Russiagate

Donald Trump, i suoi rapporti e quelli del suo entourage con la Russia prima e durante la campagna elettorale che lo ha portato alla Casa Bianca.

Dunque, con una vittoria a sorpresa il tycoon sconfigge Hillary Clinton, favorita della vigilia, e il suo successo, fin da subito, viene accompagnato da una serie di accuse e supposizioni sugli “aiuti” che avrebbe ricevuto da parte della Russia, dietro la regia di Vladimir Putin.

A inizio 2017, subito dopo l’insediamento del neopresidente, l’Fbi fa partire un indagine sui suddetti rapporti e individua subito un primo elemento che risale all’anno precedente, quando, nel marzo 2016, nel bel mezzo della campagna elettorale, Trump nomina al vertice un manager da sempre molto vicino alla Russia.

Da questo momento in poi comincia una girandola di nomine e di dimissioni di personaggi via via, a vario titolo, coinvolti nell’affaire.

Gli sviluppi

L’indagine, intanto, prosegue ed emerge in maniera sempre più forte che dietro a ciò che ormai ha assunto una certa dimensione e ha ora anche un nome, Russiagate appunto, ci sia stato lo zampino del presidente russo che non ha mai nutrito alcuna simpatia per la Clinton, destinata a raccogliere l’eredità di quell’era Obama che ha decreatato alla Russia le sanzioni per via della questione Ucraina.

Una nuova milestone della vicenda si ha a pochi giorni dal voto quando vengono pubblicati – da parte di un’anonima organizzazione di hacker russi – i contenuti di alcune mail “compromettenti” dello schieramento democratico.

L’ulteriore momento cruciale si ha nel maggio del 2017 quando l’inchiesta passa nelle mani di Robert Mueller, nominato procuratore speciale con l’incarico di sovrintendere le indagini federali in corso.

Il resto fa parte della cronaca, che abbiamo seguito puntualmente in tutti i suoi sviluppi.

I personaggi-chiave