Chef Rubio: "Io food star? Mi viene da ridere"

"La cosa più estrema che ho mangiato? Sperma di merluzzo" racconta lo chef conduttore del programma cult del momento

Chef Rubio

Lo chef, diplomato all'Alma di Gualtiero Marchesi, conduce Unti e bisunti in onda la domenica alle 22.05 su Dmax – Credits: (Ufficio Stampa Dmax)

Francesco Canino

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Cucina e provoca. Ostenta muscoli tatuati e azzanna un panino con la milza. Stuzzica il baffo e si gode con goduriosità estrema un fritto romano. Nel piattume totale della tivù estiva, in poche settimane è esploso il fenomeno Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini, cuoco conduttore di Unti e bisunti (in onda la domenica alle 22.05 su Dmax). Ex giocatore di rugby – “sono fermo per un problema al ginocchio sennò giocherei ancora a beach rugby” dice – diplomato chef internazionale di cucina italiana all’Alma di Gualtiero Marchesi, col suo stile personale e anti gastro-fighetto viaggia per l’Italia a caccia di cibi di strada ed è la food star del momento.

Chef Rubio, ti hanno già definito fenomeno food.

(ride) Mi spiazza e mi fa sorridere perché non mi ritengo tale. Sono l’ultimo degli ultimi: ho solo avuto la fortuna di finire sul piccolo schermo ma sono altre le star italiane nel campo del food. Certo, sono contento di vere smosso un po’ gli animi, ma la strada è lunga e voglio tornare a concentrarmi sulla mia crescita personale.

Modestia a parte, persino il temutissimo Aldo Grasso ti ha promosso: “Chef Rubio è un performer che con la comunicazione ci sa fare”.

Sono contento delle parole di Grasso, anche se non sapevo quanto fosse importante il suo giudizio…l’entusiasmo delle persone con cui lavoro me l’ha fatto capire. In generale, non mi riguardo mai perché m’imbarazzo e troverei mille difetti: sono un perfezionista, per cui evito. 

Unti e bisunti in poche settimane è diventato comunque un programma culto. Merito tuo o del programma?

Forse c’era bisogno di un programma del genere, di qualcosa di caldo e diverso. Piace perché invoglia la gente ad alzarsi dal divano per scoprire cibi nuovi. E poi non si vede il cuoco onnisciente, distante dalla gente. Io sono partito dal web per provocare: pur non guardando la tivù, gli amici mi hanno raccontato che tipo di programmi di cucina vanno in onda e mi ha sempre dato fastidio che passasse il messaggio sbagliato fatto di contenuti aridi, di stampo filo americano, che inneggiano alla sfida.  

Eppure Unti e bisunti è in fondo una sfida tra te i cuochi di strada che incontri nelle varie città.

Ma la raccontiamo in maniera irriverente, è una sorta di filo conduttore per stimolare lo spettatore. La sfida c’è nello sport e nella vita mentre la cucina deve essere piacere e convivialità. Non riesco proprio a concepire i contest ai fornelli.

Sul tuo sito ci sono video in cui fai la parodia di alcuni programmi, tra cui MasterChef. Almeno quello l’hai visto?

Per combattere il nemico bisogna conoscerlo. Pur non avendo la tivù, un paio di volte l’ho visto a casa dei miei. Sono rimasto disgustato dal messaggio. E pensare che ho fatto uno show cooking all’Alcatraz di Milano tre anni fa durante la festa per lanciare il format: non ero nessuno a livello mediatico ma mi avevano chiamato. 

Nel frattempo l’invasione del cibo è virale e sul web dilaga il porno food. Moda o divertissement?

Mi fa ridere ma non giudico quello che se fa la foto al piatto de carbonara (qui calca il romanesco). Però è diventata una psicosi: prima o poi esploderà e torneremo indietro. Io lo faccio quando viaggio, ma solo per ricordare l’attimo, i colori e i profumi. Oltre che per cultura personale.

Di Unti e bisunti vedremo una seconda serie?

Tra qualche giorno lo sapremo. Ci sono tutte le intenzioni di continuare il progetto, perché sono rimaste fuori molte regioni italiane oltre che l’estero. Mi piacerebbe girare il Mediterraneo: ci sono posti vicini a noi – come il Portogallo, la Grecia e i Balcani - dove si mangia benissimo e i costi sono contenuti. 

La proposta per pubblicare un libro di ricette ti è già arrivata?

Sì, sto valutando ma non ho né il tempo né la testa al momento. Lo farei a modo mio, descrivendo i piatti attraverso foto, impressioni e racconti. Mi piace il cibo, non le ricette: le grammature scientifiche e asettiche mi hanno sempre disturbato.

La scrittura è l’altra tua grande passione: vorresti scrivere un romanzo o una raccolta di racconti?

Un romanzo. Non so dirti se potrebbe essere qualcosa di autobiografico o romanzato ma tutto quello che è nella natura dell’uomo mi appassiona: le paure, le perversioni umane, l’angoscia, il disagio e la solitudine sono le cose che mi affascinano di più. 

Quanti tatuaggi hai, perché hai quei baffi, qual è la cosa più estrema che hai mangiato: qual è la domanda che ti fanno più spesso?

E’ una dura lotta (dice ridendo). Ma se vuoi ti rispondo comunque.

Partiamo dai tatuaggi.

Ritengo di averne uno solo. E’ una sorta di diario in cui tutto è collegato: mi sono tatuato in un periodo della mia vita, molto concitato, e ho voluto imprimere sulla pelle alcune cose. Sono anni che non ne faccio uno.

Capitolo baffi.

Quelli sono nati da un lungo viaggio senza lamette. Scherzi a parte, a novembre sono andato nel Rajasthan per il matrimonio di un mio caro amico: il giorno prima mi sono sbarbato in una bettola e ho tenuto solo i baffi all’indiana.

La cosa più estrema che hai mangiato?

Estrema solo a raccontarla. Era sperma di merluzzo, in Giappone: sembrava un cervello bianco, perché era come una sacca, ma era buonissima. Ho saputo cos’era solo dopo averlo messo in bocca. La cosa che mi ha quasi disgustato, è stato il tofu marcio a Pechino: lo lasciano marcire all’aria aperta, prende un colore nero putrefatto e ha un odore nauseabondo. Mi ha dato fastidio all’olfatto ma era molto piacevole al gusto. 

Parentesi di proustiana memoria: il piatto della tua infanzia?

Seppie con piselli, fatte da mamma: me le mangio anche fredde da frigo.

A pranzo con Antonella Clerici o Benedetta Parodi?

Con la Clerici tutta la vita.

Un aperitivo con Alessandro Borghese o Simone Rugiati?

Con nessuno dei due: mi dò malato.

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