Francesco Canino

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Ha gli occhi degli addetti ai lavori puntati addosso Andrea Fabiano. L’etichetta di “più giovane direttore della storia” di Rai Uno pesa parecchio e dal 17 febbraio scorso, giorno della sua nomina, non gli sono stati fatti sconti. C’è chi si aspetta da lui assoluta discontinuità – leggi svecchiamento – chi invece un approccio in linea con la più regimental delle generaliste e trovare una sintesi tra i due aspetti è un’impresa di quelle ardue. Ma davanti alle critiche, anche quelle più feroci, il quarantenne Fabiano non si scompone e sfodera profilo basso e concretezza: del resto le ossa se l’è fatte proprio in Rai (precisamente nel marketing), conosce bene i meccanismi aziendali e nella sua carriera di assalti alla diligenza deve averne visti già parecchi. “L’inizio di stagione tv? Ci sono stati degli alti ma anche dei bassi”, spiega a Panorama.it, che lo ha incontrato a margine della presentazione de La mia danza libera, lo show con Roberto Bolle in onda questa sera.

Direttore, partiamo da La mia danza libera, lo show-evento di Roberto Bolle. Lei lo ha definito "un sogno che si realizza". Come mai?

Perché è un desiderio che accarezzavano da anni. Portiamo l’arte della danza in prima serata su una rete generalista, un evento unico a livello mondiale, tra contaminazione pop e la narrazione fatta con un linguaggio totalmente inedito.

Tra gli ospiti c’è anche Jovanotti, che sta nel pantheon dei suoi artisti preferiti.

Ho avuto il piacere assistere alla registrazione e devo ammettere che quello tra Bolle e Jovanotti è stato un incontro magico. Tutto lo spettacolo, che ha un titolo bellissimo, è qualcosa di estremamente speciale.

A proposito di sogni che si realizzano, permetta la boutade, Rai 1 ha battuto Canale 5 per due sabati di fila grazie a "Viva Mogol", condotto da Massimo Giletti. Un risultato quasi storico, non trova?

Abbiamo voluto aprire la stagione con una serie di eventi, che ci hanno permesso almeno in questo primo scorcio di tornare ad essere leader e prima scelta del pubblico il sabato sera. Non capitava da anni, è vero, e siamo riusciti ad imporci con quattro prodotti di grande qualità, da Zucchero a Renato Zero, fino ai due show di Giletti.

In generale è un inizio di stagione a due velocità per Rai 1, soprattutto in alcune fasce molto delicate che stanno soffrendo. Se lo aspettava?

È stato un inizio di stagione con alti e alcuni bassi, questo è oggettivo. Alcune cose non stanno funzionando come ci aspettavamo, altre invece ci hanno riservato delle grandi sorprese. Siamo già al lavoro su tutti i programmi che stanno mostrando segnali di criticità per intervenire e procedere con correzioni strutturali.

Quali sono i momenti più critici del palinsesto?

La seconda parte della mattinata, la prima parte del pomeriggio e l’access prime time. Ma stiamo tornando lentamente agli ascolti dello scorso anno.

Provo a tradurre per i meno attenti: soffrono "Tempo e Denaro" della Isoardi, "La prova del cuoco" – che prende la linea con uno share basso e fatica a risalire la curva degli ascolti, vinti in quella fascia da "Forum" – la prima parte della "Vita in diretta" e anche "Affari Tuoi".

Affari tuoi ora veleggia intorno al 15% e ha cominciato il suo fisiologico recupero dopo alcune correzioni. La seconda parte del pomeriggio è tornata ai livelli dello scorso anno mentre per il mattino stiamo lavorando con azioni sulle scalette e sull'impaginazione: i segnali sono di un lento ritorno a quella che consideriamo la normalità.

La prima parte della "Vita in diretta" soffre parecchio: da dicembre è possibile l’innesto di un nuovo programma tra le 14 e le 15.15?

È una fascia complicata per Rai 1. Stiamo lavorando a tante ipotesi, con delle correzioni in corsa. Diciamo che potrebbero esserci delle novità a livello di conduzione sulla prima parte del pomeriggio o anche un nuovo programma. Non c’è nulla di deciso.

Soddisfatto dei risultati del nuovo programma del sabato pomeriggio con Paola Perego?  

L'obiettivo era complicato perché da anni la seconda parte del sabato pomeriggio era debole rispetto alla concorrenza. Alla Perego abbiamo chiesto di cominciare a far tornare Rai 1 ad essere un'alternativa importante per il pubblico: sta funzionando, sono numeri interessanti e anche quello è un programma su cui lavoriamo puntata dopo puntata per ottimizzare la scaletta.

Quanto al sabato sera, dal 15 ottobre parte "Dieci cose", nuovo show nato da un’idea di Walter Veltroni. Cosa dobbiamo aspettarci?

Dieci cose non ha la logica dell'evento. Sperimenteremo un prodotto seriale e dunque la sfida è più complicata: molto dipenderà dal livello di racconto che riusciremo a costruire intorno ai due ospiti di ogni puntata. Partiamo con Gigi Buffon e Alessandro Cattelan, due “giovani” che si racconteranno con tanti momenti di spettacolo. Quanto alla conduzione, Federico Russo rappresenta un’assoluta novità per Rai 1, mentre Flavio Insinna è una sicurezza.

Obiettivi di ascolto?  

Per come abbiamo iniziato questa stagione il sabato sera sono fiducioso ma scaramanticamente non esplicito obiettivi o aspettative.

In queste settimane si sono moltiplicati gli attacchi alla Rai e lei è uno dei bersagli privilegiati a causa appunto di alcuni cali nelle fasce orarie di cui abbiamo parlato prima. Lei è molto social ma anche su Twitter non replica mai alle critiche. Perché?

La Rai è sempre un bersaglio: in parte è giusto che sia così, altre volte francamente leggo attacchi ingenerosi. Io sono tranquillo e sereno, non credo che esista più in televisione una rendita di posizione e dunque nemmeno Rai 1 può contare su quello: ogni programma è una sfida che per quanto mi riguarda è innanzitutto sulla qualità e lo spessore di quello che forniamo. Però deve comminarsi con gli ascolti.

A inizio mandato lei però disse: “Siamo pronti a sacrificare l’audience per fare vero Servizio Pubblico”. Gli ascolti sono importanti o no?

Certo che sono importanti. Ma non sono un obiettivo fine a sé stesso: non vorrei mai che per fare ascolti si seguissero strade incompatibili o problematiche con la nostra identità di Servizio Pubblico. Ma un Servizio Pubblico senza grande pubblico non fa bene il suo mestiere

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