La guerra in Siria

Kobane

Quando è scoppiata la guerra in Siria

La guerra in Siria è scoppiata il 15 marzo 2011, sull’onda della Primavera araba, l’insieme di proteste e rivolte di piazza che tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 hanno mosso il Medio e Vicino Oriente e il Nord Africa, alla ricerca di una democratizzazione contro gli autoritarismi.  Le prime insurrezioni contro il governo centrale siriano avevano lo scopo di spingere alle dimissioni il presidente Bashar al-Assad, in carica dal 2000 e successore del padre Hafiz al-Assad, e di far venire meno il dominio del Partito Ba’th. Assad, come lo stesso partito che guida, sono di fede alawita, una costola dello sciismo minoritaria in Siria.

Gli schieramenti internazionali

La brutale repressione delle proteste da parte del governo siriano ha innescato una guerra civile che sembra non avere termine e che ha portato al coinvolgimento di alcuni Paesi confinanti e della comunità internazionale.
Di fatto, la Turchia sostiene il fronte dei ribelli, così come Arabia Saudita e Qatar che mirano a ridurre l’influenza sciita in Medio Oriente. Tra i Paesi occidentali, Stati Uniti e Francia sono anch’essi dalla parte dei ribelli. Cina e soprattutto Russia sostengono il regime di Assad.

Il fronte dei ribelli

Nel 2013 all’interno del fronte dei ribelli, fino ad allora guidato dall’Esercito Siriano Libero (Esl) formato da ufficiali disertori, è aumentata l’influenza delle formazioni islamiste, che hanno cominciato a operare in maniera sempre più autonoma. Si è andato organizzando un nuovo gruppo composto da miliziani non siriani: è così che nasce l’Isis, il sedicente Stato Islamico che, dalla Siria, innesca una jihad globale.
I militanti dell’Isis, fondamentalisti sunniti, hanno promosso vere e proprie pulizie etniche di stampo religioso all’interno della stessa Siria. Tra l’Esercito Siriano Libero e l’Isis scoppiò un ulteriore conflitto interno. Alta la tensione anche tra jihadisti e militanti curdi ribelli.

La conta delle vittime

Dall’inizio della guerra in Siria al marzo 2018 si contano 353.935 morti accertati, secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti dell’uomo (Osdh). Di questi, quasi un terzo (106.390) è costituito da civili, di cui 12.513 donne e 19.811 bambini.
Tra i combattenti, invece, sono morte 110 mila persone appartenenti all’esercito siriano e alle milizie fedeli al presidente Assad. Sul fronte opposto, sono morti 62 mila ribelli e 63 mila jihadisti.

I fronti caldi aperti

A ottobre 2017 Raqqa, che per mesi è stata la roccaforte del sedicente Califfato islamico in Siria, è stata liberata dalle Forze Democratiche Siriane, composte da curdi e arabi e appoggiate dagli Stati Uniti. A novembre 2017, a ruota, la liberazione di Deir ez-Zour, che per oltre tre anni è rimasta nella mani degli islamisti.
Con la cacciata dell’Isis dalla Siria, a dicembre 2017 in molti hanno pensato che la guerra finalmente volgesse al termine. Così non è stato e siamo di fatto entrati nell’ottavo anno di guerra. Un disastro umanitario è in corso.

Nei primi mesi del 2018 c’è stata una brusca escalation di violenze a:

  • Idlib, in mano ai ribelli, messa sotto assedio dal regime siriano, sostenuto dalla Russia;
  • Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, ancora sotto il controllo ribelle, bombardata dalle forze di Assad, appoggiate da Mosca;
  • Afrin: la Turchia ha lanciato un’offensiva contro l’enclave curda al confine nordovest della Siria. Iniziata il 20 gennaio è stata conclusa il 10 marzo.