Turrini: “Su Pantani vilipendio di cadavere”
MARCO MERLINI / LAPRESSE
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Turrini: “Su Pantani vilipendio di cadavere”

Il noto giornalista sportivo interviene sulla vicenda del doping al Tour de France del 1998. E sentenzia: “I francesi mistificano la realtà”

Da Jalabert a Ullrich, da Zabel a Julich, fino a Marco Pantani. In tutto, una quarantina di corridori. Che secondo la Commissione di indagine francese sul doping avrebbero fatto uso di Epo nel Tour de France del 1998. E che, per questo, avrebbero commesso un illecito sportivo, che però non sarà mai punito perché non ci sarebbero nemmeno gli estremi per iniziare un procedimento disciplinare. Quindici anni dopo, prende forma con tutti i crismi del caso la verità che in fondo si conosceva dai test del 2004. Ormai non c’è più nulla da scoprire. Anzi, sì. Resta da capire quale peso sportivo possa avere una realtà che ormai non appartiene più a nessuno. E che, probabilmente, non fa altro che contribuire a spingere sempre più a fondo uno sport che fa fatica a ritrovare la credibilità dei giorni che furono.  

"Si tratta di una mistificazione della realtà e in questo i francesi sono maestri – spiega a panorama.it Leo Turrini, giornalista appassionato di motori e di pedali, autore del libro “Il Pirata e il Cowboy”, pubblicato qualche mese fa per Imprimatur e ancora disponibile nelle librerie. 

Il Tour del 1998 è tutto da riscrivere?

“Nel 1998, quando Pantani vinse Giro e Tour, c'erano regole che permettevano il ricorso all'Epo. Tanto è vero che un anno dopo, anche se molti tendono a dimenticarlo, il Pirata non venne sospeso a Madonna di Campiglio per doping, ma venne fermato a tutela della sua salute. Perché la regola di allora diceva che un ciclista poteva gareggiare purché il suo tasso di ematocrito nel sangue non superasse la famosa quota 50. Con i metodi della ricerca scientifica di quel momento storico, non era possibile individuare l'uso di Epo. 

“Per questo, si diceva ai ciclisti, a tutti i ciclisti, dal primo all'ultimo della classifica, 'l'importante è che l'ematocrito - che rappresenta la viscosità del sangue - non superi quella soglia. Altrimenti, potreste avere dei problemi di salute e saremo costretti a fermarvi'. Quindi, di cosa stiamo parlando? I ciclisti erano implicitamente autorizzati a usare l'Epo. Dico di più. Una persona comune che non soffra di particolari patologie ha un tasso di ematocrito tra i 43 e i 45. Bene, Pantani aveva il 52,5, ma tutti i corridori che lo seguivano in classifica avevano valori tra il 49 e 49,9. Usavano l'Epo, ma cercavano di stare sotto la soglia consentita dal regolamento. 

“Poi, possiamo dirci qualsiasi cosa. Possiamo dire che a quei tempi i ciclisti andavano più forte perché usavano sostanze dopanti. Va bene, ci sta, ma in quel momento, nel 1998, le regole erano altre. Se un fatto non è punito dalla legge non può essere considerato un reato”. 

Perché in Francia la spiegano diversamente?

“I francesi sono sempre molti attenti alle tematiche del doping. Questo gli va riconosciuto. Hanno detto: ‘ci sono le provette disponibili, le controlliamo di nuovo. Con gli strumenti oggi disponibili, possiamo stabilire chi ha fatto uso o meno di Epo nel Tour del 1998’. Per una forma di verità storica, ecco. Però, il dato di fatto rimane. In quegli anni veniva tollerato. Non c’è stato nulla di illegale. Ripeto, è vero che negli successivi l’uso di Epo è stato vietato, sono d’accordo, ci mancherebbe. Ma all’epoca le cose stavano in un altro modo. Punto. Questo è vilipendio di cadavere”.

Ecco, Pantani. Nei giorni scorsi, si è detto e scritto più volte che presto o tardi potrebbe arrivare la decisione di revocare il titolo al Pirata. Via il colpevole, via il danno?

“Anzitutto, nessuno ci può dare la sicurezza che le provette che sono state usate per i nuovi controlli siano state conservate nel modo opportuno. Detto questo, ammettendo che i risultati siano corretti, cosa vogliono fare, processare un morto? Chiunque, di fronte a una simile imputazione, deve avere il diritto di difendersi. Marco se n’è andato nel 2004, purtroppo non può più farlo. Ho scritto ‘Il Pirata e il Cowboy” proprio per questa ragione. Non ne posso più di ascoltare follie di tale portata. 

“Non si può continuare a ridurre il doping a un problema del singolo. E’ un problema sistemico. Dire che Pantani nel ’98 prendeva l’Epo non porta da nessuna parte. Lo prendevano tutti. Non era vietato. E’ un problema culturale, sociale ed etico. Che riguarda anche gli organizzatori del Tour de France, che per sette anni hanno coperto, protetto e nascosto Lance Armstrong perché gli faceva comodo, perché era l’americano che aveva sconfitto il cancro, perché se Armstrong vinceva il Tour ne parlavano i grandi network statunitensi. Perché, per farla breve, faceva cassetta”. 

La vicenda Armstrong ha stravolto le regole del gioco. Ora nel ciclismo sono tutti colpevoli fino a prova contraria. Basta guardare il trattamento riservato a Froome durante il Tour appena concluso.

“Ecco, centrato il punto. Ieri ho letto un bellissimo articolo sul New York Times, che sosteneva che il vero problema non è Froome. Il problema è che il ciclismo, con tutti i casi che ha accumulato negli ultimi anni, non è più uno sport credibile. Per intenderci, il 90 per cento dell’opinione pubblica non crede che Froome abbia vinto senza fare uso di sostanze dopanti. Perché ne abbiamo sentite troppe e questo non ha fatto che moltiplicare il sospetto”. 

Detta così, sembra una strada senza via d’uscita. 

“La soluzione potrebbe essere affidare tutte le indagini sul doping a una struttura esterna e indipendente, lontana dalle logiche e dal controllo delle federazioni nazionali, che abbiamo visto come hanno lavorato negli ultimi tempi. Tanto per dirne una, Armstrong si era comprato la federazione mondiale del ciclismo con donazioni in cambio del silenzio sui risultati delle analisi delle sue provette. Anche se questo non sarà mai dimostrato, la verità è questa. Potrebbe essere la famosa Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Un’autority terza, che non deve rispondere ai grandi network che pagano centinaia di milioni di dollari per i diritti tv, e che ha il potere di condurre le indagini e di emettere le sentenze. In ogni caso, stiamo comodi. Se si decidesse di procedere in questa direzione ci vorranno anni prima di chiudere il cerchio del doping”. 

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Dario Pelizzari