grado di reggere uno show, di quel genere, e lo dico avendo lavorato con un mostro di bravura come Fiorello. Poi servono autori che diano senso logico e una linea omogenea ai varietà, sennò ne viene fuori un’accozzaglia. Io oserei ancora di più, scommettendo su autori, registi e scenografi nuovi. Quando faccio le web series come Patologia libraio, che mi autoproduco, gli attori li prendo nei teatri off. Servono nuove leve di showgirl, ballerini e artisti completi.

I talent non bastano?

Nel mio piccolo a un talent ho partecipato anch’io, Il Talentiere, come racconto nel libro. È come ricercare l’oro sul Lambro, è difficile trovare talenti reali. Oggi questo genere di programmi servono più a chi li produce che non a chi partecipa. Di talenti veri e completi ne emergono pochissimi: mi viene in mente Giulia Ottonello, lanciata da Amici, che è clamorosa per quanto è brava. Spicca a teatro ma in tivù non la chiamano. Se facessi uno show, sarebbe la soubrette numero uno perché ha tutte le qualità che servono.

I tuoi prossimi impegni invece quali sono?

Farò la prima serata di Telethon su Rai 1 e poi ancora la regia di un concerto-evento di Claudio Baglioni dall’aula Nervi.

Di chi ha fatto Sanremo si dice che abbia già fatto tutto, almeno in tivù. Qual è la prossima sfida di Forzano?

Ho letto il libro più volte e vorrei andare oltre la mera soddisfazione del mio ego. Molto banalmente mi piacerebbe che diventasse una serie tv: gli elementi per raccontare la storia di un ragazzino che non smette di sognare, ci sono tutti.

 

 

 

 

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